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Vuitton ritira i capi ispirati a Michael Jackson dal mercato americano. Stasera il documentario che accusa la star a dieci anni dalla morte

Ancora poche ore e il canale Nove del digitale terrestre trasmetterà l’ultima parte del documentario Leaving Neverland, in prima serata ieri e oggi, 20 marzo. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito è già andato in onda: in Usa il canale via cavo Hbo ha trasmesso la prima parte un paio di settimane fa ed è stato il terzo documentario più visto degli ultimi dieci anni (1,3 milioni di telespettatori). Sul britannico Channel 4, sempre la prima parte ha raggiunto un picco di 2,4 milioni di telespettatori e, con un ascolto medio di 2,1 milioni di telespettatori, è risultato il programma più visto dal pubblico di età compresa tra 16 e 34 anni.

Lasciare - o lasciarsi alle spalle - l’isola che non c’è è la traduzione in italiano del titolo del documentario. Neverland (come viene definita nella versione originale di Peter Pan quella che nella traduzione in italiano abbiamo chiamato Isola che non c’è) era il nome dato da Michael Jackson al suo gigantesco ranch. Il documentario racconta la storia di due bambini, James Safechuck e Wade Robson (10 e 7 anni all’epoca dei fatti), entrambi diventati amici di Jackson, affascinati, come le rispettive famiglie, dalla fiabesca vita del cantante all’apice del successo planetario. Attraverso le interviste agli ormai trentenni Safechuck e Robson e ai loro familiari, il documentario svela gli abusi subiti negli anni, che hanno portato entrambi gli uomini a confrontarsi con i loro traumi a distanza di tempo, non solo come adulti ma anche come genitori.

Il film era stato proiettato in anteprima in gennaio all’ultimo Sundance Film Festival (la rassegna di cinema indipendente organizzata da Robert Redford) e sta portando molti a chiedersi se - a distanza di 10 anni dalla morte - sia il caso di mettere in discussione l’opera di Michael Jackson, oltre alla sua vita privata.

Il caso Louis Vuitton
Non è un problema da poco, come dimostra quello che è successo settimana scorsa intorno alla collezione Louis Vuitton disegnata da Virgil Abloh, stilista afro-americano e direttore creativo della parte uomo della maison francese. Per l’ultima sfilata (nella foto in alto), nel gennaio scorso, a Parigi, Abloh aveva spiegato di essersi ispirato a Michael Jackson. A distanza di due mesi, come è successo in casi simili, sui social è partito il tam tam, che ha preso di mira la collezione sull’onda della messa in onda del documentario Leaving Neverland. Indignazione social a parte, è stato anche il sito Business of Fashion (di cui Lvmh, che controlla Vuitton, detiene una quota) a pubblicare un articolo intitolato Louis Vuitton Has a Michael Jackson Problem, scritto da Alexandra Mondalek e mandato a tutti gli iscritti alla newsletter venerdì scorso. Business of Fashion parlava di una «pr crisis» (crisi reputazionale, potremmo dire) e in effetti la reazione dei vertici di Vuitton non si è fatta attendere, anche se diffusa solo in inglese e solo, in pratica, ai media americani, già venerdì.

Le parole dei vertici di Vuitton
«My intention for this show was to refer to Michael Jackson as a pop culture artist. It referred only to his public life that we all know and to his legacy that has influenced a whole generation of artists and designers. I am aware that in light of this documentary the show has caused emotional reactions. I strictly condemn any form of child abuse, violence or infringement against any human rights», ha detto Virgil Abloh. Ovvero: «In questa sfilata ho inteso fare riferimento a Michael Jackson come artista e protagonista della cultura pop. Ho fatto riferimento solo alla sua vita pubblica, di cui sappiamo tutto, e all’eredità che ha lasciato come artista, che ha influenzato un’intera generazione di artisti e stilisti. Mi rendo conto che, dopo la messa in onda del documentario, la sfilata ha causato reazioni emotive. Condanno con forza ogni forma di abuso sui bambini, di violenza e di violazione dei diritti umani».

Altrettanto chiare le parole di Michael Burke, presidente e amministratore delegato di Vuitton: «We find the allegations in the documentary deeply troubling and disturbing. Child safety and welfare is of utmost importance to Louis Vuitton. We are fully committed to advocating this cause.» Ovvero: «Le accuse mosse dal documentario sono secondo noi gravi e inquietanti. La sicurezza e il benessere dei bambini è prioritaria per Louis Vuitton. Il nostro impegno per difendere questa causa è massimo». Il riferimento di Burke è, tra le iniziative più recenti, alla partnership con Unicef, che la maison francese sostiene con il progetto #Makeapromise, lanciato nel 2016 e che nei primi due anni ha raccolto più di 5 milioni di dollari in favore di tutti i bambini bisognosi di assistenza umanitaria.

