l’impresa

Mondiale ciclismo a cronometro: Filippo Ganna entra nella storia. Ma sulla strada da 12 anni non vinciamo

Mai un italiano aveva vinto una cronometro iridata

di Dario Ceccarelli

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Filippo Ganna (Afp)

Mai un italiano aveva vinto una cronometro iridata


5' di lettura

Era atteso. Ma nella piccola grande storia del ciclismo firma una pagina mai scritta: mai infatti un italiano aveva vinto una cronometro iridata. Filippo Ganna, 24 anni, piemontese di Verbania, ha rimediato a questa lacuna laureandosi campione del mondo a Imola con una prova perfetta che lascia tutti a bocca aperta per la disinvoltura con cui strapazza la concorrenza nei 31,7 chilometri quasi tutti pianeggianti del percorso.

Più forte del vento, più forte della pressione, più forte di un gruppo di avversari che sono il meglio della specialità. Un fenomeno, Ganna, che pedalando alla media di 53 km/h asfalta il belga Wout Van Aert (secondo a 26”) ) e lo svizzero Stefan Kung (terzo a 29”) come fossero dei debuttanti.

Che questo ragazzo fosse un predestinato lo aveva già dimostrato in pista, dove ha già conquistato quattro titoli iridati ((stabilendo il primato del mondo sui 4 km), e sulla strada dove nel 2019 nello Yorkshire aveva conquistato ol bronzo iridato. Ma questa volta, a Imola, in mondiale che stava per saltare a causa della pandemia, Ganna supera ogni più rosea previsione. Alla fine della prova, stravolto più dalla felicità che dalla fatica, si butta a terra guardando un cielo gonfio di pioggia che, per l'occasione, lo risparmia non rovinandogli la festa.

“Questa maglia è un sogno. Ma non è ancora tempo per festeggiare perchè devo rimanere concentrato per la partenza del prossimo Giro d'Italia” dice il neo campione del mondo. “Dopo la Tirreno-Adriatico sono andato in altura e questo è stato molto importante: niente cellulare, niente social che mi davano favorito. L' isolamento mi ha aiutato a non far salire troppo la tensione. A chi dedico la vittoria? Ai miei cari. Nelle difficoltà, come nel lockdown, mi hanno sempre insegnato che è sempre la testa a farti fare un passo in più .”

Suona l'inno di Mameli, sventola la bandiera italiana. In momenti come questo, in cui si riacutizza l'attacco del virus, anche una impresa sportiva fa bene al cuore e alza l'autostima. Un altro motivo di orgoglio, oltre all'exploit di Ganna, l'abbiamo raggiunto quando la Svizzera, non ritenendosi in grado di gestire in sicurezza un evento come un mondiale di ciclismo, aveva gettato la spugna. Ci voleva coraggio, e anche capacità di farlo, ma alla fine, in venti giorni, unendo le sue forze migliori, Imola è riuscita ad accogliere la rassegna iridata.“Sono felice e non solo per Ganna” racconta con orgoglio Renato di Rocco, presidente della Federazione ciclistica italiana . “ A marzo ci accusavano di essere gli untori del mondo. Adesso sono tutti qui da noi perchè siamo la nazione più sicura” conclude Di Rocco togliendogli qualche sassolino dalle scarpe. Vincere a Imola da sempre soddisfazione. Qui 52 anni fa Vittorio Adorni trionfò staccando tutti con una fuga clamoroso di 230 chilometri. Pensate che il distacco dal secondo, il belga Van Spriegel, fu di 9 minuti e 50 secondi, record ancora imbattuto nell'età moderna e che probabilmente resterà ancora per un bel pezzo. “Feci una follia” racconta Adorni con l'occhio lucido. In effetti era il 1968, un anno che resterà nella storia. Grazie a quell'exploit, anche il ciclismo italiano ha fatto il suo 68. L'ordine di classifica comprende cinque azzurri nei primi sei posti. Oltre ad Adorni, Dancelli (terzo), Bitossi (quarto) Tacconi (quinto) e Gimondi (sesto).

