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Un Paese al bivio tra crescita e riforme

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GLI SCENARI

Un Paese al bivio tra crescita e riforme

L’intervento del Governo cinese nel mercato azionario e la svalutazione del renminbi dell’estate scorsa sono stati un forte monito a ricordare che gli sviluppi economici in Cina influiscono su tutti i Paesi. Adesso, alla Quinta assemblea plenaria di questo mese del 18esimo Comitato centrale del Partito comunista Cinese, la Cina era attesa da alcune decisioni che avranno un ulteriore grande impatto su tutto il mondo.
Due anni fa, al Terzo plenum, le autorità cinesi si impegnarono a varare riforme di ampio respiro, dichiarando che i mercati «devono rivestire un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse». Mentre il settore statale avrebbe continuato a ricoprire il ruolo fondamentale di fornitore di beni e servizi pubblici, i policy-maker avrebbero «incoraggiato, sostenuto e guidato senza sosta lo sviluppo del settore non pubblico, stimolandone il dinamismo e la creatività».
L’anno scorso il Quarto plenum si concentrò per livellare il terreno di gioco dell’economia in termini di diritti, opportunità e regolamentazioni, rafforzando la legalità e migliorando la responsabilità, la trasparenza e la legittimità del processo decisionale del governo. Tra le riforme specifiche proposte vi erano anche la costituzione di tribunali itineranti per ridurre il controllo dei governi centrali sul sistema legale, e un più ampio ruolo per il Comitato permanente del Congresso del Partito nazionale popolare per garantire una totale aderenza alla Costituzione cinese.

Quest’anno il partito doveva decidere in merito alla direzione del 13esimo Piano quinquennale cinese, che sarà annunciato nel 2016 e che si ritiene debba consentire alla Cina di emanciparsi entro il 2020 dallo status di Paese a medio reddito. La questione è capire come bilanciare l’esigenza di una crescita continua con l’imperativo di riforme che intralciano i tradizionali incentivi alla crescita.
Una cosa è certa: la Cina deve affrontare sfide di tutto rispetto. La crescita economica è rallentata fino a meno del 7 per cento in un periodo nel quale il resto del mondo deve far fronte al pericolo di una stagnazione secolare (crescita bassissima e inflazione prossima allo zero). L’indebitamento interno è in forte aumento: il renminbi è sottoposto a continue pressioni per la svalutazione e gli investitori stanno ancora digerendo le implicazioni del recente intervento dei mercati azionari. Se a tutto ciò si aggiunge la maggiore riluttanza dell’apparato burocratico a intraprendere iniziative di spessore – una conseguenza involontaria dell’aggressiva campagna contro la corruzione del presidente Xi Jinping – diventa quanto mai chiara tutta l’entità del compito che spetta alla Cina.

Ma ci sono anche alcune buone notizie. Nel corso della recente visita di stato di Xi negli Stati Uniti, il presidente cinese e quello americano Barack Obama hanno riaffermato la validità degli accordi bilaterali commerciali ed economici tra i loro Paesi. Oltre a ciò, la Cina sta facendo progressi con la sua iniziativa “One belt, one road” (la cosiddetta “Nuova Via della Seta”, la cintura economica e quella marittima e logistica fortemente volute dal presidente Xi nel 2013, ndr), finalizzata ad accrescere i rapporti economici della Cina con i paesi di tutta l’Asia centrale, meridionale e orientale, con l’Oceano Indiano, il Medio Oriente e infine l’Europa. Questi sforzi integreranno quelli dell’Accordo commerciale del Partenariato transpacifico degli Stati Uniti, che al momento non include la Cina, e influiranno notevolmente sull’ambiente dei commerci e degli investimenti globali.
Di fatto, malgrado alcuni inquietanti segnali sul breve periodo, la Cina pare nel bel mezzo di una trasformazione radicale che la porterà a essere un’economia “snella, pulita e verde” trainata dai consumi. Naturalmente, il processo è tutt’altro che semplice, e ciò a causa non soltanto della complessità congenita dell’economia cinese, ma anche della sua natura globalmente integrata che la rende vulnerabile agli shock esterni. Malgrado le difficoltà legate alla necessità di coordinare l’immenso apparato burocratico cinese, però, il governo ha fatto considerevoli progressi nel porre rimedio a quattro gravi problemi: corruzione, degrado ambientale, eccessivo indebitamento dei governi locali e capacità produttiva in eccesso.

