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Modelli vincenti in cui il nuovo è sempre figlio dell’esperienza

Il bilancio. Gli anni della deindustrializzazione hanno dato vita a una lunga e vana ricerca di una dimensione alternativa alla fabbrica solo per convincerci ancora di più della sua insostituibilità in una prospettiva di rilancio

di Giuseppe Lupo

Eccellenze d'Italia. Officine intese come alto artigianato e come cuore pulsante dell'industria manifatturiera: il viaggio di Giuseppe Lupo ci ha condotto attraverso realtà italiane che rappresentano l'eccellenza. (Reuters)

6' di lettura

Arrivati alla fine di questo viaggio in alcune realtà produttive di questi anni – treni Frecciarossa, penne stilografiche, abiti sartoriali, chiavi, componenti per aerei, motoscafi, pipe, liquori, liquirizia, porcellane, arredamento, farmaci naturali, cinture di sicurezza – è necessario tracciare un consuntivo di massima.

La rubrica estiva ha preso le mosse da uno spunto di Ottiero Ottieri, scrittore tra i più rappresentativi della cosiddetta letteratura industriale. Il quale però, pur avendo avuto grande dimestichezza con le fabbriche degli anni 50 e 60, ne ha dichiarato la loro inaccessibilità e, di conseguenza, l’impossibilità a ricavarne un racconto. Ciò che postulava in forma nemmeno tanto nascosta, se da una parte conferiva alle fabbriche l’aspetto dell’inviolabilità e del mistero, dall’altro nullificava l’obiettivo verso cui si orientava la cultura italiana nel periodo del miracolo economico e cioè che abbattere il diaframma tra le “due culture” fosse un’operazione difficile da raggiungere, nonostante l’irrompere violento degli statuti tecnologici nel tessuto di un Paese non più contadino. Questo convincimento non solo minava la nascita di una cultura politecnica, ma risultava anche un modo attraverso cui gli antichi retaggi che il Novecento portava con sé – il ritenere in gran conto la vocazione al pensare e discapito della vocazione al fare – continuassero a certificare, di fatto, il primato del logos sulla praxis, dunque la differenziazione gerarchica dei saperi, così come aveva stabilito Benedetto Croce agli inizi del secolo.

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Il vero problema, però, non è mai stato l’impenetrabilità delle fabbriche (che tutto sommato hanno vissuto in quegli anni una stagione sotto i riflettori della cultura), piuttosto il valore pedagogico della lezione crociana, che nel corso dell’intero Novecento ha continuato ad agire negli strati sotterranei dell’establishment intellettuale, fornendo l’alibi a chi considerava secondaria o accessoria la dimensione tecnocratica del sapere o addirittura delegittimandola dinanzi agli occhi di quei numerosi autori che condividevano un destino di funzionari al servizio dell’industria. La lezione crociana, anche se nessuno aveva il coraggio di citarla apertamente, compiva fino in fondo il dovere di essere una sorta di vangelo dell’antimodernità, dimostrando quanto fosse ineliminabile la vecchia contrapposizione tra umanesimo e tecnologia fino al punto da impedire quel confronto disciplinare che invece doveva e poteva recuperare la lezione di una modernità politecnica, cominciata da Leonardo da Vinci e riproposta nel secolo scorso da Leonardo Sinisgalli e Primo Levi.

Per quanto ora possa risultare fuori luogo appellarsi a prospettive metodologiche che risalgano in un tempo antecedente di diversi decenni, non dovrebbe risultare vano discutere di un argomento simile a commento finale di una rubrica che invece, anticrocianamente, ha varcato la soglia di numerose manifatture sparse sul territorio nazionale, sia nel tentativo di smentire il paradigma Ottieri, sia con l’obiettivo di avvicinarsi alla nozione di fabbrica contemporanea, di conoscerla e di raccontarla. Non dovrebbe risultare vano in ragione di un atteggiamento che permane presso intellettuali e scrittori ancora oggi e che si manifesta qua e là in quelle opere in cui l’industria viene rappresentata come luogo del dolore, causa di precarietà e di morte. Nessuno nega con quanta frequenza oggi le statistiche registrino gli incidenti sul lavoro e nemmeno c’è chi dubita che i processi di delocalizzazione, cominciati sul finire degli anni 90, abbiano determinato disoccupazione e instabilità. Tuttavia non ci si può avvicinare alle fabbriche del presente affidandosi a questo tipo di approccio. Sarebbe come restaurare quella porzione di Novecento che non è riuscito a liberarsi dei pregiudizi antindustriali, nonostante da almeno trent’anni ci si trovi in un’epoca post-ideologica, con tutto il gravame di corrosività che il fenomeno si porta con sé, compreso l’incontro mancato tra intellettuali e macchine. Anche da qui ha preso le mosse la rubrica.

