perchÉ sì

Molti errori ma il futuro è l’Europa

di Romano Prodi


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Francoforte. 1° gennaio 1999 (Ansa)

4' di lettura

Vent’anni è un periodo di tempo troppo breve per commentare la storia di un grande evento ma è anche un periodo troppo lungo per ricordarne tutti gli aspetti più significativi.

Questa regola vale anche per i vent’anni dell’Euro. Pochi oggi ricordano come l’Italia fosse allora quasi unanime, cosa rara nel nostro paese, nel volere entrare nel gruppo delle nazioni che intendevano adottare la nuova moneta. E che per raggiungere quest’obiettivo, avesse accettato l’imposizione dei necessari sacrifici con un’imposta straordinaria, poi restituita nei termini previsti: un’imposta chiamata quasi provocatoriamente «tassa per l’Europa».

Pochi ricordano la condivisa approvazione e il senso di orgoglio collettivo con cui fu accolto il nostro ingresso nell’Euro e quasi nessuno tiene conto di come si abbassò subito il tasso di interesse e il livello di inflazione, per cui si accesero mutui con un costo pari a un terzo di quello precedente. Di conseguenza cessarono subito le continue svalutazioni che erano state messe sotto accusa dai partner europei, non più disposti a sopportare i nostri comportamenti. Ben pochi oggi ricordano come fu ricevuto con generale approvazione il tasso di cambio ottenuto nei negoziati per l’entrata nell’Euro: novecentonovanta Lire per Marco. Un risultato vicino all’obbiettivo da tutti ritenuto ideale di mille lire per Marco, così da rendere la nostra economia più concorrenziale possibile di fronte a quella dei nostri partner europei, molti dei quali infatti ritennero che era stato fatto un regalo eccessivo all’Italia. E nessuno forse ricorda come l’adozione della nuova moneta sia stata accompagnata da rigorose regole di comportamento che obbligavano a rendere pubblico il listino dei prezzi dei beni sia in lire che in Euro e che prevedevano la costituzione di comitati provinciali deputati all’analitico controllo dei prezzi stessi. Ovviamente nessuno ricorda che il governo di centro-destra, a cui spettava l’obbligo di mettere in atto queste misure, non le volle affatto adottare, permettendo così un immediato e ingiustificato aumento dei prezzi che, è bene sottolineare, non riguardò soltanto il caffè al bar ma la generalità dei beni e dei servizi a cominciare, con mia grande sorpresa e disappunto, dal prezzo dei giornali. E, per finire con i ricordi, è opportuno sottolineare che questo ingiustificato e fraudolento rincaro sia avvenuto solo in Italia e in Grecia, mentre negli altri paesi entrati nell’Euro, i nuovi prezzi sono stati fissati seguendo in modo aritmetico il rapporto di cambio fissato.

Questa è stata una delle cause che ha fatto progressivamente mutare il giudizio di molti italiani sulla moneta unica: un cambiamento dovuto non all’Euro ma al modo in cui la sua applicazione è stata messa in atto in Italia. Il progredire dei successivi giudizi negativi si basa soprattutto sul fatto che l’aumento del PIL dei paesi che hanno adottato la nuova moneta è stato inferiore non solo alla crescita media mondiale ma anche a quella dei paesi a più alto livello di reddito come gli Stati Uniti. Un fatto incontrovertibile soprattutto negli ultimi dieci anni. Un fatto tuttavia non attribuibile all’Euro ma al cambiamento della leadership politica europea. Tutti infatti sapevano che una moneta comune doveva essere accompagnata da una politica economica comune. Più volte lo feci presente ai partner europei e ricordo la risposta del cancelliere tedesco Helmut Kohl che replicava: «Tu sei italiano e dovresti sapere che Roma non è stata fatta in un giorno», impegnandosi con questo alla successiva messa in atto di tutte le misure necessarie per fare crescere ed irrobustire l’Euro. Non è stato così. L’Unione Europea ha progressivamente visto prevalere gli interessi nazionali, rappresentati nel Consiglio Europeo, sugli equilibri sovranazionali faticosamente so sostenuti dalla Commissione. Non dobbiamo perciò sorprenderci che la forza degli interessi nazionali si sia tradotta nel dominio dei paesi più potenti, tra i quali l’Italia non ha trovato posto a causa del suo debito pubblico. Da un lato quindi abbiamo sofferto per una sciagurata politica di austerità, che ha adottato le regole di Maastricht in modo “stupido” (come ho più volte ripetuto ricevendo valanghe di insulti) e, dall’altro, i guai si sono moltiplicati per effetto di una politica italiana che pensava si potessero ignorare totalmente queste regole, mentre era invece possibile tenerne conto pur nel rispetto dei nostri interessi. Anche se non è forse carino, vorrei infatti ricordare che proprio dieci anni fa, quando lasciai il governo, eravamo riusciti a diminuire il nostro rapporto fra debito e PIL fino al livello di quello che ha oggi la Francia. Sarebbe stato almeno possibile non lasciarlo crescere fino al punto di essere considerati il ventre debole dell’Europa.

Il giudizio della storia sull’Euro non potrà essere evidentemente confinato in una prospettiva solo italiana. Gli avvenimenti successivi, soprattutto quelli degli ultimi anni, ci dimostrano che senza il pilastro della moneta unica (accompagnata naturalmente da una politica economica altrettanto unica) noi europei non avremo alcun futuro. Lo strapotere del dollaro e l’ascesa della Cina ci stanno semplicemente emarginando. A vent’anni dalla sua introduzione l’Euro rimane quindi una condizione fondamentale per la nostra sopravvivenza economica e politica. Una condizione per avere ancora un ruolo nella storia. All’inizio del nuovo anno ci auguriamo quindi che i nostri governanti siano in grado di interpretare la storia che incombe su di noi.
Economista, due volte premier italiano ed ex presidente della Commissione europea

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