Mondo

L'Isis e noi: il partito della morte e le gioie della vita quotidiana

  • Abbonati
  • Accedi
PROCLAMA IN DIFESA DEI NOSTRI VALORI

L'Isis e noi: il partito della morte e le gioie della vita quotidiana

Se, dopo la carneficina di Parigi, deve esserci una guerra, facciamo in modo che prima di ogni altra cosa sia una guerra di idee, combattuta con le uniche armi che ancora non sono state utilizzate: i principi della dignità sociale; le norme sulle quali si basa la nostra vita di tutti i giorni, il più delle volte non messe alla prova, non enunciate, non adoperate mentre cerchiamo di mandare avanti le nostre occupazioni quotidiane per guadagnarci da vivere, per tirare su una famiglia, per dedicarci un po' all'arte qui e per praticare un po' di sport lì, e un po' di musica, un po' di buon cibo, un po' d'amore.

Fino a venerdì scorso ho sempre pensato alla “ricerca della felicità” come a un'anomalia tra le lampanti verità contenute nella Dichiarazione americana di Indipendenza; a una sorta di sentimento da biglietto augurale di Hallmark di Thomas Jefferson accanto ai più importanti toccasana della “vita” e della “libertà”. Ma gli “obbiettivi meticolosamente selezionati” dai militanti islamisti dell'IS sono stati proprio i luoghi nei quali andiamo a ricercare la nostra piccola dose di piacere nel weekend: lo stadio, la sala concerti, i bar, le strade come quelle nei dintorni del Canale St. Martin, dove la gente passeggia e si siede, scherza, spettegola, e flirta. Sono questi i luoghi nei quali gli amici provano l'esuberante piacere della compagnia altrui, nei quali estranei – spesso di lingue, paesi, opinioni diverse – si scambiano sguardi e fanno due chiacchiere avendo qualcosa di diverso in mente da un massacro.

All'improvviso questi luoghi, bollati dagli sterminatori del piacere dell'IS come luoghi di “prostituzione e vizio”, sembrano qualcosa di più importante di meri ritrovi per intrattenersi in maniera del tutto casuale. Sembrano invece il nucleo stesso dell'innocenza urbana, emblemi di quell'apertura che gli sterminatori della gioia vogliono trasformare in cimitero, nel quale la socievolezza venga sottoposta ai controlli della polizia della moralità. L'IS vorrebbe vederli trasformati in luoghi nei quali alla spontaneità subentri la tirannia costituita nella sua roccaforte siriana di Raqqa, luogo di dissonante silenzio, paura, tortura, e stupro. Vorrebbe crearvi un posto nel quale divertente e istruttiva sia la convocazione a un'esecuzione pubblica; un paesaggio di fosse comuni come quelle scoperte dopo la liberazione della città irachena di Sinjar a opera dei curdi. Tra gli aspetti più tremendi delle atrocità di venerdì c'è la giovane età, di cui si è riferito, degli sterminatori: giovani uomini che con le loro consuete urla da deficienti invocano una legittimità divina per la loro barbarie, e che impongono morte ai loro stessi coetanei.

Dopo l'11 settembre credetti che rifiutarmi di essere messo a tacere sarebbe stata la vendetta migliore. Dopo la strage di quest'anno [nella redazione di] Charlie Hebdo, ho sperato che i vignettisti satirici della rivista non avrebbero perso il loro tocco per la scandalosa irriverenza. C'è da sperare che la gentilezza degli estranei non sia spazzata via dal terrore.

Infatti, anche nel bel mezzo della sanguinaria carneficina, ci sono stati potenti segnali di comune dignità: la squadra francese di calcio si è rifiutata di lasciare sola la squadra tedesca avversaria quando questa non è riuscita a tornare in albergo, minacciata come era dalle bombe; l'hashtag #portesouvertes si è diffuso immediatamente su Twitter per accogliere in casa chiunque non fosse in grado di fare ritorno in un luogo sicuro.

Ma gli istinti di simpatia e di solidarietà umana non bastano per farci lasciare alle spalle il massacro. Quello di cui hanno bisogno adesso i nostri concittadini è una dichiarazione chiara, potente, ispirante di che cosa è esattamente ciò che dobbiamo difendere, se necessario, fino alle estreme conseguenze. Questo dovrebbe comparire nell'agenda del G-20, il summit di questa settimana delle nazioni più importanti, non le oscillazioni del ciclo economico.

Quali sono questi principi? Proprio quelli gelosamente racchiusi nelle parole di coloro che per primi pronunciarono gli imperativi della libertà di espressione: la tolleranza religiosa; il diritto alla pace civile; la resistenza alla tirannia e alla teocrazia. Sono parte integranti a tutti gli effetti delle immortali dichiarazioni di Jefferson, John Milton e John Locke, ma anche Montesquieu, Voltaire, Condorcet, Emmanuel Levinas. Dovrebbero essere scritti sui nostri vessilli di battaglia, adesso che sappiamo che non possono essere dati per scontati e che sono ciò per cui siamo disposti a combattere.

Primo, la separazione tra religione e potere dello stato.

Secondo, il diritto degli individui di fede diversa o senza fede di condividere il medesimo spazio vitale, senza oppressioni e senza intimidazioni.

Terzo, il diritto di espressione e di stampa, purché non si istighi alla violenza.
Quarto, il diritto all'uguaglianza dei sessi, di qualsiasi orientamento sessuale, in tutte le questioni attinenti alla legge, all'istruzione e all'occupazione.

Quinto, il diritto di tutti i membri di una medesima società civile, a patto di sottoscrivere questi principi fondamentali, di votare, di ricevere un'istruzione, di avere un posto di lavoro, e di esprimersi a prescindere dalla propria origine etnica e dalla propria confessione religiosa.

Questi sono tutti principi esecrabili per il nostro nemico, il partito della morte. E contro di esso noi dovremmo proclamare questi valori con una nuova comune dichiarazione di vita, libertà e ricerca della felicità.

Traduzione di Anna Bissanti

Saggista e storico dell'arte britannica, Simon Schama insegna alla Columbia University ed è uno dei più prestigiosi collaboratori del Financial Times. È noto soprattutto per la serie “A History of Britain”, documentario di grande successo scritto per la BBC.
Copyright The Financial Times Limited 2015

© Riproduzione riservata