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Molteni, storia di una famiglia e di una grande passione per il ciclismo

Il racconto di una famiglia di imprenditori alimentari specializzata in carni e insaccati, che a partire dal 1958 decide di allestire una squadra di ciclismo segnando un pezzo di storia

di Dario Ceccarelli

(AFP/Getty Images)

6' di lettura

È una storia di sport. Ma anche una storia di famiglia. È una storia di grandi imprenditori, ma anche di uomini semplici che con la forza della passione hanno lasciato il segno in uno dei periodi più effervescenti e dinamici del nostro Paese.

È una storia di ciclismo, di quel ciclismo degli anni del boom che non era più “eroico “come quello del Dopoguerra, ma altrettanto entusiasmante e forse perfino più vincente di quello precedente. È insomma una bella storia da raccontare sia per chi ha ancora dei ricordi - e magari da bambino giocava in spiaggia con delle biglie intitolate a quei campioni - sia per quei giovani d'oggi che pur non avendone mai sentito parlare sono però curiosi di sapere come i loro padri e i loro nonni siano riusciti, pedalando, a farsi strada nel mondo partendo da salami e cotechini.

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Imprenditori alimentari

La storia eccola qua, è quella della Molteni, una famiglia di imprenditori alimentari specializzata in carni e insaccati, che a partire dal 1958, per allargare i suoi orizzonti, decide di allestire una squadra di ciclismo. Siamo in Brianza, ad Arcore, allora più conosciuta per le ruggenti moto “Gilera” che per quello che avverrà più avanti con la crescita della Molteni e poi con la prepotente ascesa di Silvio Berlusconi, proprietario dal 1974 di Villa San Martino.

Nel 1958, Arcore è ancora la base di partenza del “sciur” Pietro Molteni, il re dello speck e del cotechino, delle pancette e dello zampone. Un cordiale ormone dalla faccia sorridente che muove i coltelli come D'Artagnan fa con la spada.
Gli affari vanno a gonfie vele. L'unico guaio è che i suoi salami e suoi prosciutti si fermano in Lombardia. Come conquistar l'Italia intera? Ecco allora l'idea: visto che il signor Pietro, e anche suo figlio Ambrogio, sono appassionati di ciclismo, perchè non utilizzare questo sport per pubblicizzare meglio il marchio della Molteni?

Il ciclismo come pubblicità

L'idea piace un sacco a tutta la famiglia. Per crescere bisogna crescere, è il motto dell'azienda. Sceglier carni è importante, ma bisogna avere il coraggio di intraprendere strade nuove, anticipare tendenze e strategie. Il ciclismo come veicolo pubblicitario è perfetto. Ambrogio Molteni, artefice dell'operazione, ne è convinto. Solo al Giro d'Italia una squadra, di tappa in tappa, attraversa tutta la penisola. Quel marchio lo vedranno tutti. Al resto ci penseranno i quotidiani e la radio. C'è anche la tv che sta cominciando a prender piede e, più avanti, porterà in tutte le case del Paese la maglia blu camoscio della Molteni con le vittorie di Michele Dancelli e Gianni Motta, di Rudy Altig, Marino Basso e Davide Boifava.

Il miglior testimonial: Eddy Merckx

Tutto questo nel periodo “italiano” che va dal 1958 al 1970. Dal 1971 al 1976, a caratterizzare ancor di più il marchio della Molteni, sarà un corridore belga di nome Eddy Merckx, soprannominato il “Cannibale” per la sua fame di vittorie. Un mostro a due ruote, dall'appetito più insaziabile del “sciur” Pietro, che pure non scherza. A Eddy, che viene da Bruxelles, non interessano i prosciutti o le mortadelle. Lo speck o le lugànighe. No, a lui interessano solo le corse. Un traguardo dopo l'altro. Giro d'Italia o classiche non importa: va tutto bene. L'importante è vincere. E con la Molteni Merckx vincerà 246 corse conquistando quattro Milano-Sanremo, quattro Liegi-Bastogne Liegi, tre Tour de France, tre Giri d'Italia, due titoli mondiali e un record dell'ora nel 1972 che ha fatto epoca.

«Papà Ambrogio penso che abbia portato il ciclismo in una dimensione tutta nuova», spiega Mario Molteni che, con la sorella Pierangela, detta Lalla, ha fortissimamente voluto che fosse raccolta in un libro - abilmente curato da Pier Augusto Stagi - la storia di una famiglia che ha portato in tutto il mondo il ciclismo italiano. «Papà è stato il primo a comprendere perfettamente l'efficacia della sponsorizzazione in questo sport. La squadra come emanazione diretta dell'azienda, che non solo deve avere una ricaduta sui mercati interni ma anche fuori dai confini nazionali. E un corridore come Merckx, il più vincente di ogni tempo, è stato strategico».