La decisione di ritirare alcuni capi
Difficile prevedere se, dopo la messa in onda del documentario in Italia e altri Paesi, la questione tornerà di stretta attualità. Di fatto, Vuitton ha deciso di ritirare i capi direttamente ispirati a Michael Jackson e solo dal mercato americano, come anticipato dal quotidiano Wwd venerdì in un articolo intitolato Louis Vuitton Condemns Abuse Amid Michael Jackson Controversy. La sfilata di gennaio (con in prima fila, tra gli altri Naomi Campbell, che di Jackson fu amica) era accompagnata da un invito a forma di guanto bianco e da una colonna sonora che comprendeva alcune canzoni di Michael Jackson e alcuni abiti e accessori che rendevano omaggio al cantante e che avrebbero dovuto arrivare nei negozi quest’estate.

Tra questi, maglioni, felpe col cappuccio, una camicia e pantaloni con il motivo dei cartoni del musical The Wiz, una t-shirt stampata con l’immagine dei suoi mocassini e una giacca che ricordava quella con tre cerniere indossata da Jackson nel video per Beat It. La marcia indietro di Louis Vuitton è l’ultima in ordine di tempo: la musica di Jackson è stata messa al bando da tre radio canadesi, mentre i Simpson hanno ritirato dalla distribuzione un episodio iconico del cartone animato in cui “Jacko” dava la voce a un personaggio. Nel Regno Unito alcuni quotidiani, come il Guardian, si sono addirittura chiesti se sia il caso di continuare ad ascoltare e acquistare la musica creata da Jackson, i suoi video, i documentari, le registrazioni dei concerti.

Qualche considerazione a margine
Dei commenti pubblicati in Italia in questi giorni su Michael Jackson e le su sfortune postume, tra i più interessanti, secondo chi scrive, c’è quello apparso sul Giornale, scritto da Marcello Veneziani e che potete leggere in versione integrale sul sito dello scrittore e saggista: «A dieci anni dalla morte di Michael Jackson, un film in uscita mette a soqquadro la memoria della pop star e getta lunghe ombre di pedofilia sulla sua controversa figura – scrive Veneziani –. Due ex-adolescenti lo accusano di abusi sessuali e il mondo nuovamente si divide tra i suoi perduranti fan e i suoi detrattori, i suoi famigliari e i suoi accusatori, mentre fioccano denunce e querele. Non entrerò nel merito della questione, ma mi soffermerò sul mito di questo cantante».

Per chi volesse avere un’immagine di come fu, da artista, fino a pochi giorni dalla morte, Michael Jackson, su Netflix è disponibile da dicembre (speriamo ancora per molto) il documentario This is it, montato postumo e che raccoglie spezzoni delle prove fatte per lo spettacolo che avrebbe dovuto toccare 50 città nel mondo, per “festeggiare” i 50 anni della star. 50 date esaurite prima che il tour iniziasse e che, alcuni pensavano, sarebbe stato l’ultimo di Jackson (da qui il titolo, che potremmo tradurre con “Questo è quanto, questo è tutto”). Ci sono due aspetti che stridono nelle accuse postume a Jackson: il primo è la sua impossibilità a difendersi, essendo morto dieci anni fa per un’overdose di droghe sintetiche e farmaci in circostanze ancora poco chiare. Il secondo è che non dovrebbe essere così automatico legare l’opera di un artista ai suoi (presunti o veri) peccati. La storia dell’arte è piena di esempi e lo stesso vale per personaggi famosi di ogni epoca, non necessariamente artisti in senso stretto. I tempi sono cambiati, si dirà. Occorre alzare il velo, parlare di pedofilia, seguire l’esempio, ad esempio, del mea culpa della Chiesa. Può darsi. O può darsi di no.

Morto Joe Jackson, il padre di Michael

La fragilità di Michael Jackson
Guardando This is it, ci si rende conto di una cosa: il re del pop era senz’altro un essere umano tormentato, ossessionato dalla sua incerta sessualità, dal passato di abusi da parte dei padre e dei fratelli, dal rapporto con il colore della sua pelle e i suoi tratti afro-americani, che trasformò con decine di interventi chirurgici, sbiancamenti della pelle, medicine di ogni genere. Ma sul palco era a suo agio, in pace con se stesso. Forse solo sul palco. Lo si osserva inevitabilmente ammirati, nel documentario visibile su Netflix, mentre balla, canta, suona, parla con i ballerini, i coristi, i tecnici, il regista dello show. È come se il microcosmo del palco, dello spettacolo dal vivo, fosse l’unico mondo che riuscisse a comprendere, in cui riuscisse a essere se stesso.

Fuori dal palco era tutto molto più oscuro. Come ha scritto ancora Veneziani: «Jackson è morto di rifiuto della condizione umana e terrena, rifiuto della realtà, del mondo, orrore della vita e dei suoi limiti, ricusazione del fato. È martire della società postumana. Transgenica e transumana, che si illude di sopravvivere alla vita rinunciando a viverla, che si sottrae agli urti, all'invecchiamento e alla realtà per preservarsi pura e incontaminata in una surreale esistenza asettica che coincide con un'eutanasia. Fuori dall'età che avanza, fuori dal mondo (...). Non infierite ora a dieci anni dalla morte riesumando la sua vera o presunta pedofilia. Abbiate pietà di quell'uomo che si inflisse già da morto la pena di una vita sontuosa in fuga da se stesso, dal mondo, dagli umani».

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