Impresa & capitali

Modello distretti per le Pmi a caccia di finanziamenti

di Marcello Messori

(Adobe Stock)

3' di lettura

Next Generation Eu introduce una discontinuità nella politica fiscale europea, che potrebbe rilanciare il sogno federalista, e attua una rilevante redistribuzione di risorse finanziarie, che potrebbe facilitare la convergenza fra gli Stati membri dell’Unione europea.

Eppure, questa iniziativa non basterà a rimuovere tutti i colli di bottiglia che frenano lo sviluppo economico e sociale di Paesi come l’Italia. Il suo eventuale successo è anche legato alla capacità dei sistemi nazionali della Ue che accusano i più gravi squilibri di sfruttare l’opportunità e le risorse di Ngeu come un volàno per la mobilitazione di potenzialità interne. Al riguardo, l’Italia dispone di almeno tre leve: un settore manifatturiero che, dopo il tracollo di molte grandi imprese e la severa ma efficace “potatura” subita tra il 2008 e il 2014, ha mostrato reattività rispetto allo shock pandemico; una significativa presenza di attività a basso impatto ambientale, che potrebbero aprire sentieri innovativi “laterali” per il recupero dei gravi ritardi accusati dalla maggioranza delle nostre imprese nel digitale e in altre frontiere tecnologiche; una ricchezza finanziaria delle famiglie che, nonostante allocazioni spesso inefficienti, ha un peso notevole rispetto a un Pil declinante.

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La terza leva – che è il complemento (anche distorto) dell’ingente debito pubblico italiano, ma che è un tratto condiviso con altri Paesi europei – sarebbe cruciale per rafforzare le prime due; eppure, essa non è stata finora sfruttata. Nella Ue e – specificamente – nell’eurozona, la carenza di segmenti non-bancari dei mercati finanziari e il connesso inadeguato utilizzo degli strumenti, al cuore della Capital markets union (Cmu), spingono i detentori di ricchezza a privilegiare investimenti finanziari molto liquidi e non adatti al finanziamento delle attività produttive; il che aggrava quel freno alla crescita economica causato dall’eccesso dei risparmi aggregati rispetto agli investimenti aggregati. Il caso italiano spinge all’estremo la tendenza europea. Molto più di un terzo della ricchezza finanziaria degli italiani è detenuta in moneta o depositi bancari; e, nonostante i tassi di interesse spesso negativi, una fetta consistente della parte residua ha impieghi prudenti di breve termine. La debolezza degli investitori istituzionali italiani isterilisce altri canali di finanziamento dell’economia reale. Pertanto la stragrande maggioranza delle nostre imprese, che per ragioni dimensionali ha difficoltà ad accedere ai mercati finanziari internazionali, continua a dipendere in misura eccessiva dall’autofinanziamento e dai prestiti bancari.

A fronte di situazioni incerte come l’attuale, è difficile che i detentori di ricchezza finanziaria modifichino radicalmente le loro scelte; e sarebbe incongruo incentivare gli investitori professionali, che devono rispettare le preferenze dei loro clienti, a “forzare” queste scelte. Eppure, nella fase post-pandemica, lo sviluppo italiano richiede anche forti investimenti innovativi privati che non possono affidarsi ai soli incentivi pubblici o essere vincolati alle risorse interne delle imprese e al finanziamento di banche alla ricerca di nuove fonti di redditività. Si tratta quindi di sfruttare le opportunità finanziarie, offerte dai programmi di Ngeu e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, e valorizzare quei limitati segmenti non-bancari del mercato finanziario italiano, che – per ragioni diverse – sono cresciuti negli anni passati (quello delle cartolarizzazioni e di forme nuove di fondi chiusi), al fine di agevolare l’accesso indiretto ai debiti di mercato e ai mercati azionari da parte delle nostre Pmi di successo. Un accesso indiretto ai mercati finanziari non-bancari presuppone che più imprese decidano di affidarsi a uno stesso intermediario, pronto ad accorpare – ed eventualmente ordinare come sottostanti – i titoli da esse emessi. Tale decisione è difficile, ma alla portata del settore produttivo italiano. Le nostre piccole e medie imprese di successo devono comprendere che, per mantenere o rafforzare le loro posizioni nelle catene internazionali del valore in corso di riorganizzazione, è necessario ampliare le fonti di finanziamento di mercato. In altri termini, pur se in un contesto molto diverso, si tratta di applicare alla sfera finanziaria quella passata flessibilità cooperativa che portò al successo i distretti industriali.

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