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Libia, prove tecniche di mobilitazione contro l’Isis a Sirte. Ma…

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l’intervento militare

Libia, prove tecniche di mobilitazione contro l’Isis a Sirte. Ma per far cosa?

Ciclicamente torna a balenare l'ipotesi di un intervento militare internazionale in Libia, a guida italiana e su mandato delle Nazioni Unite. Una possibilità a cui sembra credere il governo italiano anche se un'intesa tra i libici pare ancora lontana e non è chiaro quale sarebbe il compito di una forza di caschi blu.

Schierare truppe in Libia per una missione senza un preciso obiettivo militare comporterebbe costi e rischi elevati nell'attuale contesto in cui la presenza di truppe occidentali finirebbe per attirare tutti i terroristi suicidi di Nord Africa e Sahel. Non a caso il ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha dichiarato che 'Italia in Libia non intende intraprendere “avventure nel deserto” perché queste “non servono e peggiorano la situazione”. L'Italia, ha ribadito il ministro, “dovrebbe fare la sua parte per sostenere con ogni mezzo il negoziato” e “per intervenire nel contenimento della minaccia terroristica”, “ma se l'invito a uscire dalla esitazioni significa promuovere un intervento armato” allora non sarà disponibile, “il governo non lo vuole”.

Il documento con cui i governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno chiesto il 17 agosto a tutte le fazioni libiche di unire le proprie forze contro lo Stato Islamico (IS) che imperversa e si consolida a Sirte e in altre località non sembra del resto indicare la disponibilità delle potenze occidentali a schierare truppe e mezzi sul suolo libico. Nelle scorse settimane era filtrata sui media britannici la disponibilità di Londra a condurre azioni militari contro il Califfato anche in Libia ma in tal caso è improbabile che Londra possa agire in posizione subalterna a Roma né del resto sembra che al Palazzo di Vetro abbiano fretta di mettere a punto una risoluzione che autorizzi un intervento internazionale.

Il documento congiunto dei sei recita che “non esiste una soluzione militare alla crisi libica” ma lo Stato Islamico sta allargando il suo dominio con le armi e appare sempre più stridente il confronto tra l'intervento di Usa e Nato contro Muammar Gheddafi nel 2011, definito all'epoca “necessario” per proteggere i civili dal regime mentre contro i jihadisti giunti a 400 chilometri dalle coste europee l'Occidente resta alla finestra nonostante l'Isis abbia proclamato l'emirato a Sirte obbligando la popolazione a sottostare alla più rigida sharia ed eseguendo esecuzioni che non hanno risparmiato cristiani e supposte spie.
Posizione d'attesa anche per la Lega Araba che la scorsa settimana si è espressa a favore di generiche forniture militari al governo di Tobruk la Libia per “combattere il terrorismo” ma non ha risposto alla richiesta dello stesso esecutivo (rilanciata imvano anche ieri) di avviare raid aerei contro Sirte.

Spazzare via le milizie dell'Isis dalla città natale di Gheddafi sarebbe un'operazione potenzialmente rapida e alla portata anche delle sole forze italiane che potrebbero guidare un'azione congiunta tra l'esercito di Tobruk a est e le milizie di Misurata a ovest con un attacco da terra cielo e mare lasciando poi alle truppe libiche il compito di controllare il territorio. Rappresenterebbe un valido test per verificare la disponibilità delle diverse milizie libiche a cooperare contro l'Isis ma si tratterebbe però di un'operazione di guerra, simile (ma più ampia) a quella effettuata contro lo stesso nemico dagli egiziani a Derna nel febbraio scorso. Nulla a che vedere con le “missioni di pace”. Improbabile quindi che Roma l'autorizzi tenuto conto che quello italiano è l'unico dei 24 contingenti aerei della Coalizione mobilitati contro l'Isis in Iraq e Siria a non impiegare armi.

Nei giorni scorsi il ministro Gentiloni ha sottolineato il rischio che la Libia diventi un'altra Somalia ma il paragone era d'attualità già più di un anno or sono (l'Unione africana ammonì in tal senso la Nato nella primavera del 2011 quando prese il via la guerra contro Gheddafi) e da allora non abbiano fatto praticamente nulla se non confidare sui negoziati dell'inviato dell'Onu, Bernardino Leon, ancora in alto mare e che non sono riusciti a coinvolgere il governo islamista di Tripoli che controlla le coste da cui salpano ogni giorno i barconi diretti in Italia.

Un traffico troppo intenso e redditizio perché a Tripoli nessuno ne sappia nulla così come non dovrebbe sfuggire la “strana coincidenza” che vede l'Europa raggiunta ogni giorno da migliaia di immigrati illegali che sbarcano sulle coste greche e italiane provenienti quasi tutti dalla Turchia e dai territori libici controllati da un governo che ha nella Turchia e nel Qatar i suoi unici alleati. Forse sarebbe il caso di pretendere qualche spiegazione ad Ankara.

L'obiettivo prioritario per l'Italia è garantire la sicurezza degli impianti dell'Eni e del gasdotto Greenstream oltre a interrompere i flussi migratori gestiti dai trafficanti. Improbabile però un via libera dell'Onu ad operazioni sulla costa libica contro i criminali. Le richieste in tal senso di Federica Mogherini sono state di fatto respinte e la flotta varata dalla Ue (Eunavfor Med) per contrastare i trafficanti e in mare dalla fine di giugno resta in attesa di un eventuale via libera da Bruxelles a distruggere i barconi almeno in alto mare, dopo averne imbarcato i passeggeri.

Un via libera che gli ottimisti ritengono possa forse arrivare dal vertice dei ministri degli esteri della Ue del 3 settembre.

Di fatto una flotta che costa una cinquantina di milioni di euro ogni tre mesi alla Ue (11,8 milioni stanziati finora), all'Italia (26 milioni) e agli altri Paesi partecipanti, se tutto va bene potrà fare quello che già fanno senza troppo clamore l'operazione Triton dell'agenzia europea Frontex e l'italiana Mare Sicuro che dopo averne raccolto gli occupanti affondano legittimamente barconi e gommoni per impedire ai trafficanti di riutilizzarli. Operazione legittima poiché le imbarcazioni, alla deriva e abbandonate spesso in pessime condizioni, possono costituire un pericolo per la sicurezza della navigazione.

Intanto i temporeggiamenti e le indecisioni di Italia e Ue hanno consentito ai trafficanti di disporre di tutta l'estate per continuare ad arricchirsi indisturbati mentre la flotta Ue a guida italiana, composta dalla portaerei Cavour e da un sottomarino italiano più due navi tedesche e una britannica (in attesa di una nave francese e una spagnola) finora ha dato una mano a trasportare in Italia immigrati raccolti in mare.

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