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Alevì, la start up di scarpe che corre sull’asse tra San Mauro Pascoli e Los Angeles

Business plan accurato, idee chiarissime su come organizzare la produzione; pianificazione altrettanto chiara di placement del prodotto; un mix di ambizione, sogno e concretezza. Potremmo descrivere così gli ingredienti che hanno fatto di Alevì una start up di successo. Non sono ingredienti che si trovino facilmente osservando le start up. Almeno non tutti insieme: spesso ci sono ottime idee, manca però il partner produttivo o una visione economia e finanziaria che permetta almeno di testare il prodotto sul mercato, non solo in showroom. Altre volte ci sono idee e capitali, ma non si ha una visione di medio termine. Altre ancora da una prima intesa tra co-fondatori si passa a divergenze su dove andare o su come risolvere i problemi che inevitabilmente emergono quando si prova a far nascere e crescere un brand. Specie in un settore, quello della moda, decisamente affollato di marchi, nuovi e storici. Specie in un momento storico in cui, nella moda e non solo, la rivoluzione digitale ha cambiato le modalità di acquisto e di consumo. E forse persino la testa e i gusti delle persone.

Le due fondatrici di Alevì, Perla Alessandri e Valentina Micchetti

Perla Alessandri e Valentina Micchetti, fondatrici di Alevì, sono prima di tutto amiche da tanto tempo: si conoscono, si vogliono bene e sanno quali sono i rispettivi punti di forza. Hanno background molto diversi: la prima è cresciuta a “pane e calzature”, anzi, a “pane e calzature di lusso”. Il calzaturificio della sua famiglia è a San Mauro Pascoli (in provincia di Forlì-Cesena, Emilia-Romagna), nel cuore di uno dei distretti italiani delle scarpe, e da anni produce per marchi internazionali come Chanel e Saint Laurent. Perla ha studiato economia e management, poi si è fatta le ossa in azienda nell’area commerciale e della produzione. Adora le scarpe, ovviamente.

Valentina invece ha 15 anni di esperienza in quel tipo particolare di pubbliche relazioni, come si diceva una volta (oggi si usa semplicemente “pr”) , che sono le “celebrity pr”. Si occupa cioè dei rapporti con le stylist, le persone (uomini ma soprattutto donne) che consigliano a cantanti, attrici, influencer come vestirsi. Un lavoro profondamente cambiato dalla diffusione dei social network. O forse nemmeno tanto: le celeb continuano a rivolgersi alle stylist, Instagram e altri social hanno semplicemente accelerato l’eco dei loro look. Un abito indossato su un red carpet e la calzatura che lo accompagna possono essere visti, apprezzati, commentati e condivisi da milioni di follower se parliamo si account di celeb americane come Beyoncé, Kendall Jenner e molte altre.

Valentina e Perla hanno quindi esperienze e competenze diverse e complementari e, forse ancora più importante, capiscono l’importanza di combinare prodotto e comunicazione. «Abbiamo presentato la prima collezione nel febbraio 2018, ma ovviamente era frutto di mesi di lavoro. Per presentare un marchio di calzature ai buyer occorre avere dei prototipi, un campionario, che deve essere perfetto - raccontano -. Avere alle spalle un’azienda è stato il primo asset: non abbiamo dovuto spiegare cosa desideravamo né a quale livello di qualità mirassimo. Non ci sono stati chiesti minimi garantiti per un’eventuale produzione post-campionario. Certo, è stata comunque una scommessa e non credo (Perla ride) che in azienda sarebbero stati contenti se il nostro prodotto non fosse piaciuto...».

Il modello Irina

Una prima collezione di scarpe da donna molto glamour: «Se dobbiamo pensare a chi ci siamo ispirate, il primo nome che ci viene in mente è Gianvito Rossi - dicono Valentina e Perla -. I prezzi partono da 500 euro circa per arrivare a 700-800. La qualità è altissima, ma diciamo che costiamo cento euro meno di marchi con un prodotto di qualità analoga: succede perché saltiamo un passaggio, quello degli agenti e showroom».

La seconda e terza collezione, come la prima, sono state presentate in alberghi di lusso o appartamenti privati, con appuntamenti con buyer italiani e internazionali. Ma il passaggio iniziale non è stato prendere contatti con i buyer, bensì regalare otto paia di scarpe ad alcune celeb che Valentina conosceva bene. Un’altra scommessa, certo. Nessuno avrebbe potuto garantire che le avrebbero indossate e, soprattutto, che avrebbero postato le foto su Instagram indicando di che scarpe si trattasse. «E’ successo proprio questo. Poi, come per magia, siamo state contattate da Barney’s (il department store più sofisticato di New York, ndr), Harrods e altri ancora.Da cosa nasce cosa, il passaparola è tutto: fra celeb, fra stylist, fra buyer e naturalmente tra clienti finali».

La terza collezione, presentata in questi giorni a Milano, è ovviamente più grande della prima: «Abbiamo tacchi otto, ma anche undici. Oppure scarpe con cinque centimetri di “zeppa” interna e boots. Non vogliamo esagerare però: dobbiamo continuare a fare quello che sappiamo fare e tenere i piedi per terra, nonostante i tacchi (ridono)».

Il modello Alessandra

Alevì (acronimo composto dalle prime tre lettere del cognome di Perla e dalla V di Valentina) ha una doppia anima anche geografica: Perla passa la maggior parte del suo tempo in azienda, si sposta a Parigi, New York, Londra e Dubai solo per le presentazioni e gli appuntamenti coi buyer. Valentina per la maggior parte dell’anno vive a Los Angeles, dove Alevì ha una sede distaccata con sei dipendenti, ma, dice «un giorno vorrei tornare ad abitare stabilmente in Italia».

Alle scarpe le due amiche-socie vorrebbero affiancare una linea di borse, ma non a breve, mentre escludono l’abbigliamento. «Il 2018 si è chiuso con un ebitda molto alto, specie per una start up, e crescite a due cifre degli ordini. Lo stesso vale per il 2019 e, chissà, potremmo presto aprire il capitale a soci che capiscano lo spirito del marchio e dei nostri piani di crescita». Valentina e Perla però aggiungono una considerazione per certi versi (positivamente) sorprendente: «Le nostre esperienze professionali e di vita ci hanno fatto capire che un marchio può nascere, avere un grande successo immediato ma che non necessariamente può o deve durare nel tempo. Oggi è tutto così veloce: cambiano i gusti, la sete di novità rischia di bruciare anche i progetti migliori. Viviamo pensando di avere un futuro a medio termine e ci piacerebbe fosse così. Guardiamo con molta attenzione i conti e vogliamo essere pronte per il giorno in cui qualcuno busserà alla porta di Alevì per investire nel marchio, ma prima, giustamente, vorrà vedere i bilanci. Allo stesso tempo viviamo come non ci fosse un domani, godendo del lavoro quotidiano e del sogno che abbiamo realizzato. Ma è meglio avere dei “sogni di riserva”. E a noi non mancano».

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