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Prada accusata di razzismo per un pupazzetto della linea Pradamalia

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Prada accusata di razzismo per un pupazzetto della linea Pradamalia

Ci risiamo. Un marchio globale della moda e del lusso, fino a oggi simbolo e ambasciatore del made in Italy e dello stile italiano nel mondo, viene accusato di razzismo, forse ancora oggi - almeno a parole - la più infamante delle accuse. Il marchio, Prada, chiede scusa e ritira tutti i prodotti che hanno causato lo “scandalo”, proprio sotto Natale. Ci risiamo anche per la modalità: le accuse di razzismo partono da un post sul web, rimbalzano in un batter di clic da un social network all’altro e rischiano di portare a un boicottaggio, nel mondo reale, del brand. Non solo per quanto riguarda i prodotti sotto accusa, ma per tutto quello che si vende nei suoi negozi fisici e online. Parliamo di Prada, ma abbiamo scritto due volte “ci risiamo” perché la vicenda ricorda - o almeno fa subito venire in mente - quella che ha visto protagonisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana e il loro marchio Dolce&Gabbana a partire dal 21 novembre. Stessa accusa (razzismo), stessa modalità di diffusione dell’indignazione: da Instagram agli altri social, dalla rete al mondo reale, con conseguente cancellazione della sfilata-kolossal programmata da Dolce&Gabbana a Shanghai. Stesso pericolo: il boicottaggio da parte dei consumatori, la minaccia di non comprare più nei negozi e su internet.

Diverso l’epicentro del terremoto-maremoto: per Prada è partito tutto dagli Stati Uniti, per Dolce&Gabbana dalla Cina. Una differenza non da poco per molti motivi: primo, accusare qualcuno di razzismo contro i cinesi è superficiale, sbrigativo e scorretto prima di tutto dal punto di vista antropologico (i cinesi non sono una razza). Capiamo il significato dell’accusa (la parola razzismo, come infinite altre, viene usata con una leggerezza devastante), ma servirebbe prima di tutto una riflessione sull’uso improprio del termine. Nel caso di Prada il razzismo sarebbe contro i neri, gli afro-americani e ancora di più verso i neri africani: il pupazzetto incriminato è in effetti una rappresentazione stilizzata e oggi ritenuta offensiva delle persone che una volta venivano largamente chiamate (dai bianchi) “neri”. Ha le labbra sproporzionate, ad esempio, e una sorta di rudimentale lancia in mano. Come diceva Albert Einstein però, esiste una sola razza umana (homo sapiens) e quindi, benché estremamente radicato , anche nel caso dei neri, parlare di razzismo è sbagliato. Capiamo però che in questo caso Prada - apparentemente senza accorgersene - ha toccato il più sensibile dei nervi della società americana, quello della discriminazione di cui sono stati (e sono) oggetto i neri.

Per abolire la schiavitù in ritardo di decenni sull’Europa, dove per altro, legalmente, non è mai esistita, negli Stati Uniti si è combattuta una sanguinosa guerra civile, dal 1861 al 1865, che provocò, si stima, 750mila morti, e rischiò di portare alla divisione del Paese (è chiamata infatti anche “guerra di secessione”. Gli schiavi erano tutti africani, di prima o di seconda generazione, e sono diventati donne e uomini liberi solo grazie ad Abramo Lincoln, presidente illuminato che aveva il sostegno degli Stati del Nord, ma non di quelli del Sud e fu poi assassinato per aver abolito la schiavitù. Si potrebbero scrivere (o leggere, perché ce ne sono tantissimi) trattati su quello che accadde dal 1865 a oggi, perché non basta una legge per cambiare la testa e il cuore delle persone. Ricordiamo solo alcuni fatti, sempre per capire la portata della “gaffe” di Prada con il suo piccolo pupazzetto “negro”: negli Stati Uniti continuano a esistere gruppi affiliati al Ku Klux Klan (fondato proprio nel 1865, in Tennessee) fatti di bianchi (uomini ma anche donne) che passano il loto tempo libero a pianificare atti di vandalismo e violenza ai danni delle comunità nere. Ci volle una donna, Rosa Parks, per iniziare a smantellare l’apartheid di fatto che esisteva in molti Stati del Sud: quando questa coraggiosissima donna nera, nel 1955, si rifiutò di lasciare il posto a un bianco su un autobus, diede vita a un movimento che portò alla cancellazione di una serie di norme, scritte e non scritte, che consideravano i neri cittadini di serie B. Questo è ieri, ma veniamo all’oggi: secondo molti analisti e politologi l’elezione di Donald Trump - una sorpresa, nel novembre del 2016, per tutto il suo staff, basta riguardarsi i filmati della serata elettorale - è legata anche a un rigurgito “razzista” venuto dai bianchi che mai hanno digerito l’elezione di Barack Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti. Nero per modo di dire, poi: molto più nera la moglie, Michelle Obama, oggetto delle più bieche battute sul suo “sedere grosso”, suoi “capelli afro” di cui si vergognerebbe, sfoggiandoli lisci in modo innaturale e via degenerando. Ricordiamo infine che quando uscì il video di Thriller di Michael Jackson, forse ancora oggi il più bel video mai apparso sul piccolo schermo, Mtv dovette lottare conto un diffuso boicottaggio che puntava a impedire la trasmissione di un video di un artista nero insieme a tutti gli altri. Sono passati 35 anni, non mille. L’album omonimo è ancora oggi il più venduto della storia e Michael Jackson, pur travolto da numerose accuse di pedofilia, è uno degli artisti che hanno fatto la storia della musica contemporanea.

