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Università, in sei anni fondi tagliati del 10%. Italia meglio…

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Università, in sei anni fondi tagliati del 10%. Italia meglio solo della Slovacchia

Passano i mesi, cambiano i governi ma il ritornello è sempre lo stesso: i soldi sono finiti. Complice la crisi e la necessità di fare economie, il nostro Paese è tra quelli che tra il 2008 e il 2014 ha ridotto di più in Europa la spesa per la formazione superiore. Lo dice l'ultima analisi del Parlamento Europeo “Formazione superiore nell'Ue” presentata a Bruxelles: nel periodo più acuto della crisi solo sei Paesi dell'Ue hanno investito di più che in precedenza nella formazione universitaria: Austria, Belgio (Vallonia), Francia e Paesi Bassi con un aumento di spesa pubblica tra l'1% e il 10%, Germania e Svezia con più del 10%.

Otto governi hanno invece decretato tagli oltre il 10%: si tratta di Grecia, Irlanda, Italia, Lituania, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna e Ungheria. Per il nostro Paese la dieta ipocalorica a cui è sottoposto da anni il ciclo di istruzione universitario è una costante, come se l'istruzione (universitaria) non fosse una priorità. Nel 2008, prima dell'inizio della crisi, l'Italia era il penultimo Paese membro per percentuale di Pil investito nelle università: allora venivano destinate risorse pari allo 0,83% del Prodotto interno lordo, contro una media europea dell'1,23%. Peggio di noi solo la Slovacchia (0,78%).

Questo costante impoverimento degli investimenti nell'ultimo ciclo di studi ha ripercussioni sul livello di competitività degli italiani che iniziano ad essere evidenti. L'ultima inchiesta dell'Ocse sulle competenze degli adulti parla chiaro: le competenze linguistiche e matematiche degli adulti italiani sono tra le più basse nei paesi Ocse pur avendo un effetto positivo sulla riuscita nel mercato del lavoro e sulla vita sociale. Tuttavia, in Italia, gli effetti sul salario di tali competenze come del livello di istruzione sono più limitati che in altri Paesi a causa del sistema salariale relativamente rigido.

Nei Paesi Ue il contributo pubblico all'istruzione è spesso legato al mercato universitario e con una domanda in calo (come quella italiana) anche la spesa dei governi si riduce. Secondo lo studio del Parlamento Ue i fattori che concorrono alla diminuzione della domanda sono molteplici. In alcuni casi, come in Lettonia (-16% il tasso di riduzione degli studenti tra il 2008 e il 2012), c'è un abbandono da parte degli studenti, in altri casi c'è un calo demografico alla base della riduzione delle iscrizioni. A volte un insieme delle due cose. Ma c'è una costante ed è la richiesta di appoggio dall'Europa: in tutti quei Paesi europei in cui i finanziamenti pubblici all'istruzione superiore diminuiscono, le università spesso hanno nei fondi comunitari “la loro speranza” di approvvigionamento di risorse. Ma i programmi Ue “non sono intesi a sostituire gli schemi di finanziamento nazionale, che ha bisogno di rimanere forte per mantenere alta la competitività”. Di fronte ai tagli dello Stato, l'Europa dunque può poco. Per di più l'istruzione resta di competenza esclusiva dei governi nazionali. L'Ue ci avvisa quindi: ciascun Paese si occupi dei propri atenei pubblici (per quelli privati è tutta un'altra storia).

Nel frattempo che fa il governo italiano? La settimana scorsa ha detto di avere in programma di lanciare anche la Buona università, dopo la Buona scuola. L'esecutivo starebbe lavorando ad una riforma del reclutamento universitario. Perché, come ha detto la senatrice del Pd Francesca Puglisi - responsabile scuola, università e ricerca nella segreteria nominata da Renzi - “gli atenei sono afflitti da troppi vincoli e troppa precarietà che ne soffoca l'autonomia”. Meno dipendenza e più stabilità sono certamente due strade che portano nella giusta direzione. Resta da inquadrare il capitolo economico sul quale (quasi sempre) si gioca la partita.

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