Una squadra eccezionale

A posteriori si parla di strategie, di business, di marketing, una parola quest’ultima che, a quei tempi, ben pochi usavano. La Molteni però è stata soprattutto un squadra eccezionale, composta da corridori di enorme talento e umanità. Un team guidato da un direttore sportivo, Giorgio Albani, pure lui, e non solo grazie a Merckx, poi diventato il numero uno dei tecnici (per un certo periodo anche direttore di corsa del Giro d'Italia). Un vero fuoriclasse, sempre capace di risolvere ogni problema. «Papà non ha mai considerato il ciclismo un lavoro, ma uno sport e un privilegio. Passione pura. I corridori della Molteni erano parte della sua famiglia e anche noi figli abbiamo vissuto quell'esperienza bellissima di vita allo stesso modo», racconta Rossana Albani.

I primi anni della Molteni sono quelli più romantici e allegri. Era una specie di famiglia allargata con corridori però già di primo livello: Pierino Baffi, Guido De Rosso, Guido Neri, Alcide Cerato, Giacomo Fornoni. In più due neo-professionisti di grande avvenire: il bresciano Michele Dancelli e il cassanese Gianni Motta, segnalato espressamente da Ernesto Colnago, il futuro maestro costruttore di biciclette.

Gianni Motta, la prima scommessa vinta

«Gianni Motta è la prima scommessa vinta, il primo corridore che ho segnalato mettendoci la faccia. Classe pura, talento immenso. Andava a lavorare alla Motta, quella dei panettoni, in bicicletta. Quando è venuto da me per chiedermi una bici, mi disse subito che non aveva un soldo. Me li pagherai con le vittorie, gli risposi io. E difatti, ogni vittoria, duemila lire. Ad un certo punto non gli ho chiesto più nulla… Ma che bellezza…Quante soddisfazioni! Gianni ha anche vinto il Giro d'Italia del 1966».

Un altro giorno indimenticabile, per la Molteni, fu il 19 marzo 1970, giorno di San Giuseppe, quando Michele Dancelli conquista la Milano-Sanremo dopo una fuga da lontano. Erano 17 anni che non vinceva un italiano. Che emozione in via Roma prima del traguardo! Michele in lacrime, Albani al volante e il “sciur “ Pietro che non stava più nella pelle e grida a Dancelli: “Se ce la fai, te regali el stabiliment”. «Una delle mie giornate più felici e indimenticabili», conclude Colnago.

Molteni e il ciclismo, una storia di sport e di famiglia

Molteni e il ciclismo, una storia di sport e di famiglia

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Di molti libri, oggi, si dice che sono belli e imperdibili. Non sempre tutti lo sono, lo sappiamo. Questo sulla storia della Molteni, con la prefazione di Eddy Merckx, è invece importante perchè con le sue inedite testimonianze e le sue splendide foto d'archivio ci riporta a un periodo irripetibile della nostra storia sportiva e umana. In più serve a una buona causa: tutti i proventi del libro saranno infatti devoluti alla fondazione Molteni che aiuta ex ciclisti o uomini del ciclismo in difficoltà economica e di salute.

Il declino

Momenti epici, di gioia pura, ma in cui non mancano le sconfitte. E i giorni della malinconia di quando ormai prevale la consapevolezza che la Molteni è al capolinea. In parallelo con il declino di Eddy Merckx. Nel 1976 il belga, al suo canto del cigno, riesce a conquistare la sua settima Milano-Sanremo, superando il record di Costante Girardengo. Ma ormai il Cannibale non morde più. Gli pesano gli anni e la ruggine di una carriera combattuta senza soste. Lui, sempre davanti, conosce cosa vuol dire restare indietro, perdere il contatto coi primi. Al Tour del 1975 sul Puy de Dome viene colpito con un pugno al fegato da un pazzo che vuole farlo perdere. Eddy reagisce ma alla fine, con una mascella rotta, finirà secondo dietro a Bernard Thevenet. Sui Campi Elisi il presidente Giscard D'Estaing si complimenta con Merckx, ma è l' ultimo omaggio a un glorioso re che ha abdicato. Anche la Molteni nel 1976 è a fine corsa. I tempi e le strategie di mercato sono cambiati. Non c'è più lo stesso entusiasmo. Così, dopo 663 vittorie e 18 anni di attività, si preferisce chiudere in bellezza. Tirando giù la saracinesca, come faceva nonno Pietro quando a sera sul bancone non era rimasto più niente.

Pier Augusto Stagi
Molteni. Storia di una famiglia e di una squadra
Prima Pagina Edizioni, 420 pagine, euro 50
(Il ricavato del libro andrà in beneficenza a ex ciclisti in difficoltà) www.fondazionemolteni.org

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