intervista

Modello Patagonia: «Il brand activism è tutto un altro film»

di Giampaolo Colletti

3' di lettura

La strada verso l’estinzione è lastricata di buone intenzioni. Il manifesto che accompagna la nuova campagna mondiale di Patagonia, brand californiano di abbigliamento outdoor e riferimento mondiale di quel corporate activism declinato sui temi ambientali, è tutto incentrato sulla consapevolezza. Al centro c’è il film Artifishal, presentato in anteprima mondiale sul Sole24Ore e che verrà lanciato giovedì 28 marzo. I riflettori sono sugli allevamenti intensivi di pesci e sull’alto costo degli incubatori ittici. «Evidenziamo l’impatto negativo degli allevamenti ittici. Vogliamo denunciare il diffondersi di questa industria soprattutto in Norvegia, Scozia, Irlanda, Islanda», racconta Ryan Gellert, Generale Manager Emea di Patagonia. Fare impresa in modo sostenibile, responsabile, autentico, schierandosi per la salvaguardia del pianeta. E farlo in modo plurale, coinvolgendo dipendenti, clienti, fornitori. «Facciamo sempre più affidamento a film per supportare le nostre campagne ambientali. Le immagini evidenziano meglio gli impatti e consentono al pubblico di comprendere in modo più efficace perché questi problemi sono rilevanti per tutti, indipendentemente da dove si vive», precisa Gellert.

Dalle narrazioni alle azioni. In che modo mettete in pratica il vostro impegno?

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«Abbiamo combattuto per la protezione di luoghi selvaggi e cercato di minimizzare la nostra impronta. Dalla metà degli anni ’80 abbiamo donato l’1% di tutte le nostre entrate globali a piccole organizzazioni che lottano per l’aria pulita, l’acqua e il suolo per un importo totale che supera i cento milioni di dollari. Ma non c’è soltanto l’impegno finanziario. Con i nostri mezzi e le nostre piattaforme aiutiamo le Ong a portare avanti delicate questioni ambientali»

Si parla sempre più spesso di corporate activism e della capacità dei brand di schierarsi socialmente. Quanto questo attivismo è declinato sui temi ambientali?

«In questi anni la situazione è peggiorata. Ecco perché le imprese devono essere coinvolte. Dobbiamo cambiare molti dei nostri attuali sistemi e ridurre le emissioni di gas serra, difendendo l’aria pulita, l’acqua e il suolo e disinvestendo dalle tecnologie sporche. Abbiamo meno di un decennio per stabilizzare il nostro clima».

Che tipo di relazione state costruendo con la vostra comunità?

«Costruiamo connessioni profonde. Aggreghiamo chi ha passione per gli sport all’aria aperta e chi è impegnato a proteggere il nostro pianeta. Per rafforzare queste relazioni usiamo i social media e il nostro sito web. Un anno fa abbiamo lanciato una nuova piattaforma digitale chiamata Patagonia Action Works. Colleghiamo le organizzazioni per fornire finanziamenti a chi si impegna per l’ambiente. Lanceremo la piattaforma in Europa a fine estate».

Cosa significa essere socialmente responsabili?

«Sostenibilità implica che usi solo ciò che il sistema può rinnovare. Uno dei prossimi passi verso un modello veramente rigenerativo sarà l’abbattimento del carbonio nel nostro business globale entro il 2025. Tutto questo include ogni elemento della nostra filiera. Già oggi due terzi dei nostri materiali sono fatti di contenuto riciclato o rigenerato e vogliamo ridimensionare ulteriormente l’impatto».

L’immagine dell’azienda è legata al fondatore Yvon Chouinard. Pochi mesi fa è stata pubblicata anche in Italia da Ediciclo Editore la sua autobiografia “Let my people go surfing. La filosofia di un imprenditore ribelle”. Quanto conta per i brand socialmente impegnati la posizione anche personale dei collaboratori?

«Tantissimo. Nel mio passato sono stato attivo in alcune organizzazioni senza scopo di lucro sul cambiamento climatico. Oggi ho l’opportunità di sposare i miei interessi personali con quelli professionali. È un privilegio che anima tutte le nostre persone».

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