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economia circolare

Dalla moda al design, aumentano i prodotti «belli e ben fatti» che nascono dagli scarti

Lavorazione di una borsa Freitag, fatta di vecchi teloni di tir
Lavorazione di una borsa Freitag, fatta di vecchi teloni di tir

Da un involucro per cioccolatini a materiale per scarpe di lusso: era stato Salvatore Ferragamo a raccontare di quando, negli anni Quaranta, in cerca di materiali alternativi ai pellami più costosi, ebbe l'idea di usare la carta che sua madre aveva appena gettato per dar vita alle sue calzature. Se la necessità che aveva stimolato la creatività di Ferragamo era figlia delle durezze della seconda guerra mondiale, oggi invece una scarpa viene realizzata con materiali “alternativi” per la necessità di porre un freno al consumo di risorse naturali e al dilagare dei rifiuti.

Secondo il report «Circularity World Gap 2019» presentato due mesi fa al Forum di Davos, solo il 9% dei 92 miliardi di tonnellate di materie prime consumate nel mondo viene recuperato e reimmesso nel sistema, seguendo i principi dell'economia circolare. Il divario da recuperare è ancora enorme, grave l'urgenza di farlo. Tale necessità sta però alimentando una nuova creatività: quelle di aziende già ben avviate, oppure di start-up, che nel recupero di materiali di scarto vedono l'occasione per salvare il Pianeta e offrire insieme prodotti originali e innovativi.

Prendiamo la plastica: secondo i dati della Ellen MacArthur Foundation, ogni anno se ne riversano nell'ambiente 300 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui otto vanno negli Oceani. Dal materiale che finisce in mare l'azienda trentina Aquafil ha ricavato l'Econyl, una fibra di nylon rigenerato oggi usata per costumi da bagno, cinturini di orologi, tappeti (come quello che ha accolto le star a un party in occasione degli ultimi premi Oscar), abiti da passerella come quelli creati da Stella McCartney.

Ecoalf, in Spagna, recupera reti da pesca abbandonate nelle acque spagnole e thailandesi e le trasforma in scarpe e abbigliamento, proprio come fa il marchio californiano Bureo (che ne ricava anche skateboard). Con la plastica raccolta in mare sono state prodotte anche carte di credito (American Express) e sneaker (Adidas). E di plastica riciclata sono fatte anche le giacche Patagonia e le borse Freitag, ricavate dai teloni in disuso dei tir. Anche il fast fashion, quello di marchi come H&M e Zara, negli ultimi anni ha proposto intere collezioni fatte di fibre plastiche da riciclo.

Una sneaker Adidas realizzata con plastica raccolta negli oceani dalla ong Parley for Oceans

In nome dell'economia circolare, anche i rifiuti organici trovano nuova vita: già da quattro anni la cartiera Favini di Rossano Veneto (Vicenza) produce l'eco-box per lo Champagne Veuve Clicquot, trasformando in cartone i residui della lavorazione delle uve, mentre l'ingegnere Ludovica Cantarelliricava dalle bucce scartate dal processo di vinificazione preziose etichette per bottiglie. Sempre da Favini si è riusciti a recuperare scarti di agrumi, kiwi, mais, nocciole, mandorle, olive, ciliegie, lavanda e caffè per farne Crush, una linea di carta ecosostenibile.

Ludovica Cantarelli trasforma le bucce d’uva in etichette per bottiglie di vino

La nuova sensibilità, sempre più diffusa, sul tema dei consumi consapevoli sta modellando anche l'organizzazione di eventi globali: le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno saranno in questo senso una sorta di laboratorio, dove gli atleti vincitori saranno premiati con medaglie fatte di metalli ricavati da 47 tonnellate di rifiuti elettronici (tramite il programma The Medal Project, che sarà chiuso il prossimo 31 marzo); i team del Giappone, inoltre, indosseranno divise fatte di fibre tessili ricavate da sportswear usato e raccolto da Asics, che conferisce al progetto, oltre a un valore ecologico, anche quello emotivo di far indossare agli atleti le esperienze sportive dei loro connazionali.

Quello della creatività applicata al riciclo è, insomma, un grande atelier, dove a prodotti e formule già entrati appieno nel sistema produttivo se ne affiancano altri la cui sperimentalità è quasi una provocazione. È il caso di Red Mud Design, le stoviglie fatte di fanghi tossici provenienti dall'estrazione dell'alluminio, create da un team di studenti del Royal College of Art di Londra, o della start up britannica Gumdrop, che è riuscita a ricavare nuova plastica dai chewing-gum. Ma, come notò lo stesso Salvatore Ferragamo, «non vi è limite alla bellezza né grado di saturazione per l'immaginazione creativa». Neppure per le cose belle fatte di rifiuti.

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