Pur rimanendo non facilmente esposti alla curiosità dei visitatori, i luoghi canonici della capacità manifatturiera italiana condividono sempre più l’esigenza di essere raccontati, ben consapevoli che il loro sofisticato exemplum apparirebbe qualcosa di manchevole se venisse privato del corredo di informazioni necessarie al racconto di sé. Nel nostro tempo il “saper fare” ha (quasi) lo stesso peso del “sapersi comunicare”. Ciò è frutto del cambiamento strategico avvenuto negli ultimi decenni, quando l’elaborazione di uno storytelling ha orientato i piani della comunicazione aziendale, rinnovando il significato di ciò che si produce e che contribuisce a far uscire l’intero comparto industriale da quell’isolamento in cui il Novecento, con le sue impennate antiborghesi, con i suoi falsi miti ideologici, l’aveva erroneamente rinchiuso. Che questa sia la strada per tentare di mettere alla pari le “due culture” è forse avventato affermarlo, però è sicuramente questo il percorso migliore per riguadagnare il terreno perduto e riottenere quella credibilità attrattiva che era stata smarrita.

C’è un ulteriore elemento che rinforza il cambio di paradigma ed è senza dubbio il desiderio di capovolgere i pregiudizi di un intero secolo, a causa dei quali sarebbe corretto affermare che in Italia, se presso le compagini intellettuali non si è mai del tutto formata una mentalità favorevole alla dimensione industriale, se permangono pregiudizi sotto la cenere – e ne vediamo ancora i riflessi quando sui banchi delle librerie giungono volumi ad alto tasso di corrosività –, nemmeno è stata favorita l’acquisizione di una borghesia imprenditoriale a capofila di un processo di maturazione politica. Intendiamoci bene: la borghesia ha svolto fino in fondo il proprio ruolo nell’intero arco del secolo scorso, ma lo ha fatto da dietro le quinte, spesso intimorita dall’opinione pubblica o dallo stesso ceto intellettuale che non ha taciuto l’ostilità nei suoi confronti. Anche in questo caso compiere un viaggio in alcuni tra i brand più affermati del made in Italy potrebbe aver contribuito a valorizzare la presenza di un tessuto produttivo di indubbia qualità in un’epoca in cui i segnali sono di tutt’altra natura. Non solo ci troviamo in un Paese lontano dalla deriva post-industriale, ma addirittura il tessuto di piccole e medie aziende manifatturiere risulta in grado di sorprendere sia per la capacità di fare impresa secondo i requisiti del modello 4.0, sia per la disponibilità a innovare conservando saldi i rapporti ciascuno con la propria tradizione.

Un dato che trapela con evidenza, per esempio, è la solidità di un modello che, per essere vincente, affonda le radici in un humus in cui il nuovo non può non risultare figlio di un’esperienza pregressa, spesso collegata da motivazioni antropologiche o legami di appartenenza familiare. Trovare la sintesi o il migliore equilibrio tra quel che ciascuna di queste realtà è stata e quel che intende essere nell’immediato futuro (e quindi in che maniera posizionarsi sul mercato) è un elemento che percorre in forma comune la linea lungo la quale si muove la maggior parte delle aziende visitate e in alcuni casi è risultato un vero e proprio motivo identitario.

Ma c’è un altro aspetto che rende ancora più interessante questo viaggio ed è la sorpresa nel constatare che esiste un’Italia produttiva di cui conosciamo i risultati, cioè gli oggetti, il più delle volte perfetti nell’equilibrio tra bellezza e praticità, ma non i luoghi in essi vengono fabbricati. Questa nazione artigiana, che da sempre trova il suo punto di forza nell’esercizio del fare (e del fare bene), vive una propria, autonoma personalità, che però si manifesta soltanto negli aspetti esteriori, negli stadi finali della filiera. Visitare le officine e raccontarle dall’interno è come se avesse colmato una distanza, come se avesse contribuito a farle uscire dal ghetto in cui moralmente il Novecento antindustriale e antiborghese le aveva rinchiuse, restituendo loro una centralità nei destini futuri, non essendo ancora pronto all’orizzonte un modello di sviluppo che ne integri i punti di debolezza o addirittura lo scavalchi in vista di un’alternativa.

La verità è che, in vista di un rilancio economico, non c’è alternativa alla fabbrica, anche se dagli anni in cui è incominciata la fase di deindustrializzazione tutti gli sforzi sono stati indirizzati nella direzione di cercarla, questa dimensione alternativa, complici una serie di illusioni che avevano fatto credere a un superamento dell’idea di fabbrica come motore di un Paese. Il viaggio di Officina Italia non ha mancato sotto questo aspetto. Nessuna delle realtà visitate ha mostrato segni di usura, anzi si è manifestato con grande evidenza il carattere tenace di un sistema produttivo che ha reagito alla crisi del 2008 e sta reagendo a quella consequenziale della post-pandemia a patto che riconosca la validità di avere un progetto o, come spesso si sente dire, profondità e visione. A patto che esca anch’essa dalla cronaca e torni all’epica.

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