mephisto waltz

Modus, ordo, species


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Riapertura? Ora sì, ora no, come le frecce dell’auto nelle barzellette dei carabinieri. Per la Scala no, di sicuro. Almeno fino ad anno nuovo, al di là di qualche spot autunnale a rischio: colpa delle porte di ingresso troppo strette, che Piermarini (1734-1808) progettò nel 1776, dopo una lunga diatriba tra i proprietari dei palchi del bruciato Regio Ducal e Maria Teresa d’Asburgo (1717-1780), che voleva il nuovo teatro, inaugurato nel 1778, o in Via Marina o in Piazza Castello. Con la consueta saggezza politica cambiò poi parere. Affascinata dal ritmo creativo dei 125.000 milanesi di allora, l’Imperatrice pose mano a grandi riforme per scuola, amministrazione e fisco, esteso a Chiesa e nobili, per la prima volta. Amante della musica (e non solo: mise al mondo sedici figli) come il padre Carlo VI (1685-1740) e il nonno Leopoldo I (1640-1705) già a 5 anni cantava accompagnandosi col clavicembalo. Però in Scala non si fece mai vedere. Una decina d’anni dopo vi arrivò Domenico Barbaja (1778-1841) satanasso ignorante ma abilissimo, che da cameriere a mercante d’armi si aggiudicò l’appalto del gioco d’azzardo nei ridotti del Teatro. Anche tra Napoli e Vienna, coinvolse i migliori artisti del momento, prima fra tutti Isabella Colbran (1785-1845) sua amante, che sposerà Rossini (1792-1868) pure lui gran satanasso, che soleva sfottere l’amico cantante, il basso Luigi Lablache, uno stangone di due metri adibito a fornirgli fanciulle in fiore: «Tu sei alto, basso e ...mezzano», riferendosi a quello che molti decenni dopo Dino Fabbri (1922-2001) faceva per l’Avvocato.

Tra i tavoli verdi scaligeri, frequentati da Alessandro Manzoni (1785-1873) e Cesare Beccaria (1738-1794), che teorizzava sui sistemi matematici per vincere, arriva a Milano il 16 giugno 1800 Stendhal, in divisa da ufficiale napoleonico, qualche giorno prima della battaglia di Marengo, appena dopo aver ascoltato l’adorato Cimarosa a Novara. Trova la Scala e Milano in grande spolvero, «la città più bella del mondo», illuminate in modo splendido per l’arrivo di Napoleone. Si esalta, si sente “a casa sua” tra il gioco del tarocco, gli ufficiali francesi al seguito delle nobildonne e i pettegolezzi. Le signore sono nei palchi coi cavalier serventi, lui preferisce il parterre, semivuoto e più comodo. Nei palchi e nei retropalchi tra candele accese si ordinano rinfreschi e “barbajade”, il cappuccino inventato dal Barbaja in gioventù. Gioie per blasonati e titolati: i Serbelloni, Rasini, Del Pozzo, Calderari, Greppi, Castelbarco, Visconti, Trivulzio, Archinto, Albani, Litta, Casati Stampa, Sforza Visconti, Barbiano di Belgiojoso. Il palco è «come una casa», per conversazioni vivaci, scherzi galanti, risa pazze. Il più ricercato è quello dell’Abate di Breme, frequentato da Confalonieri, Vincenzo Monti, Silvio Pellico, Berchet, oltre che da Lord Byron. Per saperne di più dei 180 palchi, visitate appena possibile, la magnifica mostra preparata dal sempre verde Pier Luigi Pizzi (1930) nel Museo della Scala. Una goduria. Alla Leopardi (1789-1837) «naufragar vi sarà dolce in questo mare».

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