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Il lusso è un desiderio di inclusività. E va dai «gentleboy» di Louis Vuitton alla poesia di Miyake

Nella moda di oggi i vestiti quasi non contano. Vale tutto, a patto che il racconto che ci si costruisce intorno sia efficace e martellante, non necessariamente originale. In questo senso Louis Vuitton è un caso esemplare, ma anche un casus belli, e lo show di ieri, il secondo per Virgil Abloh, ne è flagrante dimostrazione. L’arrivo del poliedrico Abloh al timone creativo della collezione maschile ha dato al marchio francese, già equipaggiato di appeal planetario, una incredibile spinta. Lo ha al contempo propulso nel più alto empireo del desiderio e ammantato di una narrativa basata sull'idea del ragazzo nero che è riuscito nel mondo del privilegio.

Ne ha fatto insomma il tempio dell’esclusivo come inclusivo, che commercialmente è una trovata diabolica. Come che sia, ad Abloh va riconosciuto un merito: ha costruito una meravigliosa sovrastruttura - in senso marxiano, proprio - senza stravolgere più di tanto il prodotto, soprattutto i vestiti. Paradossalmente, lo ha affinato giusto un po’, dando una identità più precisa, calcando la mano sull’aspetto pop degli accessori - plastiche traslucide, lucine segnaletiche, trovatelle genere gadgetworld.

Qui si ferma il lavoro stilistico, per lasciare subito tutto lo spazio allo storytelling, che invece è accurato, accattivante, pervasivo. La narrativa di stagione è, ancora una volta nera e inclusiva, ma di una universalità trascinante. Prendendo a modello la parabola di Michael Jackson, e qualche elemento del suo stile - guanti e calze glitterati, in primis - Abloh racconta il percorso di maturazione di un uomo attraverso gli abiti che indossa e le esperienze che affronta. Si parte in grigio, si finisce con un collage di bandiere che è la trasposizione forse sempliciotta di We are the world, e in mezzo ci sta una teoria di volumi che si muovono e flutturano intorno al corpo, che diventano adolescenziali nell'esplosione di colori e adulti nella apparente sobrietà. Oggettivamente, c’è una certa freschezza nella prova, ma la tanto invocata rivoluzione copernicana non si avvera.
Che un passaggio di sobrietà si materializzi anche sulla passerella di Vuitton è comunque notevole.

Homme Plissé Issey Miyake

Da Dries Van Noten scompaiono le stampe, i romanticismi, le eccentricità. O meglio, diventano tocchi, accenti, suggestioni, mentre l'attenzione si sposta sulla purezza sobria della linea. La rinuncia a ogni distrazione estetica nasce da un disegno preciso: sviluppare una idea di tailoring per la prossima generazione. Nella interpretazione di Van Noten è una sartoria morbidamente severa in grigio e cammello, fatta di volumi generosi ma esatti, di pantaloni fluidi che si arrestano alla caviglia e giacche indossate con piumini trapunta, ma anche di salopette da lavoro e cappotti coperta. A siglare il tutto, l'eleganza calma e inarrivabile dello stilista belga. Manca il guizzo del passato, ma lo statement è inequivocabile, e condivisibile.

Yohji Yamamoto

Sono eternamente vestiti di nero i romanticoni ruvidi di Yohji Yamamoto, gaglioffi dall'animo lirico che questa stagione indossano marsine dai bottoni d'oro, pantaloni abbreviati e camicie dai colli regali. L'ispirazione alta uniforme è chiara, così come il riferimento a silhouette sei-ottocentesche, ma i tessuti secchi, il nero e l'attitudine presente evitano ogni rischio costume.

Non tutti si uniformano ai tempi correnti, comunque. È un dito medio alzato a mo' di sberleffo liberatorio in faccia alla sobrietà restaurativa che avanza la collezione di Rick Owens, ode al vetriolo del glam, alla ferocia del camp e ai tacchi come strumento per destabiizzare ogni pensiero normativo in termini di rappresentazione vestimentaria della mascolinità. Prendendo ispirazione da Larry Legaspi, autore dei look spaziali e debosciati dei Kiss, Owens spinge l'acceleratore sull'ambiguità, in un detour di autentica ricerva modellistica che disegna una silhouette agitata. Bastano le spalle insellate, le zeppe torreggianti, i fiotti di rosso, i rasi e i pantaloni a vita alta a creare un repertorio potente, capace di indispettire ancora dopo tanti anni. Perché nonostante il genderless e tutto il resto, l'uomo femmineo spaventa. Provocare per far pensare è ancora possibile, e in questo Owens è maestro.

La provocazione di Vetements, tutta felpe e passamontagna, è un urlo di ribellione giovanilistica che di questi tempi appare insieme necessario e velleitario. È pura poesia, invece, la collaborazione tra Issey Miyake e il coreografo Daniel Erzalow per la prima presentazione live di Homme Plissè, la linea lanciata nel 2014 e baciata da immediato successo. Non una sfilata, ma una performamce tra ginnastica e danza nella quale il dialogo fluido tra abito, corpo e gesto, tipico di Miyake e definente di Homme Plissé, prende vita con un immediatezza visiva e emotiva che travolge.

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