editorialel’italia al voto

Molti gli slogan ma le idee vere sono latitanti

di Guido Gentili

default onloading pic
(AFP)

3' di lettura

Al voto, al voto. Per le elezioni europee quando il 26 maggio andrà in onda il grande braccio di ferro tra europeisti e nazionalisti? Non solo. In Italia le urne si sono da poco chiuse in Abruzzo, Sardegna e Basilicata, ma dietro l’angolo il torrente elettorale s’ingrossa di nuovo.

In due mesi, tra metà aprile e metà giugno, si torna a votare in quasi 4mila Comuni, circa la metà del totale. In lista, tra gli altri, città importanti: Firenze, Bari, Bergamo, Livorno, Modena, Perugia. Il 26 maggio, in coincidenza con le Europee, tocca alla Regione Piemonte, mentre tra novembre e dicembre sarà la volta di Emilia Romagna e Calabria.

La “campagna elettorale permanente” (il copyright, anno 1980, è di Sidney Blumenthal, poi consigliere del presidente americano Bill Clinton) è un tratto caratteristico della vita politica italiana e si lega a doppio filo con la sua incompiuta transizione verso una democrazia matura ed efficiente, come dimostra del resto la lunga lista di fallimenti delle leggi elettorali.

Per sua natura, la campagna elettorale è terreno di coltura delle promesse dei politici che prendono i loro impegni con gli elettori. Spesso queste promesse si rivelano poi scritte sulla sabbia, in altri casi no. E accanto alle cose buone, ecco quelle cattive: l’altissimo debito italiano in rapporto alla ricchezza prodotta (Pil) ne è una prova storicamente consolidata.

I conti si complicano ulteriormente quando il fitto calendario del voto nazionale incrocia le scadenze della sessione di bilancio europea. Si comincia con la presentazione del Def in aprile (dove rispunta ora non a caso la promessa della flat tax) con la prima volata che si chiude a ottobre con la presentazione a Bruxelles della legge di bilancio per l’anno successivo (pesantemente ipotecata dal disinnesco per 23 miliardi delle clausole di salvaguardia Iva). Nel mezzo, con la leggendaria spending review che fiorisce in attesa di sfiorire, estati torride di numeri e ipotesi che vanno e vengono e poi fino all’ultima curva, quelle delle “bozze” della manovra che s’alternano in vista della resa dei conti (anche politica) finale.

Ma quest’anno - sondaggi sempre alla mano tra annunci, strappi improvvisi e repentini dietrofront - sarà ancora più dura. Intendiamoci. Di campagne elettorale permanenti - di lotta e di governo alla ricerca del consenso - sempre più infiammate con l’erosione della democrazia “fredda” e l’avanzata delle leadership carismatiche e di personalità “risolutive”, se ne sono viste già tante, durante il ventennio berlusconiano e con la stagione del renzismo.

Però l’affermazione nel 2018 del governo a trazione Movimento 5 Stelle-Lega fondato su un contratto di governo gestito da un premier mediatore (al quale oggi questa veste va sempre più stretta) e due vice premier e ministri forti (Luigi Di Maio e Matteo Salvini) ha alzato la posta e insieme aperto una strada lastricata di pesanti incognite.

La dura competizione interna Di Maio-Salvini, che segue senza perdere un colpo il calendario elettorale, si svolge e fa mostra di sé, anche nei momenti che dovrebbero essere privati, sulla piazza digitale. Non c’è tregua, del resto, nella democrazia istantanea e ispirata da un sofisticato marketing politico, dove gli attori della politica interagiscono di persona con gli elettori. E non servono certo gli inviti ad abbassare i toni e a smussare gli angoli di promesse e impegni, nonostante la realtà dei fatti e dei numeri stia dimostrando - il Def lo mette nero su bianco - che i risultati non sono quelli sperati e che la crescita continua a latitare. Ciascuno va dritto per la sua strada per guadagnare più consenso possibile e tutti insieme rifiutano come un’intromissione indebita valutazioni esterne, internazionali o nazionali che siano. Così, il discorso pubblico ne risente, azzoppato nel metodo prima che nel merito. Temi scomodi ai fini elettorali (ad esempio la produttività stagnante da molti anni) sono di fatto rimossi anche quando non sono riconducibili alla responsabilità di chi è al timone in questa stagione.

Difficile dire dove possano portare i frutti dell’impetuosa campagna elettorale permanente in un Paese anagraficamente vecchio, sfibrato da una lunga crisi e alla ricerca, in fondo, di una stabilità non effimera. Ma porsi almeno la domanda avrebbe un senso.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...