Il provvedimento

Mondo di Mezzo, la Corte d’Appello lascia Buzzi in cella: «può reiterare le corruzioni»

La decisione all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che ha escluso il reato di associazione di tipo mafioso

di Ivan Cimmarusti


"Mondo di mezzo" non e' Mafia Capitale

3' di lettura

Salvatore Buzzi, nel processo Mondo di Mezzo, resta in carcere. Anche con una assoluzione piena dall’accusa di associazione mafiosa, l’ex ras delle cooperative romane potrebbe ancora compiere gli stessi reati di tipo corruttivo per i quali è stato condannato. Così ha deciso la Corte d’Appello di Roma sull’istanza depositata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandro Diddi e Piergerardo Santoro, all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione.

«La motivazione del rigetto è che Buzzi potrebbe reiterare la corruzione con la nuova classe dirigente. Evidentemente la Corte d’Appello ritiene che la nuova classe politica possa farsi corrompere, essendo la corruzione un tipico reato bilaterale». È il commento dei due avvocati di Buzzi.

Secondo la Corte d’Appello «le esigenze cautelari rappresentate dal pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie di quelli per cui si procede non risultano venute meno né siginificativamente attenuate».

La Corte aggiunge che «il pur innegabile buon comportamento processuale dell’imputato non consente, allo stato, di ritenere definitivamente e radicalmente recise le possibilità di sfruttare ancora, qualora sottoposto a misura cautelare gradata, la sua rete di rapporti illeciti e la sua comprovata capacità di penetrazione corruttiva all’interno di quei settori della politica locale permeabili a tali proposte».

L’aspetto della reiterazione del reato non è di secondo piano. Gli stessi difensori di Buzzi hanno spiegato alla Corte che «dal 2014 (anno dell’arresto, ndr) ad oggi si sono succedute ben due amministrazioni comunali», con cui l’ex ras delle cooperative del Lazio non avrebbe alcun contatto. Non solo: i legali aggiungono che «Buzzi ha ammesso i reati di corruzione» e ciò «costituisce segno della cesura (interruzione, ndr) con il passato deviante foriero di pericolosità sociale». A questo si aggiunga che anche «le cooperative sociali, strumento attraverso il quale si sarebbe realizzato il reato associativo, sono state sottoposte a sequestro e sottratte a qualunque disponibilità di Buzzi».

Secondo la sentenza del 22 ottobre scorso, della sesta sezione penale della Cassazione, presieduta da Giorgio Fidelbo, non fu mafia quella del Mondo di mezzo. Massimo Carminati e Buzzi, dunque, non avevano messo in piedi un’unico gruppo criminale ma due associazioni che poco o nulla avevano a che vedere l’una con l’altra.

La Cassazione, infatti, ha annullato la condanna per 416 bis a Buzzi e Carminati, che in Appello erano stati condannati rispettivamente a 18 anni e quattro mesi e 14 anni e mezzo, e quelle per gli altri 15 accusati di reati di mafia, tra cui l’ex capogruppo Pdl in Regione Lazio Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi in appello). Due gli assolti mentre per 21 imputati, tra cui Buzzi e Carminati, si aprirà un nuovo processo di appello per ridefinire le pene e discutere alcuni reati fine.

Con Mondo di Mezzo, dunque, non ci fu «una generalizzata situazione di assoggettamento ed omertà nel contesto territoriale». Ciò non avvenne «né sull’intero territorio urbano (Roma, ndr) né nel quartiere ove il gruppo operava». Vi erano esclusivamente due gruppi criminali - l’uno gestito da Massimo Carminati (per reati legati all'usura e alla riscossione crediti) e l’altro nelle mani di Salvatore Buzzi (manipolazione di appalti) – che operavano da sole e senza essere «caratterizzate neppure da mafiosità autonoma».

Per approfondire:
Mondo di mezzo, Buzzi chiede di essere scarcerato
I giudici: Mondo di Mezzo «non controllava Roma»

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