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Mondiali: intorno alla finale Argentina-Francia una brutta aria (condizionata e fritta)

Pensare che una finale mondiale potesse essere decisa non dalle volate di Di Maria o Mbappé, ma dagli spifferi che soffiano intensi e gelidi tra Centro Stampa, alberghi e stadi non poteva certo essere pronosticato

di Dario Ricci

Qatar 2022, oggi Croazia-Marocco per il terzo posto

4' di lettura

Lo si poteva facilmente intuire, che prima o poi l'aria condizionata, qui a Doha, avrebbe imposto il suo tributo. Ma certo, pensare che una finale mondiale potesse essere decisa non dalle volate di Di Maria o Mbappé, ma dagli spifferi (o pure qualcosa in più, in tutta onestà) che soffiano intensi e gelidi tra Centro Stampa, alberghi e stadi (una cella frigorifera, praticamente, tanto per fare un esempio, l'Education City Stadium che ha ospitato Brasile Croazia nei quarti di finale) non poteva certo essere pronosticato.

Francia preoccupata per il termometro

Eppure, a questo punto stiamo, se nel ritiro francese più che i video relativi a Messi e compagni si guarda il termometro, e pure con una certa preoccupazione. Le ultime info danno Rabiot e Upamecano sulla via del recupero, Coman stabile (ma il pollice punta all'insù) Varane e Konatè quelli più indietro, e comunque tutti alle prese con tosse e starnuti e (per fortuna) tamponi negativi. Deschamps se ne lava le mani, nel senso che pure lui ha ripreso a far uso di abbondante gel disinfettante, e intanto la delegazione transalpina si protegge come può (chiedendo ad esempio l'uso della mascherina ai giornalisti presenti in zona mista nelle gare contro Inghilterra e Marocco, con risultati invero modesti per quanto riguarda applicazione e prevenzione. D'altra parte, che sarebbe diventato il mondiale dei berretti di lana e delle sciarpe lo avevano pronosticato (azzeccandoci) i più esperti, proprio immaginando lo zelo mediorientale e persico nel mettere a punto sistemi di areazione funzionali a rendere confortevole il soggiorno degli ospiti stranieri (e occidentali in particolare). Fatto sta che la tosse e gli smoccolii del giornalista asiatico cui inavvertitamente ci sedemmo di fianco sul bus che ci portava all'Al Bayt, l'altra sera, in occasione della seconda semifinale proprio tra Bleus e Leoni d'Atlante, non facevano presagire nulla di buono (né per lui, né per chi scrive, finora comunque miracolosamente risparmiato dal virus o bacillo che sia).

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Aria fritta

Del resto, il sabato del villaggio del calcio globale non è solo il giorno dell'aria condizionata, ma pure quello dell'aria fritta per eccellenza: vacua per antonomasia è la finale per il terzo posto, che nessuno vuole giocare (ma che pure alla fine nessuno vuole neanche perdere); vane e lievi, in particolare, le parole dei protagonisti attesi dalla sfida totale per il trofeo, con considerazioni e riflessioni che il campo, col suo verdetto crudo e definitivo, spazzerà via disperdendole nel vento e nella memoria.

Bagliori di verità li ha comunque regalati proprio Didier Deschamps: dopo dieci anni sulla panchina della Nazionale, un Europeo in casa perso in finale, un Mondiale vinto e un'altra finale, le parole con cui ha allontanato l'ipotesi di un addio al ruolo da ct dopo questa Coppa qatariota sono suonate piuttosto come un saluto definitivo, che come un rinnovato desiderio di rimanere alla guida dei Bleus (con Zidane ormai da tempo costantemente alla finestra…).

E allora Didier s'è un po’ sbottonato, quando ad esempio ha messo la squadra e solo quella davanti a tutti gli interessi particolari e personali, o quando ha ammesso che lui (anzi, soprattutto lui) e i suoi ragazzi si sentono soli “contro tutto il mondo e magari anche qualche francese” che vorrebbe Messi campione, ma che comunque rimangono focalizzati sull'obiettivo della vittoria; e pure sincero è parso il disappunto contro chi ancora ipotizzava un recupero in extremis di Benzema, pure invitato a Doha per assistere alla finale dal presidente francese Macron, insieme ad altri infortunati eccellenti e grandi ex (ma proprio Zidane ha declinato il pur altolocato invito).

Lloris ha invece vestito i suoi panni abituali, quelli dello Zoff di Francia: cioè di fatto il portavoce misurato e pacato (ma solo davanti al microfono) di un gruppo che ha costantemente abbassato la temperatura (almeno rispetto a questa, c'è riuscito benissimo…) del proprio dialogo con i media, tanto appunto da fare del capitano il suo pressoché unico ambasciatore, come accaduto agli Azzurri con il grande Dino nella cavalcata vincente di Spagna'82. E dire che proprio l'estremo difensore del Tottenham potrebbe diventare il primo capitano della storia a sollevare per due volte di seguito la Coppa del Mondo.

Volti nuovi e vecchie glorie

Sorridente e disteso, invece, uno dei volti ‘nuovi' del Mondiale, quel Damian Emiliano ‘Dibu' Martinez, estremo difensore dell'Aston Villa che con le sue parate tanto ha inciso nel cammino dell'albiceleste verso la finale del Lusail Stadium: la striatura biancoceleste dei capelli (piuttosto sbiadita, in tutta franchezza…) ne tradisce lo spirito irriverente che rispecchiano pure gli occhi neri e vivi, e che pure guizza dalla leggerezza con cui ben si districa (per un quarto d'ora, non di più, eh…) tra le domande che contribuiscono a infittire l'aria solfurea di questa vigilia astratta e insensata. Messi felice, Mbappe pericoloso, sogni, determinazione, volontà, focalizzazione, emozioni, desideri, infortuni, assenti e presenti, spirito di squadra, rigori, arbitro, popolo, tifosi (tanti di più quelli argentini; ma la Francia giocando in casa la finale ha perso Euro2016, magari è la volta buona per piazzare il colpo…in trasferta!): pure Scaloni non sfugge alla legge non scritta, ma tutta parlata, dell'attesa e dei suoi luoghi comuni. Come dire che – spenti i condizionatori e finita di cuocere l'aria solfurea – la parola, l'unica che conta, spetta al campo. E sarà quella definitiva, che resterà nella Storia e negli albi d'oro.

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