Un trionfo che ancora tutti ricordano. E non solo in Emilia Romagna. Il circuito di Imola è un luogo evocativo, un crocevia del miglior made in Italy, terra di motori e di biciclette. E anche se il Cavallino zoppica vistosamente, e il nostro ciclismo su strada da tempo delude (l'ultimo mondiale l'abbiamo visto 12 anni fa a Varese con Ballan), è ora di riprovarci, magari tirando fuori proprio quel pizzico di follia che spinse Adorni a uscire dal gruppo quando nessuno se l'aspettava. “Siate affamati e folli” diceva Steve Jobs nella sua autobiografia. Ebbene, dopo tanto digiuno, un po' di fame forse è venuta anche agli azzurri della strada.

Le premesse non sono però confortanti. Come si è visto anche al Tour de France, battiamo in testa in modo preoccupante. Nei primi dieci della Grande Boucle c'è solo un italiano: Damiano Caruso, da tempo gregario di lusso di capitani stranieri. Il resto lo sapete. Tra infortuni (Formolo), malattie (Ciccone, positivo al Covid), misteriosi ritiri (Aru) e scarsa incisività (Viviani) il ciclismo italiano ha toccato quasi il fondo.

“Ho preso atto della realtà” spiega Davide Cassani, dal 2014 alla guida della nazionale al posto di Paolo Bettini. “Una realtà che mi ha spinto a dar spazio ai giovani in crescita. Per me questo mondiale, poco lontano da dove sono nato, è un luogo magico. Qui ho deciso di fare il corridore. Quindi ci tengo moltissimo, ma non posso farmi travolgere della emozioni”.Un compito non facile quello di Davide Cassani, che con l'Italia ha vinto tre Europei e il mondiale a cronometro con Ganna, ma mai il mondiale su strada (l'anno scorso quando sembrava fatta Trentin fu battuto allo sprint da Pedersen).

Un compito arduo anche perchè Vincenzo Nibali, il vecchio capitano, non sembra al top. “Mi affaccio a questo mondiale in punta di piedi, so di essere una delle frecce all'arco della nazionale italiana ma non sono l'unica e questa può essere una carta importante da giocare per i colori azzurri”, spiega Vincenzo alla vigilia.

Comunque Cassani se lo tiene ben stretto: “Nibali può sempre inventarsi qualcosa. Puoi dare sicurezza ai compagni. Se poi trova una giornata buona…” Cassani, cresciuto alla scuola di Alfredo Martini, in questi anni ha dovuto convivere con il magro autunno del nostro ciclismo. Con i talenti più pregiati costretti ad emigrare all'estero per ottenere ingaggi e adeguati. Tempi ben diversi da quelli di Martini e Ballerini, quando la nazionale partiva sempre con il ruolo di favorita. Era il Real Madrid del ciclismo con campioni come Moser e Saronni, Bugno e Chiappucci, Argentin e Fondriest, Bettini e Bartoli, Ballan e Cunego, temuti da tutti perchè sempre in grado di inventarsi qualcosa anche quando le cose si mettevano male.

Bei tempi. Ma ora Cassani deve fare i conti con il presente. Qualcosa di nuovo però si comincia a intravedere. Andrea Bagioli, 21 anni, valtellinese, è un diamante da sgrezzare, che in questa stagione ha già battuto Roglic . Può essere una freccia da scoccare. Poi c'è Bettiol e due faticatori come Brambilla e Masnada. E quel Damiano Caruso, decimo al Tour, possibile regista in corsa. Dice Cassani: “Non siamo la nazionale favorita, ma siamo coesi e abituati alle grandi sfide. La gara sarà dura, con molte salite. Ma io sono fiducioso perchè noi possiamo puntare su qualcosa che nel ciclismo è sinonimo di Italia: la squadra”. La concorrenza? Tre nomi più di tutti: Il solito Van Aert, secondo dietro Ganna e straordinario protagonista al Tour. Il francese Alaphilippe, adatto a un mondiale. E il vecchio Valverde, reduce anche lui dal Tour, e sempre temibile nelle corse di un giorno. Non va dimenticato Tadej Pogecar, trionfatore in Francia. Temibile lo è di sicuro, ma se è umano, i postumi delle feste parigine si faranno sentire.

Tante ipotesi, ma poi, come sempre, il mondiale diventa un terno al lotto. Uno scherzo del destino. Un po' come la Milano- Sanremo dove può vincere chiunque, ma poi quel chiunque si scopre che non è mai arrivato lì per caso. Per vincere un mondiale, diceva Gimondi, bisogna essere forti, intelligenti e anche fortunati. Incrociamo le dita.

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