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I gilet gialli fanno spostare le sfilate di Parigi

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moda e società

I gilet gialli fanno spostare le sfilate di Parigi

La sfilata di giugno di DIOR HOMME
La sfilata di giugno di DIOR HOMME

I gilet gialli imperversano e continuano a condizionare la vita quotidiana dei francesi. La soluzione non si riesce a intravedere e non è chiaro nemmeno quale sarà la prossima fase del dialogo con il governo e l’Eliseo.

Il primo ministro Edouard Philippe ha annunciato lunedì dal più seguito canale tv francese che in febbraio esecutivo e parlamento inizieranno a discutere una legge «anti casseurs», con sanzioni penali e amministrative più pesanti delle attuali. Il presidente Emmanuel Macron per ora tace, ma deve incassare la rinuncia di Chantal Jouanno, presidente della Commission du débat public (CNDP), a farsi mediatrice o almeno tessitrice dei rapporti con i gilet gialli, che di fatto non hanno un leader riconosciuto. Il motivo del passo indietro? L’ex ministro dello Sport (con Sarkozy) ed ex campionessa di karate (numero uno in Francia per 12 anni, un’eroina locale) ha dovuto dire quanto guadagna: quasi 15mila euro al mese di soldi pubblici, poco meno dello stipendio di Macron. Sapere che guadagna quasi 10 volte lo stipendio medio di chi protesta suona come un provocazione. Occorre però trovare a breve qualcuno che la sostituisca nel delicato ruolo di mediatrice e nomi per ora non ce ne sono.

In attesa di sviluppi, si contano i danni collaterali. L’ultimo in ordine di tempo è lo stravolgimento del calendario della settimana della moda uomo, primo appuntamento del settore per il 2019. Ma andiamo con ordine, perché forse qualcuno potrebbe pensare che spostare una sfilata non sia così importante.

La stagione natalizia - che in Francia come in tutto il mondo occidentale vale almeno il 30% delle vendite annue dei negozi - è stata rovinata dai week end di protesta di dicembre. Forse qualcuno sperava di recuperare con l’inizio dei saldi e molte associazioni avevano chiesto di anticiparli: in Francia, come in Italia, sono rigidamente regolamentati e iniziano intorno all’Epifania, contrariamente a quanto accade, ad esempio nel Regno Unito, dove le vendite scontate prendono il via il 26 dicembre. Quello che è successo sabato scorso - ancora disordini a Parigi e in tante altre città francesi - ha vanificato ogni speranza. Anche il primo week end di saldi è stato un grande flop.

Poche persone per le strade, molte saracinesche abbassate in via precauzionale, chiusure anticipate per tutti. Senza una soluzione all’orizzonte e con la prospettiva di altri sabati di coprifuoco, l’ombra lunga dei gilet gialli, dicevamo, si allunga sulla moda, uno dei simboli della Francia e di Parigi.

La settimana delle sfilate e presentazioni dedicate alle collezioni maschili che da martedì prossimo raccoglierà il testimone da Firenze e Milano inizierà sotto i peggiori auspici. Dior (gruppo Lvmh) ha mandato ieri una mail a tutti gli invitati allo show annunciando uno spostamento da sabato 19 a venerdì 18. La sfilata è l’attesissima prima, vera, prova, del nuovo direttore creativo di Dior Homme, Kim Jones. Ancora incerta la location della sfilata.

Pure Loewe ed Hermès non sfileranno, come inizialmente previsto, nella giornata di sabato e non è ancora stata scelta la nuova data. I calendari delle settimane della moda sono puzzle complicati; spostare pezzi è difficile. A Parigi ancora di più rispetto a Milano, dove le distanze tra una location e l’altra sono assai minori rispetto alla capitale francese. L’emergenza e la capacità di fare sistema dei francesi - sconosciuta o quasi in Italia - probabilmente permetterà di trovare una soluzione e di “riprogrammare” gli show che vengono spostati. Ancora una volta però, purtroppo, il metodo usato dalle frange meno pacifiche dei gilet gialli si rivela, nel breve periodo, vincente.

Paura, violenze, disordini diventano armi di ricatto per il governo, i cittadini, le imprese. I danni collaterali, economici e di immagine - ammesso che i gilet gialli li riconoscano come tali - aumentano. Nel medio termine però non ci possono essere vincitori, se non cambia la modalità di confronto. Auguriamoci che le istituzioni, il presidente Macron e il premier Philippe per primi, lo capiscano e si siedano a un tavolo senza a loro volta minacciare o evocare spettri e rafforzare le paure. Auguriamoci che la controparte sia disposta a sedere a quel tavolo lavorando a un compromesso. Il muro contro muro si dimostra, ancora e sempre, una sconfitta per tutti. Moda compresa.

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