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La perfezione estetica in sette passaggi: fa scuola il modello beauty giapponese

Sobrietà, semplicità e serenità: questo significa bellezza in Giappone, secondo i principi classici di kanso, shibui e seijaku. Un senso estetico - l’estetica nel Paese del Sol Levante è considerata una parte integrante della cultura e della vita quotidiana - che si declina in equilibrio, ricerca della perfezione, amore per il dettaglio e una cura del corpo, quasi ossessiva per un occidentale, per una questione di rispetto di se stessi e degli altri.

Un approccio olistico che segue una tradizione millenaria, con rituali ben precisi, ingredienti naturali, lusso discreto, ma anche serietà, innovazione e tecnologia. Un mix che sta conquistando il mondo, come ha infatti titolato il Financial Times riferendosi alla cosiddetta J-Beauty, la cosmesi giapponese, «Il gigante addormentato si sta svegliando». L’anno scorso le esportazioni di cosmetici hanno superato i 3 miliardi di dollari (+49%) raddoppiando dal 2014.

Le donne giapponesi cercano una pelle candida e diafana e, per una questione di equilibrio, un viso piccolo e occhi grandi. Un antico proverbio dice che «la pelle bianca copre sette difetti», per questo la tendenza è di evitare il più possibile l’esposizione solare e l’uso di prodotti estetici sbiancanti. Il motivo? La volontà di emulare la bellezza stereotipata delle donne caucasiche ma, si dice anche, la credenza del passato che una carnagione più chiara fosse indice di livello sociale più alto. Ancora, la pelle di porcellana è considerata sinonimo di perfezione.

Un ideale di bellezza che si è diffuso in Giappone sin dal periodo Nara (710-733) durante il quale le donne facevano già ampio uso di crusca di riso e polvere di perle per prendersi cura della pelle, applicando cipria bianca sul viso per ottenere il caratteristico effetto pallido. Durante il periodo Edo (1603-1868) le geishe usavano uno struccante derivato dagli escrementi di una specie di usignolo giapponese che aveva anche la proprietà di sbiancare e illuminare l’incarnato. Ancora, il gusto per una carnagione diafana viene rafforzato dal fatto che gli attori di Kabuki, gli idoli del momento, comparivano in scena con tinte bianchissime sul volto, colore ottenuto con un prodotto - tossico - a base di piombo.

Nei primi decenni del Novecento la pelle chiara era spesso associata a virtù come femminilità, castità, purezza, onestà e istinto materno. Fino ai giorni nostri con la contaminazione della cultura e della moda occidentali che ha definitivamente incentivato il mercato dei prodotti bihaku (sbiancanti) in Giappone dove circa il 20% dei cosmetici venduti appartengono a questa categoria.

La ricerca estetica della perfezione si declina nel ricorso a rituali meticolosi e quotidiani - il 60% delle giapponesi dedica più di venti minuti alla cura di sé, il 21% supera la mezz’ora al giorno -. Protocolli tradizionali che prevedono una routine composta da almeno sette passaggi. Si chiamalayering e significa, come dice il termine inglese, la stratificazione dei prodotti per lo skincare, dalla detersione con un olio naturale e un sapone, all’applicazione del siero e della crema massaggiando il viso, fino a occhi e labbra.

Gli ingredienti naturali sono il segreto della bellezza: come le alghe, l’olio di fiori bianchi di camelia e l’acqua di cottura del riso. Il collagene? invece che farselo iniettare per correggere le rughe, le giapponesi lo mangiano. Esistono infatti ristoranti che offrono al pubblico femminile (ma anche maschile) bevande e piatti a base di questa sostanza.

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