arte in Turchia

Molta accademia nella Biennale di Istanbul firmata Bourriaud

di Sara Dolfi Agostini


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4' di lettura

Si intitola «The Seventh Continent» la 16ª Biennale di Istanbul inaugurata il 14 settembre scorso e in scena fino al 10 novembre. La mostra porta la firma del curatore francese Nicolas Bourriaud, che ha debuttato sulla scena artistica internazionale come fondatore e co-direttore del Palais de Tokyo (1999-2006) e recentemente ha creato una nuova istituzione, Montpellier Contemporain (MoCo), che unisce il centro d'arte La Panacée, l'Accademia di Belle Arti e il Museo MoCO , aperto al pubblico a giugno scorso. A Istanbul, Bourriaud ha aperto la conferenza stampa con la scena della nave nel film Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog. Un espediente per richiamare l'attualità degli incendi in Amazzonia e la hybris dell'essere umano, colpevole protagonista dell'Antropocene, l'era geologica iniziata con la rivoluzione industriale che riconosce l'impatto dominante – e distruttivo - della società sulla natura. Il titolo della mostra, in effetti, richiede un collegamento con il presente, visto che si riferisce all'isola di spazzatura – soprattutto plastica – scoperta già nel 1997 al largo del Pacifico. Ma la nave di Herzog a Istanbul simboleggia anche un inatteso cambio programma annunciato al pubblico solo un mese fa. La Biennale, infatti, doveva aprire al pubblico l'area del cantiere navale della città, collocata vicino al Corno d'Oro e dismessa dopo seicento anni di attività. Tuttavia, a causa del presunto ritrovamento di materiali tossici in situ, il direttore artistico è stato costretto a spostare oltre 40 opere d'arte e progetti in centro a Beyoglu, nella sede del nuovo Museo di Pittura e Scultura– un edificio dal gusto aziendale in via di completamento. Le altre sedi, minori, sono il Pera Museum e l'isola Büyükada, già scelta da Carolyn Christoph-Bakargiev nel 2015, e certamente il luogo più caratteristico. L'isola - meta di politici, intellettuali e potenti famiglie turche - è raggiungibile in battello con un ora e mezzo di viaggio dal centro di Istanbul e qui l'arte si insinua soprattutto in spazi fatiscenti ma ancora capaci di trasmettere lo sfarzo del passato.

L'arte ai tempi dell'Antropocene

L'arte ai tempi dell'Antropocene

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La mostra. “Questa biennale è post-culturale, nel senso che riconosce la fine della separazione tra l'umano e il non umano” ha spiegato Bourriaud in conferenza stampa, e aggiunto “per questo la si può interpretare come un esercizio di decolonizzazione della natura da parte degli artisti”. Un esercizio che i 57 artisti e collettivi invitati traducono con processualità piuttosto convenzionali nonostante l'annuncio appassionato di una mostra “situata al confine tra scienza e attivismo politico”, e l'introduzione di un approccio che il direttore artistico ha battezzato “antropologia molecolare” perché riguarda l'esplorazione di tracce ed esperienze non umane piuttosto che la produzione di oggetti culturali. Il risultato, però, è una mostra che manca di mordente e sembra non dialogare con l'attualità di un paese stretto nella trappola autoritaria del presidente Recep Tayyip Erdogan dopo il presunto colpo di stato dell'estate 2016, eppure ritornato all'attenzione del pubblico internazionale con la recente vittoria del candidato del partito dell'opposizione Ekrem Imamoglu a sindaco di Istanbul. Questa edizione della Biennale, insomma, non è abbastanza sperimentale per ispirare un senso di necessità estetico a livello internazionale, né sembra ispirare una partecipazione locale, con gli artisti turchi incastrati in tentativi fallimentari di tradurre la cornice curatoriale in un'opera site-specific. È il caso, per esempio, di Ozan Atalan, Elma Deniz, Hale Tanger – i cui interventi si collocano a metà tra archeologia e paesaggio. Un'altra tendenza è quella ecologica, affrontata però in modo didascalico, come Eloise Hawser che espone in una video installazione l'opportunismo economico del processo di conversione e riciclaggio della spazzatura, o con spunti esclusivamente scientifici, nella presentazione di Feral Atlas Collective, un gruppo di artisti, intellettuali e studiosi che pubblicherà il risultato delle ricerche sull'Antropocene con Stanford University nel 2021.

Le eccezioni. Gli artisti che riescono ad emanciparsi da questa rigida lettura curatoriale del progetto espositivo non sono scoperte, ma conferme. In un video visto di recente al New Museum , Jonathas De Andrade (da Galleria Continua , da 10-250mila dollari) mostra un pescatore brasiliano mentre avvolge teneramente la preda tra le braccia fino all'esalazione dell'ultimo sospiro, evocando una co-dipendenza uomo-natura fondata su cura e violenza. Natura e civilizzazione si intersecano nell'opera di Simon Starling, che racconta l'epopea della copia di una scultura di Henry Moore nei fondali del lago Ontario e poi nella collezione della Art Gallery of Ontario (da Franco Noero , a partire da 10mila euro e poco presente in asta), infestata prima da cozze, poi da tarme. La mostra prosegue indagando l'esperienza aumentata prodotta dall'interazione dell'essere umano con cyborg, droni e bot. Korakrit Arunanondchai (da Carlos Ishikawa, Londra – opere da 45-150mila sterline, in asta ha già toccato nel 2015 i 100mila euro con «Untitled (History Painting)» del 2013 , ma gli scambi si attestano tra i 30mila e i 50mila euro), che ritroviamo anche alla Biennale di Venezia, interviene con un'installazione pittorica e un video per suggerire un'esperienza cross-culturale tra fragilità umana e tecnologica. Johannes Büttner (da Lovaas Projects , opere a 2-9mila euro), invece, immagina un esercito di soldati a testa in giù – mix precari di terracotta e rottami del futuro - destinati a essere distrutti dalle vibrazioni di un sistema impazzito di bot e algoritmi. Questa scena catastrofica di insurrezione e violenza fa da contraltare al parco tematico di Simon Fujiwara (da Esther Schipper ). L'artista ha riciclato delle icone pop cestinate da un'azienda turca, per realizzare dei paesaggi architettonici in miniatura, luoghi di evasione per una clientela globale dove intrattenersi in vista dell'estinzione. E poi c'è l'unica opera apertamente politica, un intervento intimo e potente di Glenn Ligon (in galleria da Thomas Dane, in asta molto presente e con un top lot nel 2014 per «Untitled (I was somebody)» da 3.973.000 $) che vale da solo un viaggio all'isola di Büyükada. L'artista ha presentato un adattamento della sua famosa installazione luminosa “America”, rovesciata e compilata di lampadine rosse, come quelle appese tra i minareti in segno di speranza. Le due installazioni al neon nelle sale accanto sono le date del centenario della Repubblica Turca e delle elezioni a sindaco di Istanbul recentemente annullate da Erdogan, mentre su uno schermo scorre «From Another Place», un film dedicato all'attivista americano James Baldwin, che ha vissuto a Istanbul negli anni '70. L'opera è del film maker Sedat Pakay, nativo di Istanbul, ma è in lingua inglese e adesso per la prima volta ha anche i sottotitoli in turco.

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