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Dorchester collection, il boicottaggio contro il Brunei corre sui social

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la polemica

Dorchester collection, il boicottaggio contro il Brunei corre sui social

Park Lane
Park Lane

Il 3 aprile, nel Brunei, piccola nazione musulmana nell'Isola del Borneo, è entrata in vigore la pena di morte per lapidazione di omosessuali e adulteri. Il nuovo codice penale si basa un’interpretazione oscurantista della sharia, la legge islamica, che punta i riflettori sul Sultano Hassanal Bolkiah e sulla sua famiglia. A loro fa capo la Dorchester Collection, un gruppo di 9 hotel di lusso fondato nel 2006 di cui fanno parte il Principe di Savoia a Milano e l’Hotel Eden a Roma, e altri cinque stelle in Europa e negli Stati Uniti.

A prendere posizione contro le scelte del sultanato sono scesi in campo per primi gli attori attivisti George Clooney e Sharon Stone, i musicisti Elton John e Belinda Carlisle e tante altre celebrità internazionali che hanno pubblicamente chiesto di boicottare le proprietà della Brunei Investment Agency (Bia), la società governativa che risponde al ministero della Finanza, titolare del gruppo alberghiero.

Gli hotel del sultano non sono luoghi per tutte le tasche: hanno camere costosissime, che superano abbondantemente i mille euro a notte, e ristoranti stellati con conti proporzionali. Ragione per cui il boicottaggio è cresciuto, diventando un movimento di opinione sulla Rete, con manifestazioni che spaziano dai commenti argomentati agli insulti gratuiti spesso rivolti contro i dipendenti degli hotel.

Che hanno scelto di rispondere inviando a follower e hater un messaggio chiaro: «Siamo una compagnia fondata su inclusione, diversità e uguaglianza», ha risposto con una dichiarazione pubblica Dorchester Collection. «Non tolleriamo alcuna forma di discriminazione: non lo abbiamo mai fatto, né mai lo faremo. Capiamo il senso di rabbia e frustrazione delle persone, ma si tratta di una questione politica e religiosa e riteniamo che non debba ricadere sui nostri hotel e sui nostri 3.630 dipendenti. Siamo terribilmente dispiaciuti per quello che sta succedendo in questo momento e per l'impatto che sta continuando ad avere, in particolar modo sui nostri dipendenti, ospiti, partner e fornitori. I nostri valori sono molto lontani dalle politiche della proprietà. Siamo consapevoli che, in questo mondo sempre più globalizzato, altri brand hanno come proprietari realtà con un background simile. Amiamo ciò che facciamo e abbiamo enormemente cura dei nostri ospiti e delle nostre comunità».

Mentre le pagine web di Dorchester Collection funzionano regolarmente, sono stati invece sospesi gli account dei singoli alberghi. Al proposito, la compagnia ha commentato che pur credendo in una comunicazione aperta e trasparente, si è vista costretta a disattivare gli account social degli hotel, per tutelare i dipendenti da abusi personali: «Il nostro codice etico ribadisce l'importanza dell'uguaglianza sociale, del rispetto e dell'integrità morale in tutte le sfere d'azione, oltre a riconoscere il valore delle persone e delle diversità culturali dei nostri ospiti e dipendenti».

La posizione integralista del Brunei non è una novità. Già cinque anni fa, il sultano aveva annunciato l’intenzione di introdurre la sharia, e anche allora la reazione era stata immediata con la pubblicazione di una pagina sul settimanale di intrattenimento Variety che diceva, a caratteri cubitali «Non dormire con Sultano». Ma solo un anno dopo, attori e jet set erano ai party degli Oscar al Polo Club del Beverly Hills Hotel, come se nulla fosse accaduto.

Memoria corta da un lato, grande fascino dei Dorchester dall'altro, dal primo hotel acquistato a Londra nel 1987 fino all'ultimo, lo storico Hotel Eden di Roma, comprato nel 2013 e riaperto dopo un restauro di 17 mesi il 1 aprile 2017. Nonostante siano rimasti chiusi per più di un anno, hanno tenuto tutti i 180 dipendenti, e anzi li hanno incrementati a 220. E anche se ora il ristorante all’ultimo piano è moderno e di design, tutti i dipendenti sanno indicare l'angolo scaramantico in cui Federico Fellini rilasciava le sue interviste più importanti, davanti a uno dei panorami più belli di Roma.

Così è per tutti gli hotel del gruppo, ricchi di storie da raccontare, a cominciare da The Beverly Hills Hotel che fu costruito prima della città, diventandone il monumento fondante. Nel 1946, Dior aprì la sua boutique parigina in avenue Montaigne, proprio di fronte al Plaza Athénée, il suo posto del cuore, che oggi è famoso anche per il 3 stelle Michelin di cucina naturale di Alain Ducasse. Suo anche il due stelle Michelin di Le Meurice, sempre a Parigi, dove lavora anche Cédric Grolet, eletto miglior pasticcere del mondo nel 2018.

Il Coworth Park, ad Ascot, nella campagna appena fuori Londra, è invece uno degli alberghi più antichi d'Inghilterra, spesso scenario delle cronache sulla famiglia reale: la Regina Elisabetta va spesso a fare l'afternoon tea, e i nipoti Harry (che ha dormito in hotel la notte prima delle nozze con Meghan) e William giocano a polo nel club annesso, il più esclusivo nel Regno Unito, oltre ad aver trascorso l'ultima notte da single nelle bellissime suite della tenuta.

La storia però è fatta di momenti gloriosi ed empasse difficili come quella che stanno attraversando ora la società Dorchester Collection e i suoi dipendenti, di 67 nazionalità diverse, e sicuramente diversi scelte personali religiose e di vita. Se l’esito della protesta internazionale fosse il ritiro delle leggi retrograde appena attualizzate nel Burnei, il gruppo diventerebbe emblema di una svolta epocale in difesa delle libertà individuali.

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