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Dagli investimenti alla difesa comune dieci dossier per rilanciare la Ue

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Dagli investimenti alla difesa comune dieci dossier per rilanciare la Ue

Ripartire dopo lo scossone della Brexit e all’indomani delle elezioni spagnole per riformare l’Europa. Dopo le reazioni a caldo la nuova sfida inizia ufficialmente oggi con una maratona diplomatica. A tirare la volata sarà il vertice a tre nel tardo pomeriggio a Berlino tra i leader di Italia, Francia, Germania insieme al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Una riflessione tra i grandi Stati fondatori rimasti nel club alla vigilia di uno dei vertici Ue più difficili della storia dell’Unione, previsto per domani e mercoledì. Sempre oggi pomeriggio si riunisce a Bruxelles il collegio dei Commissari, mentre domani sarà la volta dell’Europarlamento. Tutta la settimana sarà dunque cruciale per capire come le istituzioni europee intendono reagire dopo lo schiaffo britannico.

Quello che è certo - e l’hanno chiarito i rappresentanti dei sei Paesi fondatori nella dichiarazione comune di sabato - è che l’Unione così com’è non basta. Dalla difesa al coordinamento delle politiche economiche, passando per il fisco e la gestione dei migranti, sono almeno dieci i dossier già avviati o lasciati in sospeso finora che potrebbero subire un’accelerazione o almeno tornare d’attualità. A livello dei 27 Paesi o in un’Europa a due velocità. «Per l’Unione - dice Vincenzo Scarpetta del think tank londinese Open Europe - è arrivato il momento della verità: la Gran Bretagna non potrà più agire da capro espiatorio per la mancata integrazione e i governi dovranno ora giocare a carte scoperte».

La partita per spingere l’acceleratore verso una maggiore integrazione non sarà facile perché sarà condotta in parallelo all’accordo di divorzio. Su alcuni progetti - come l’euro, gli accordi di Schengen, le questioni di welfare o l’Unione bancaria - Londra aveva già deciso di fare un passo indietro esercitando quello che in gergo si chiama «opt-out». Ma in questi casi l’impatto della sua uscita potrebbe ricompattare le posizioni in campo. E le spinte per un’accelerazione saranno in ogni caso influenzate dai riflessi di politica interna, soprattutto in Francia e Germania dove si vota nel 2017.

Con l’uscita di Londra il progetto per la nuova strategia di difesa della Ue, che ha subito un’accelerazione dopo gli attentati di Parigi, dovrà essere rivisto. Ed è probabile che un ruolo di primo piano venga affidato alla Francia.

Un possibile scatto in avanti potrebbe arrivare da un maggiore coordinamento delle politiche economiche tra i Paesi dell’area euro. Qui occorrerà trovare un equilibrio tra le richieste di un maggiore controllo (da parte della Germania) e quelle che puntano e hanno già ottenuto un’interpretazione più flessibile delle regole, avanzate da Italia e Francia, alla luce della Comunicazione della Commissione Ue del gennaio 2015. E chissà che prima o poi Berlino, in presenza di concessioni su altri fronti, non conceda uno spiraglio sugli eurobond, le emissioni comuni di titoli di debito, primo passo verso l’unione fiscale.

L’addio di Londra alla Ue porta in primo piano i dossier finanziari. Una delle questioni più urgenti da affrontare è legata alla sede dell’Eba, l’Autorità bancaria europea che oggi è a Londra. E anche se la Gran Bretagna ha deciso di non partecipare all’Unione bancaria, una possibile reazione per cercare la svolta potrebbe tradursi in un’accelerazione per attuare la garanzia unica sui depositi su cui ancora una volta sono i tedeschi a frenare.

Uno dei dossier più caldi riguarda la gestione dei flussi migratori. Sul tavolo ci sono le due recenti proposte della Commissione Ue per riformare il sistema di Dublino sul diritto di asilo introdotto nel 1990 e il piano strategico che punta ad accelerare i rimpatri e a gestire l’emergenza nei Paesi d’origine. Se poi una delle lezioni del referendum britannico è proprio l’esigenza per la Ue di essere più vicina ai cittadini, potrebbe tornare alla ribalta il progetto di uno schema di assicurazione europea contro la disoccupazione sostenuto dall’Italia. Un tema sentito quasi ovunque, con rare eccezioni, in particolare se si guarda alla disoccupazione giovanile che a livello Ue supera il 18 per cento.

C’è poi il capitolo del fisco su cui Londra ha sempre storto il naso. Una delle ultime eccezioni britanniche ha riguardato la tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie in via di negoziato. Brexit potrebbe anche consentire agli altri 27 di rispolverare il progetto di una base imponibile unica per le imprese, da vent’anni nel cassetto della Commissione. Dovrebbe inoltre proseguire senza intoppi l’attuazione del progetto del «Beps» per combattere l’elusione fiscale internazionale perché continueranno ad essere valide le regole dell’Ocse di cui la Gran Bretagna è membro.

I dossier del piano Ue per il rilancio degli investimenti e il fronte del mercato unico e delle semplificazioni erano due dei rari fronti di convergenza tra Londra e la Ue. Anzi, qui era addirittura la prima a tirare la volata. Tra le priorità della Commissione figura l’impegno a completare il mercato unico, garantendo la libera concorrenza. L’addio britannico non fermerà la macchina già in moto, ma la corsa potrebbe perdere un po’ di slancio. Proseguirà invece, ma non avrà più la Gran Bretagna tra i suoi destinatari una volta siglata l’uscita, anche l’attività del Fondo europeo per gli investimenti strategici. Le risorse saranno così spartite non più tra 28 ma tra 27 Paesi. Mentre non dovrebbe subire scossoni la politica energetica della Ue. In caso di adesione della Scozia l’Unione riceverebbe però in dote i suoi giacimanenti di greggio e metano.

Oltre ai dossier citati, conclude Angelo Baglioni, economista dell’Università Cattolica di Milano «il modo migliore per reagire è quello di costruire un’Unione più democratica e più comprensibile per i cittadini, riformando le istituzioni e la governance con l’elezione diretta del Presidente della Commissione Ue e con maggiori poteri all’Europarlamento». La sfida è appena cominciata.

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