Lettera dall’india

Modi e i pericoli dell’induismo muscolare

di Ugo Tramballi

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4' di lettura

A due giorni dalla chiusura dei seggi, una candidata del Bjp nello stato del Madhya Pradesh ha gridato ai suoi estasiati elettori che l’assassino del Mahatma Gandhi «era, è e sarà un patriota». Narendra Modi, leader del Bjp, premier uscente e gloriosamente rientrante per un secondo quinquennio, ha condannato la dichiarazione, definendola imperdonabile. Ma prima che il capo assoluto ripristinasse la linea ufficiale del partito, due altri candidati si erano associati alla folle dichiarazione. Poi si sono uniti anche un ministro e Amit Malavyia, il giovane responsabile del partito per l’IT, che in campagna elettorale aveva fatto un uso spregiudicato del web. «Bisogna portare avanti in dibattito Gandhi-Godse», hanno commentato.

Il 30 gennaio 1948 a Delhi, Naturam Godse sparò al Mahatma Gandhi. Il giovane era un militante della Rss, l’Organizzazione nazionale dei volontari, di estrema destra, del quale il Bjp è il rappresentante nelle istituzioni. L’Rss sostiene l’Hindutva, la nazione degli hidu in alternativa al patriottismo laico e sincretico del Mahatma e dei Nehru-Gandhi, fondatori dell’India contemporanea. Alla Rss Modi aveva chiesto e ottenuto l’adesione all0età di 7 anni.

Pragya Singh Thakur, la candidata che ha esaltato il gesto di Godse, era stata messa in lista dal Bjp nel collegio di Bophal, nonostante sia imputata in un processo per terrorismo. È stata eletta col 61,5% dei voti: nel secondo mandato di Modi, sarà deputata alla Lok Sabha, il Parlamento dell’Unione Indiana creata dal Mahatma e da Jawaharlal Nehru nel nome dell’«unità nella diversità».

Cosa sarà l’India nel 2024, dopo dieci anni ininterrotti di governo zafferano, il colore del Bjp, e dell’induismo militante? Nella mia carriera ho seguito diverse campagne elettorali: alcune drammatiche come quella seguita all’omicidio di Rajiv Gandhi. Mai, tuttavia, lo scontro fra i partiti – meglio, fra il Bjp e il Congresso – è stato così brutale e divisivo. Narendra Modi l’ha messa subito sul piano o noi o loro: noi abbiamo ragione e loro no, noi combattiamo i terroristi e loro li proteggono, noi siamo i patrioti e loro i traditori dell’India. I musulmani, il 14% del miliardo e 300 milioni di abitanti di questo Paese, erano tutti potenziali agenti del Pakistan.

La settimana scorsa ero a Mumbai e quando sono entrato in un quartiere musulmano, l’autista del taxi mi ha detto senza che gli chiedessi niente (intervistare il taxista è una delle cose più banali che possa fare un inviato): «Questo è un posto pericoloso, sono tutti cani terroristi, non sono indiani». Un autista non fa testo, ma in 40 anni di India non mi era mai capitato. Nemmeno quando andavo a seguire uno dei ricorrenti “comunalismi”, i pogrom fra comunità di religioni diverse.

Shekar Gupta, uno dei più noti giornalisti indiani, sostiene che la visione dei fondatori «non veniva da una fede, una scrittura o un’ideologia. È per questo che l’India non è rimasta solo così meravigliosamente insieme, ma è diventata più forte, decennio dopo decennio. Al contrario del Pakistan, il nostro vicino Stato teologico». Il Bjp ha scelto due linee, alla fine vincenti: lo scontro senza quartiere con il Congresso e la sua storia: «Liberiamo l’India dal Congresso», diceva Modi; e la sicurezza: «Votando Loto (simbolo del Bjp, ndr) premerete il grilletto che uccide i terroristi», diceva ancora Modi.

Ma ancora più vincente è stata la scelta di trasformare il voto in un referendum su Modi. Sui manifesti del partito nell’Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso, i candidati mettevano solo il loro nome e il ritratto di Modi. Il Congresso è caduto nella trappola: «Togli Modi e il 90% dei leader dell’opposizione non sapranno cosa dire», constatava il ministro delle Finanze, Arun Jaitley.

Tuttavia, il 67,11% di votanti su 900 milioni di elettori, non è un piccolo numero di cittadini. La grandissima maggioranza ha votato Bjp. Onda, tsunami, monsone, sono i titoli di giornale per spiegare le dimensioni della vittoria. Hanno scelto Modi nelle campagne e nelle metropoli, le caste più alte e quelle più basse, la gente degli slum e della Borsa di Mumbai. Lo avrebbe fatto anche il 10% degli elettori musulmani. Sono diventati tutti fascisti e razzisti?

Della decina di amici indiani incontrati qui a Delhi – studiosi, imprenditori, diplomatici, giornalisti – nessuno ha votato Congresso: di loro uno solo era un attivista del Bjp. Tutti, anche quest’ultimo, ammettevano che Modi è un megalomane. Ma nessuno temeva che nel 2024, quando finirà il suo secondo mandato, il Paese sarà una versione hindu del Pakistan. Il 65% degli elettori ha meno di 35 anni: a questi giovani sempre più connessi, in un mercato del lavoro sempre più difficile (l’anno scorso si sono presentati in 19 milioni per 63mila posti alle Ferrovie), sfugge quella specie di diritto naturale che da prima della nascita dell’India indipendente impone un Gandhi alla guida del Congresso (fra questi Gandhi e il Mahatma non ci sono gradi di parentela, ma solo profondi legami storici).

È un’altra India che si sta plasmando. Sebbene, da liberal, qualche dubbio sul come si stia formando io continui ad averlo. Forse per questo, appena arrivato a Delhi, ero andato al Gandhi Smriti, il luogo dove il Mahatma fu ucciso dal “patriota” Godse. Lo faccio tutte le volte che torno. Questa volta c'era una ragione in più. Silenziosamente, davanti al cippo dove era caduto sotto i colpi, sussurrando «Ram, Ram» prima di morire, lui ed io abbiamo discusso cosa sia rimasto della sua India. Ma non vi dirò niente: era una conversazione privata. Namaste.

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