Aggiungiamo ancora due considerazioni: chi è stato negli Stati Uniti o ci lavora, sa quanto sia difficile vedere coppie miste bianchi-neri. Lo chiamiamo “melting pot” (letteralmente, grande pentola in cui tutto si mescola, in cui le differenze si sciolgono), ma nel Paese si vedono coppie di bianchi con asiatici, ad esempio, ma - al contrario, ad esempio, di quando accade in Francia o nel Regno Unito - sono praticamente assenti i fidanzamenti o matrimoni tra bianchi e neri.

Tornando alla cautela con la quale devono muoversi negli Stati Uniti i marchi europei sul tema “razziale”, o meglio, sul tema della rappresentazione della minoranza afro-americana, citiamo il caso della caramella Negrita. Confetti ricoperti di cioccolato con un’anima di croccantino. La carta che li ricopre però raffigura una giovane nera con turbante e labbra grandi, molto grandi, definita, appunto, negrita. I termini nigger, negro, nigrita, che - come ci ha fatto capire Quentin Tarantino nei suoi film - possono essere usati solo da un nero per indicare in modo beffardo (e non necessariamente insultare) un altro nero. Nessun bianco è autorizzato a usarlo senza che ci siano conseguenze. Parliamo degli Stati Uniti: in Italia purtroppo abbiamo dovuto ascoltare frasi irripetibili da esponenti politici e abbiamo dovuto leggere sui muri scritte offensive come “negri di merda”, “via i negri”, “negri tornate a casa vostra” e via peggiorando.

Tornando alla vicenda Prada, appena il vento si è trasformato in tempesta, venerdì scorso, l’azienda ha postato sull’account Instagram ufficiale un breve statement: “Prada Group abhors racist imagery. The Pradamalia are fantasy charms composed of elements of the Prada oeuvre. They are imaginary creatures not intended to have any reference to the real world and certainly not blackface. Prada Group never had the intention of offending anyone and we abhor all forms of racism and racist imagery. In this interest we will withdraw the characters in question from display and circulation.” (“Il gruppo Prada aborre qualsiasi tipo di immagine razzista. La linea Pradamalia è fatta di charm che mettono insieme elementi della tradizione di Prada. Sono creature immaginarie che non vogliono rispecchiare alcun personaggio reale e men che meno vogliono far pensare allo stereotipo della faccia da negro. Il gruppo Prada non ha mai avuto alcuna intenzione di offendere e aborriamo ogni forma di razzismo e di immagine razzista. Per questo ritireremo tutti i pesonaggio in questione dalle vetrine e dalla vendita”). Ovviamente, non è bastato. Non c’era traccia della parola scuse e questo non è piaciuto. La tempesta sui social non si è placata.

Così domenica 16 è stato diffuso un secondo statement, sempre solo in inglese e sempre solo “su richiesta”: non un vero e proprio comunicato stampa urbi et orbi, bensì una reazione ufficiale a chi sollecitava, specie dai media, un commento del gruppo Prada alla vicenda.