La campagna contro la corruzione di Xi si è spinta fino a rimuovere un membro in pensione del Comitato permanente del Politburo, l’organo più potente in Cina. Nello stesso modo, dall’inizio dell’anno le emissioni di anidride carbonica sono state drasticamente ridotte e le autorità paiono determinate a rispettare gli obbiettivi di diminuzione del CO2 fissati nel 2010. Altre riforme di regolamentazione stanno iniziando a moderare i rischi legati al sistema bancario ombra, e le forze di mercato stanno portando nuova vita in alcune città fantasma.
Al Quinto plenum, i leader cinesi sono partiti dai progressi compiuti cercando di accordarsi su come procedere e mantenere lo slancio riformistico. Per riuscirci, dice Xi, il governo dovrà «stritolare anche le ossa più dure»: in altri termini dovrà fare piazza pulita degli interessi acquisiti che oppongono resistenza al cambiamento.
Al tempo stesso, gli amministratori cinesi devono riconoscere che le riforme hanno significativi effetti deflazionistici a breve termine. In un primo tempo le autorità avevano sottovalutato questi effetti, e ciò ha provocato l’inattesa instabilità dell’estate scorsa. Se la Cina intende evitare la trappola della deflazione da indebitamento, le autorità devono apportare alcune variazioni.

Oltre a fissare un obbiettivo di crescita leggermente inferiore al 6 per cento annuo, le autorità sono chiamate a fornire un maggiore sostegno monetario e fiscale per controbilanciare il previsto calo delle spese per gli investimenti, i consumi e il governo. Affrontando al tempo stesso le perturbazioni associate all’espandersi dell’innovazione tecnologica.
Stante la situazione, le città cinesi dell’entroterra stanno traendo enormi benefici dai migliorati accessi ai mercati e dall’efficienza distributiva consentita dall’aumento dell’e-commerce. Oltre a ciò, anche l’automazione sta contribuendo a compensare il calo della crescita della manodopera (dovuto all’invecchiamento della popolazione e al rallentamento del fenomeno migratorio).
Al confronto, le città cinesi della costa, dove sono concentrate le attività produttive e manifatturiere, stanno vivendo una sorta di distruzione creativa – un processo indispensabile che tuttavia presenta alcune sfide significative sul breve periodo. Per affrontarle e risolverle al meglio, il governo dovrà creare incentivi affinché i funzionari superino la loro avversione al rischio e diventino proattivi nella gestione del cambiamento.

Infine, come sembrano ammettere gli stessi leader cinesi, un aumento nei salari reali è di vitale importanza per dare slancio ai consumi interni. Oltre a ridurre la dipendenza del Paese dalla domanda estera e contribuire a lanciare il paese sempre più in alto nella scala di valore, una maggiore spesa in renminbi aiuterebbe a incentivare l’uso della valuta nei commerci e negli investimenti. L’imminente decisione del Fondo Monetario Internazionale – alla quale gli Usa adesso hanno deciso di non opporsi – di aggiungere il renminbi al paniere delle valute che costituiscono i suoi asset di riserva, il Diritto speciale di prelievo, migliorerebbe ancor più la posizione internazionale della valuta cinese.
Con il giusto approccio, il Tredicesimo piano quinquennale potrà apportare migliorie significative nella qualità della concorrenza nei mercati, della responsabilità del governo, e della fornitura di beni e servizi pubblici in Cina. E, tenuto conto dell’influenza globale di Pechino, si tratta senz’altro di una buona notizia per tutti.

Andrew Sheng è professore associato all’Università Tsinghua di Pechino
Xiao Geng, direttore dell’Iff Institute, è professore all’Università di Hong Kong
(Traduzione di Anna Bissanti)
© PROJECT SYNDICATE, 2015