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Dal denim al minimalismo, le eccellenze della moda «made in Japan»

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guardando a oriente

Dal denim al minimalismo, le eccellenze della moda «made in Japan»

Issey Miyake
Issey Miyake

Del Giappone si possono avere tanti gradi di conoscenza. Il desiderio di sapere di più su una cultura, un popolo, un Paese si nutre, almeno all'inizio, di affinità istintiva, di fascinazione scattata magari da un'immagine, un incontro fugace, dalla lettura di un libro. Da lì può iniziare un viaggio infinito che parte da nozioni teoriche e porta a soggiorni più o meno lunghi.

Può accadere il contrario: da una visita casuale si può sviluppare un interesse al quale dedicarsi una volta tornati a casa. O ancora, specie nell'era digitale, si può costruire un percorso di conoscenza virtuale. Qualunque sia il punto di partenza, chi si interessa di Giappone resta colpito dall'apparente coerenza delle espressioni culturali e sociali. Ogni scoperta si aggiunge a un puzzle esistente: chi avesse familiarità solo con ikebana (composizione dei fiori) o feng shui (armonia dell'arredo), potrebbe stupirsi della complessità della cerimonia del tè o potrebbe restare incantato guardano un cuoco che lavora a una “barca” di sushi e sashimi. Ma alla fine tutto tornerebbe.

Issey Miyake (Photo by FRANCOIS GUILLOT / AFP)

Vale anche per la moda e gli stilisti giapponesi, almeno se visti con occhio occidentale. Negli anni 80 rappresentarono una piccola grande rivoluzione nello stile e ispirarono – magari solo per una stagione – creativi europei e americani. Parliamo di Issey Miyake, Kenzo Takada, Yohji Yamamoto, Junya Watanabe, “erede” di Rei Kawakubo. Ancora oggi però quella prima generazione e la successiva porta in passerella, nei negozi e nelle strade, uno stile riconoscibile, pur se calato, di volta in volta, nella contemporaneità.

Comme des Garçons(Photo by FRANCOIS GUILLOT / AFP)

Non vogliamo dire che la cultura e l'arte giapponese (di cui la moda fa parte a pieno titolo) siano fatte di sola luminosa coerenza. La società giapponese è piena di paradossi e disuguaglianze. La parità tra donne e uomini avanza a ritmi ancora più lenti rispetto all'Occidente; gli anziani sono considerati un peso, più che una risorsa, come vorrebbero taoismo e confucianesimo. Potremmo proseguire: c'è chi pensa, anche tra gli intellettuali locali, che dietro a una innegabile gentilezza e attenzione verso le persone, vicine o sconosciute, si celi una sorta di anafettività, di incapacità di empatia. In molti definirebbero i giapponesi freddi, distanti, benché corretti e precisi. Può darsi che la medaglia della correttezza formale abbia un rovescio spiacevole, per la moda però forse no.

Yohji Yamamoto (Photo by Christophe ARCHAMBAULT / AFP)

La pulizia delle forme unita alla complessità delle ispirazioni culturali, nonché la passione per la qualità dei materiali e il know how tessile, fanno degli stilisti e dei marchi giapponesi, oggi come 30, 40 anni fa, una sorta di isola a sé (non necessariamente felice, come tutte le isole) nel magma attuale dello stile.
Il Giappone – insieme all'Italia – è il Paese con i migliori produttori di tessuti in denim e tecnici. Non è un caso che abbia anche prodotto una “classe” di creativi in grado di spiccare sulla scena mondiale, proprio come era accaduto in Italia negli anni 80 e 90. Nel nuovo millennio però i due ecosistemi hanno preso strade diverse: l'Italia si è aperta, in tutta la filiera,a influenze (e capitali) esterni e a filoni di creatività inesplorati. È un bene: viviamo in un mondo che ha bisogno di aprire confini, di abbandonare autoreferenzialità e illusioni di autosufficienza culturale. In altre parole, speriamo che ancora una volta la moda (italiana) possa intuire e anticipare un cambiamento della società (globale).

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