Ecco il testo:
At Prada we are committed to creating products that celebrate the diverse fashion and beauty of cultures around the world. We would like to convey our deep regret and sincere apologies for the Pradamalia products that were offensive. They have been removed from the market and will not be sold.
The resemblance of the products to blackface was by no means intentional, but we recognize that this does not excuse the damage they have caused. Going forward, we pledge to improve our diversity training and will immediately form an Advisory Council to guide our efforts on diversity, inclusion and culture. We will also examine the processes that led to such a product reaching the market in the first place. Everyone at our company, from the creative directors to the store managers work hard to exceed our customers' expectations every day—which makes this reflection on our company all the more hurtful.
Importantly, we have listened to the public and have decided to donate proceeds from these products to a New York-based organization committed to fighting for racial justice, which is a value that we strongly believe in.
We will learn from this and we will do better
”.

Ovvero: “In Prada ci dedichiamo a creare prodotti che celebrino i diversi modi di intendere la moda e la bellezza di tutte le culture del mondo. Vorremmo trasmettere quanto noi tutti si sia dispiaciuti per quello che è successo e vorremmo fare le nostre scuse più sincere per i prodotti Pradamalia che sono stati giudicati offensivi. Sono stati ritirati dal mercato e non saranno venduti. La somiglianza dei prodotti con lo stereotipo della “faccia da negro” non è stato in alcun modo voluta, ma questo non può essere una scusa per il danno che abbiamo causato. Esamineremo i processi che hanno portato un simile prodotto sul mercato. Tutte le persone che lavorano in azienda, dai direttori creativi agli store manager, lavorano sodo per soddisfare e superare le aspettative dei nostri clienti. Lo fanno tutti giorni e questo rende ancora più doloroso quello che è successo. È importante sottolineare che abbiamo ascoltato le proteste e deciso di donare il ricavato delle vendite fatte finora a un’organizzazione di New York che lotta per ottenere giustizia razziale (sic), un valore in cui crediamo molto. Impareremo da quel che è successo e faremo meglio”.

Vedremo se questo secondo statement, con scuse incluse, basterà a placare la tempesta. Molto dipenderà, come è successo per Dolce&Gabbana, dal tempo che passerà prima che scoppi un altro “scandalo”. Per poi lasciare spazio a un altro e un altro ancora.

Concludendo: premesso che il rispetto non è mai troppo, che occorre studiare ogni differenza culturale e sociale (gli Stati Uniti sono molto più difficili da comprendere di quanto si pensi), che è meglio ascoltare esperti locali che affidarsi al proprio istinto o alle strategie decise nel quartier generale di Milano, perché quello che ha funzionato in Italia può non farlo all’estero. Premesso tutto questo, appare paradossale che si attribuisca proprio all’eccesso di “politically correct” o “culturally correct” o “socially correct”, la reazione rabbiosa , o almeno esasperata, di chi non vuole mettere in discussione i propri schemi mentali e/o abitudini culturali, sociale e religiose. Altrattanto paradossale che si leghi il politically correct alla nascita dei populismi, che si ritengano il cyberbullismo e la violenza verbale e di pensiero che attraversa internet una causa della nascita di partiti “populisti”, i cui esponenti vogliono “parlare come mangiano”, non “vogliono mandarle a dire”, “vogliono tirar fuori gli attributi”. Da una parte cioè si chiede di “rottamare” il politically correct. Salvo accorgersi che è proprio il rispetto per le sensibilità altrui - che prima di tutto vanno approfondite e capite - a causare i danni peggiori, in primis reputazionali. Vale per le aziende ma anche per i Paesi (ogni riferimento al Governo italiano NON è casuale). Forse occorre un “politically correct 2.0” o “4.0”. Non la sua cancellazione.

L’utima, ma propria ultima, osservazione, non può che riguardare i social network e l’uso che ne facciamo: gaffe o reprimende che nell’era pre-internet sarebbero passate quasi inosservate, oggi vengono automaticamente amplificate, da locali diventano globali, viaggiando sulle autostrade digitali, quasi alla velocità della luce. O comunque in tempo reale. Una velocità che non può riguardare le persone o tutto ciò che è fisico, almeno finché il teletrasporto non diventerà realtà. Ma la fibra ottica, le reti wireless, quelle bluetooth non hanno anima né si pongono limiti. Usano la tecnologia senza filtri, senza autocensurarsi o limitarsi. Hanno tempi diversi da quelli che ci piace ancora pensare umani, che lasciano spazio alla riflessione, allo studio, al perdono. La velocità di propagazione di un post e quella con cui lo si legge e - soprattutto - la smania di inoltrarlo, commentarlo, arricchirlo, far sapere che lo si è letto (al volo), impedisce qualunque reazione misurata, ragionata, umana, appunto.

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