Le motivazioni del primo grado

I giudici: Mondo di Mezzo «non controllava Roma»

Con Massimo Carminati e la sua organizzazione non ci «fu una generalizzata situazione di assoggettamento ed omertà» né di Roma né del quartiere dove operava. Le motivazioni del primo grado che hanno per prima escluso l’ipotesi del reato di associazione mafiosa, probabilmente fatte proprie anche dalla Corte di Cassazione

di Ivan Cimmarusti


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3' di lettura

Con Mondo di Mezzo non ci fu «una generalizzata situazione di assoggettamento ed omertà nel contesto territoriale». Ciò non avvenne «né sull’intero territorio urbano (Roma, ndr) né nel quartiere ove il gruppo operava». Vi erano esclusivamente due gruppi criminali - l’uno gestito da Massimo Carminati (per reati legati all’usura e alla riscossione crediti) e l’altro nelle mani di Salvatore Buzzi (manipolazione di appalti) – che operavano da sole e senza essere «caratterizzate neppure da mafiosità autonoma».

Questo è quanto riteneva il Tribunale di Roma nella sentenza di primo grado, con cui escluse che Mondo di Mezzo fosse un’organizzazione di tipo mafioso secondo quanto stabilito dall’articolo 416 bis. Una decisione che potrebbe essere stata fatta propria anche dalla Corte di Cassazione, che ha definitivamente escluso l’ipotesi della mafia dietro le organizzazioni di Massimo Carminati e di Salvatore Buzzi.

Ma andiamo con ordine. L’accusa, mossa dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, ruotava invece attorno alla costituzione di una «nuova» mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale. Una «collaudata» organizzazione criminale che aveva le caratteristiche tipiche del 416bis: vale a dire, «la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva», scrivevano i giudici d’Appello che invece avevano ritenuto valide le argomentazioni dell’accusa.

Anche la stessa Corte di Cassazione, chiamata a decidere in sede cautelare (sulla richiesta di revoca delle misure cautelari), affermò che la «struttura» messa in piedi da Carminati e Buzzi era una mafia, perché la forza intimidatrice dalla quale derivano «l’assoggettamento e l’omertà», può trovare conferma in una «sistematica attività corruttiva» che «esercita condizionamenti diffusi nell’assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende pubbliche».

Ma allora cos’è che ha fatto venire meno l’ipotesi del 416 bis? Negli atti del primo grado è possibile trovare una risposta, probabilmente fatta propria – come detto – anche dalla Corte di Cassazione. Secondo il collegio del Tribunale di Roma operavano due gruppi, l’uno riconducibile a Carminati e l’altro a Buzzi. Tuttavia queste due organizzazioni non si incontrano mai. L’unico collegamento è Carminati, che costituisce «elemento di contatto tra le due realtà senza che la sua presenza sia sufficiente a determinare la fusione e a generare un unicum operativo nel quale ciascuno fosse consapevole e partecipe del complesso delle attività compiute e programmate dagli altri».

Non solo. Anche guardando il primo gruppo - quello di Carminati in cui si registrano i casi di usura e recupero crediti – il Tribunale non ha individuato quel metodo mafioso. Nella sentenza, infatti, si legge che «gli atti di intimidazione (…) provocarono certamente nelle vittime uno stato di grave preoccupazione e timore» ma senza che ci fosse «una generalizzata situazione di assoggettamento ed omertà nel contesto territoriale : né sull’intero territorio urbano né nel quartiere ove il gruppo operava». Anche «le relazioni con altri gruppi criminali – si legge ancora negli atti - si rivelano, ad un attento esame, contatti quasi esclusivi del solo Carminati».

Buzzi, invece, attuava una strategia di “penetrazione” del mondo degli appalti tipica del mondo corruttivo. Tanto da portarlo negli anni a «instaurare e mantenere rapporti con esponenti, politici e non, della amministrazione capitolina, principale committente delle cooperative sociali, che alla stessa erogavano la prestazione di numerosi servizi». All’organizzazione capeggiata da Buzzi «si aggregava Carminati che alla fine del 2011 diveniva uno stretto collaboratore ed un sodale di Buzzi», ma che non apportava alcun metodo «mafioso» per incassare le commesse.

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