il processo

«Mondo di Mezzo», per la Cassazione era mafia. Procura valuta ricorso in appello

di Ivan Cimmarusti

3' di lettura

«La forza intimidatrice» di un’associazione di tipo mafioso non deve essere esclusivamente fondata sulla «violenza» ma anche sulla «contiguità politica ed elettorale» che trova nel «metodo corruttivo» la sua peculiarità. Così nella primavera del 2015 la sesta sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Antonio Agrò e relatore Gaetano De Amicis) confermava l’impianto accusatorio della Procura di Roma: l’allora ipotizzato clan di Massimo Carminati era una mafia secondo i parametri sanciti dall’articolo 416 bis del codice penale.

Una pronuncia che avrà un peso nell'appello
Una pronuncia cautelare - assieme a quelle del Tribunale del Riesame e del giudice per le indagini preliminari - che inevitabilmente avrà un peso nel ricorso che i pm capitolini sono pronti a presentare, dopo la sentenza della X sezione penale che ha riqualificato l’associazione mafiosa in associazione semplice. La sentenza della Cassazione non è di poco conto, perché ha riconosciuto la genuinità di questa indagine coordinata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, dall'aggiunto Paolo Ielo e dai sostituti Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli.

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Forza intimidatrice nella corruzione
Gli ermellini diedero una visione più ampia della forza intimidatrice dalla quale derivano «l’assoggettamento e l’omertà» che può trovare conferma in una «sistematica attività corruttiva» che «esercita condizionamenti diffusi nell’assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende pubbliche». Un’analisi che inevitabilmente rischia di collidere con questa decisone dalla X sezione penale del Tribunale di Roma (presidente Rosanna Ianniello, giudici Renato Orfanelli e Giulia Arcieri), che escludendo l’esistenza dell'articolo 416 bis ha smontato parte del procedimento. C'è da dire che il collegio di primo grado ha ritenuto sussistenti tutte le ipotesi di reato legate a fatti corruttivi e di estorsione, oltre che di turbativa degli appalti pubblici.

Il salto di qualità della mafia
Gli interrogativi aumentano, perché secondo la suprema Corte «proprio in relazione al settore della pubblica amministrazione» è stato «individuato il verificarsi del salto di qualità nelle attività dell’associazione in esame, in quanto avvenuto, per un verso, grazie ai rapporti di amicizia e comune militanza politica intrattenuti dal Carminati con persone (il consigliere regionale Luca Gramazio e l'ex ad di Ama, Franco Panzironi - ndr) che avevano assunto importanti responsabilità amministrative (...) soprattutto grazie all'accordo intervenuto con Salvatore Buzzi e la sua struttura imprenditoriale da lui organizzata e gestita».

Buzzi e Carminati restano in carcere anche per «i collegamenti con la politica»
Intanto sono state depositate le motivazioni con cui il Tribunale ha stabilito di lasciare in carcere i due elementi di spicco delle associazioni per delinquere individuate dalla X sezione penale. Negli atti si legge che per loro «deve essere mantenuta la misura detentiva in considerazione: del ruolo apicale di Carminati, Buzzi e Riccardo Brugia (braccio destro del primo - ndr) e del conseguente spiccato pericolo di reiterazione di reati della stessa indole, per Carminati e Brugia anche mediante violenza alla persona, pericolo desumibile dai reati accertati nella presente sede», nonché «dalla fitta rete di collegamenti conseguenti all'attività pubblica, anche politica» svolta da altri soggetti coinvolti nel procedimento.

Il ricorso della Procura
I pm, coordinati dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, vogliono capire in primo luogo come il tribunale motiverà la decisione di non applicare il 416 bis alla luce anche delle pronunce, in particolare della Corte di Cassazione, che avevano confermato l’impianto accusatorio. «Leggeremo con attenzione le motivazioni - ha commentato il procuratore aggiunto Paolo Ielo - per poi valutare l’eventuale ricorso in Appello».

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