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Rivoluzione Mini: compie 60 anni la star (sovversiva) a 4 ruote

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Rivoluzione Mini: compie 60 anni la star (sovversiva) a 4 ruote

Il modello originario reintepretato in una mostra
Il modello originario reintepretato in una mostra

Erano gli anni cinquanta, anzi la fine di decennio di transizione, quello del dopoguerra e della ricostruzione. Un periodo importante e prospero dal punto di vista creativo e tecnologico con l’arrivo della televisione e delle auto per tutti o quasi a suon di rate a cambiali. Oltreoceano nascevano la beat generation, il rock’n’roll e la pop art. In Europa erano anni d’incubazione del salto generazionale e culturale degli anni sessanta con la nascita della Swinging London e dell’imminente esplosione di fenomeni musicali che hanno cambiato la storia: Beatles e Rolling Stones. E il Regno Unito è al centro di questo fermento nel quale le macchine iniziavano a diventare il punto cardine della vita inglese, e non solo. Erano anche gli anni in cui nessuno avrebbe mai immaginato che il concetto di una piccola auto rivoluzionaria si sarebbe trasformato in una delle più impressionanti storie di successo del settore automobilistico per sessanta anni. In questo decennio nasce Mini, anzi il fenomeno Mini.

Rifiuto delle norme imposte e del materialismo e benvenute innovazioni nello stile, sperimentazioni ma anche interesse per la religione orientale. Anni di sovversione ma anche di grandi geni. Cliff Richards cantava Living Doll. Mentre dall’altra parte dell’Oceano Andy Warhol si divertiva a trasformare in opere d’arte anche i beni di consumo come i famosi barattoli di zuppa Campbell, ma anche il contrario: star mondiali come la bellissima Marilyn Monroe che nelle riproduzioni artistiche veniva svuotata del suo peso sociale.

Ma sono anni di grandi ingegneri navali divenuti geni della meccanica automobilistica. Alexander (Alec) Issigonis, ingegnere britannico di origine greca, progettò un’auto che ha fatto e continua a far sognare intere generazioni. Lui è il padre della Mini, nata appunto nel 1959. La piccola inglesina a quattro ruote ha infatti cambiato il mondo delle auto, del design e il senso stesso della mobilità urbana rendendola contemporanea. Trasformando l’industria inglese e mettendo l’automobile britannica al centro di un cambiamento epocale: quello che trova nella parola mini una sua parola chiave: la Mini, con la sua architettura rivoluzionaria, meravigliosamente minimalista come, appunto, la minigonna di Mary Quant, è un elemento che cambia le regole del gioco in una Gran Bretagna in bilico tra tradizione e voglia di futuro. Una nazione, anzi un Impero, uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale ma prostrato economicamente dallo sforzo bellico e in piena decadenza.

Winston Churchill, l’eroe della battaglia d’Inghilterra, viene bocciato alle prime elezioni dalla fine della Seconda guerra. Alla sua visione imperiale e conservatrice della società, gli elettori preferiscono un futuro fatto meno di gloria e più di welfare. Il cambiamento, anzi, la rivoluzione è già in corso. Una realtà a parte rispetto al resto d’Europa, dove il cricket è sport nazionale, l’ora del thè un rito necessario, la bombetta nera un’aspirazione e tutto è una questione di stile. Come la mobilità. Ma bisogna tener presente anche le questioni geopolitiche come la crisi petrolifera del Canale di Suez del 1956. Dal primo shock petrolifero (il secondo fu quello del 1973-4) nasceva l’esigenza di auto piccole che consumassero poco e questo diede avvio a uno dei progetti più importanti e disruptive - come lo definiremmo oggi - della storia dell’auto e della mobilità: la creazione, appunto di un’utilitaria dai consumi ridotti.

Il progetto venne avviato dalla British Motor Company, casa automobilistica inglese nata nel 1952 dalla fusione fra la Austin Motor Company e il Gruppo Nuffield a cui apparteneva il marchio Morris, e venne affidato a Sir Issigonis. Il risultato fu la nascita nel 1959 di un’auto a trazione anteriore e motore trasversale capace di accogliere comodamente quattro persone. Issigonis ribaltò le regole di progettazione: fece sedere in terra quattro operai corpulenti e disegnò intorno a loro la “mini” lunga solo 3 metri (3.050 mm) e larga 1,4 metri. E per fare spazio girò il motore: non più longitudinale, ma trasversale con trazione anteriore. Come quasi tutte le macchine di oggi. E mentre Londra e il vecchio continente si motorizzavano anche grazie a una Mini che veniva prodotta in tutto in tutto il mondo – compresa l’Italia dove aveva il marchio Innocenti – il sottofondo musicale recitava «You don’t need me to show the way, love. Why do I always have to say “love”?», primo grande successo dei Beatles: «Please Please Me».

Sono trascorsi sei decenni, Mini è un marchio Bmw in una nemesi storica che vede il dominio tedesco sui motori. Ora, dopo tre generazioni di Mini alla tedesca ma sempre fedele al design originale, i fari giallognoli sono sostituiti dai led, la chiusura centralizzata è di serie e il motore a scoppio inizia sostituito da quello elettrificato. Così anche Mini, una delle icone dell’auto, è flessibile e si adatta ai cambiamenti. E per il sessantesimo anniversario arriva la Mini 100% elettrica. Una grande storia destinata a continuare ancora e a far sognare anche le nuove generazioni.

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