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Modello industriale «umanocentrico» con radici digitali

Sostenibile, resiliente, «umanocentrica». Il modello di industria che stiamo costruendo dopo Industry 4.0 condivide questi tre aspetti con una nuova visione di società

di Gianni Dal Pozzo

(Gorodenkoff - stock.adobe.com)

3' di lettura

Sostenibile, resiliente, «umanocentrica». Il modello di industria che stiamo costruendo dopo Industry 4.0 condivide questi tre aspetti con una nuova visione di società. Per entrambe, da qualche anno viene usata l’etichetta «5.0». Non dobbiamo immaginare semplicemente la prosecuzione di un paradigma, bensì una vera e propria game changer. Industry 5.0, infatti, sposta l’obiettivo dalla rivoluzione tecnologica basata su intelligenza artificiale, big data e cobot, le macchine collaborative, pensati per aumentare da produttività e redditività, ai benefici sociali e ambientali. Dagli azionisti alla più ampia comunità dei portatori d’interesse. Dai processi manifatturieri al nostro modo di abitare questo pianeta.

Le tre caratteristiche con cui viene descritto il potenziale di Industry 5.0, rispondono a speculari domande di cambiamento provenienti dalla società. Industry 5.0, perciò, si propone di rendere più aperta e inclusiva la società in cui abitiamo e di mettere a disposizione nuovi strumenti per la salvaguardia dell’ambiente. «Il verde e il blu» di cui parla Luciano Floridi, sostenibilità e digitale, in sintesi, devono rapidamente trovare posto nelle agende delle imprese e dei decisori pubblici per ridefinire le nostre priorità. Perché l’osmosi tra approccio verticale della ricerca tecnologica e policy pubbliche è senz’altro dirompente per gli scenari che apre. Una sempre maggiore domanda di welfare, assistenza sanitaria specifica per le malattie legate all’invecchiamento; la concentrazione sempre più densa della popolazione nelle metropoli e megalopoli con una conseguente esigenza di migliore qualità della vita, non a caso ha trovato grande attenzione nella classe dirigente giapponese fin dal 2016. I pilastri di Industry 4.0 si sono velocemente dimostrati insufficienti per sostenere i mutamenti sociali globali. Nel frattempo, 6 mesi fa la Commissione europea ha elaborato un documento con le linee guida per liberare il potenziale di Industry 5.0.

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Dunque, cosa possiamo ad oggi dire di questo cambiamento? Anziché delineare con precisione il futuro, troveremo invece sempre più chiaro il ruolo «umanocentrico» della tecnologia. Dai cobot all’Internet of Things, nel catalogo oggi a disposizione delle imprese Klaus Schwab ha individuato tre aspetti comuni: la velocità, la portata e l’impatto della tecnologia sui sistemi. Le rivoluzioni industriali precedenti alla compenetrazione di fisico e digitale hanno avuto una velocità che aumentava in modo lineare. Questa invece procede a velocità esponenziale.

C’è poi una portata ed intensità senza precedenti. Dalla macchina a vapore al computer, nelle precedenti rivoluzioni era una singola dirompente invenzione a cambiare il corso della storia. La quarta rivoluzione industriale nasce dalla convergenza di diverse tecnologie: l’intelligenza artificiale, l’ingegneria genetica, le nuove reti di comunicazione e la banda larga, i nuovi materiali sostenibili. La combinazione di queste nuove tecnologie può generare inedite applicazioni ancora non prevedibili. Infine, l’impatto sui sistemi.

Tecnologie inedite trasformeranno in modo inedito tanto le imprese e i mercati quanto le istituzioni sociali e i Paesi. Trasformazioni settoriali lasceranno il passo a trasformazioni globali. Ma quale sarà il ruolo dell’uomo in tutto questo? Ci sono due aspetti da considerare: uno individuale e uno sociale. Con Federico Faggin, che tutti conosciamo come l’inventore del microprocessore, condivido l’idea che la sempre crescente capacità di calcolo dei computer non potrà mai superare l’intelligenza umana, che non è solo calcolo, ma anche emotività e coscienza: la capacità di elaborare simboli in un vissuto personale. Faggin ne scrive nel suo libro Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza. Tuttavia, la tecnologia spaventa sul piano sociale, perché la quarta rivoluzione industriale, secondo dati Ocse, trasformerà radicalmente più del 35% dei lavori, mentre il 15% è a elevato rischio di automazione. Dopo la società basata sulla caccia, quella agraria, quella industriale e la società dell’informazione, con Society 5.0 si dovrà sostituire alla competizione tra uomo e macchina la loro collaborazione. Valori etici e iperconnettività delineano un nuovo modello di economia rigenerativa che sostituisca quella «estrattiva» che per massimizzare i profitti continua a consumare risorse già oggi scarse. L’obiettivo è la qualità della vita di noi tutti, perciò lo sforzo intellettuale che dovremmo esercitare da protagonisti, soprattutto noi italiani ed europei, è far collaborare digitale e umanesimo. Credo debba essere questo il senso pieno di «umanocentrico».

Vice presidente Cnct - Confindustria servizi innovativi e tecnologici - Amministratore delegato Considi

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