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Reagire alla crescita (incompiuta) dell’Europa

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L'Editoriale|LE SCELTE DA FARE

Reagire alla crescita (incompiuta) dell’Europa

L’Eurogruppo e l’Ecofin dei giorni scorsi non sembra abbiano trattato ufficialmente né della questione bancaria né della debole crescita europea alla quale è riservato solo un accenno senza neppure esaminare il recentissimo parere annuale dell’Fmi sulla Eurozona. Pur sperando che i colloqui informali siano stati più incisivi bisognava stare di più sui temi della crescita di cui tratteremo qui anche in base al parere del Fondo.

Attenzione hanno invece avuto Spagna e Portogallo per decidere se avviare una procedura sanzionatoria delle loro infrazioni alle prescrizioni sul deficit della Commissione Europea. Entrambe i temi intersecano le politiche di bilancio su cui pure è bene riflettere anche in relazione all’Italia.

Eurozona e Fmi. L’Eurogruppo, considerando le politiche di bilancio in base ai programmi nazionali di stabilità degli stati della Uem e accennando anche a Brexit, ha concluso che le iniziali turbolenze sui mercati si stanno placando ma che l’incertezza rimane alta specie tra gli investitori. Il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem giudica le politiche di bilancio solide e pro-crescita prefigurando un passaggio da politiche espansive del 2016 a neutrali per il 2017. Per accelerare la crescita sottolinea la necessità di riforme strutturali e del sistema bancario nonché un rilancio degli investimenti soprattutto rimuovendo gli ostacoli strutturali e regolamentari (efficienza della pubblica amministrazione, contesto imprenditoriale, strozzature settoriali).

In definitiva non si percepisce un’urgenza innovativa ben diversamente dalle valutazioni dell’Fmi di qualche giorno prima. Infatti per il Fondo aumentano i rischi di rallentamento della Uem con previsioni di crescita quinquennali mediocri all’1,5% medio annuo. Rischi politici (post-Brexit, immigrazione, sicurezza anti terrorismo) e rischi economico-finanziari (bassa crescita e inflazione, alta disoccupazione, fragilità bancaria), in assenza di forti ammortizzatori, rendono molto fragile la Uem.

Le raccomandazioni dell’Fmi sono ben più incisive delle autovalutazioni dell’Eurogruppo. Per spingere la crescita e la produttività il Fondo chiede sia di aumentare la complementarietà tra politiche monetarie (che vengono apprezzate con qualche caveat) e politiche economiche unitarie sia di favorire la convergenza tra gli Stati con surplus di bilancio (per noi: Germania) che devono investire di più e Stati con deficit che devono rispettare i vincoli di bilancio ma anche proseguire (incentivati) con riforme strutturali e riduzione della tassazione su fattori di produzione per aumentare la produttività (per noi: anche Italia). Netta è la richiesta sia di una espansione di progetti di investimento euro-centrati (per noi: non basta il Piano Juncker) o di fondi per progetti comuni (per noi: Eurobond) sia del completamento dell’unione bancaria con l’assicurazione comune sui depositi (per noi: basta opposizione tedesca).

L’Fmi è dunque critico e preoccupato per l’Eurozona, non perché disconosca i suoi successi ma perché si aspetta che da una delle più importanti economie mondiali venga di più per la geo-crescita e la geo-stabilità per la quale non basta la complessità delle prescrizioni fiscal-finanziare, che per il Fondo vanno semplificate.

Portogallo e Spagna. Di questa complessità (e minacciosità) procedurale senza effetti (salvo quelli reputazionali) troviamo un esempio nelle decisioni di Ecofin che ha avviato la procedura per disavanzi eccessivi di Portogallo e Spagna. Difficile che ciò accada alla fine della trattativa tra Commissione, Ecofin e i due Paesi citati.

Il Portogallo chiese un programma di assistenza internazionale nell’aprile del 2011 ottenendo prestiti per 78 miliardi (in parti eguali) da due Fondi istituzionali europei e dall’Fmi. Nel contempo, oltre alle prescrizioni della Troika (Bce, Commissione, Fmi), le istituzioni europee chiesero di avviare una riduzione del rapporto del deficit sul Pil entro il 2013. Data poi spostata al 2014 e al 2015, anno nel quale Lisbona avrebbe dovuto arrivare a un rapporto del 2,5% mentre si è fermata al 4,4%. Ecofin si sofferma su questi dati dove al miglioramento dovuto soprattutto al calo degli interessi e alla ripresa della crescita si è associato un peggioramento (per l’1,4% del Pil pari a 2,2 miliardi di euro) per il salvataggio di una banca detenuta per il 60,5% dallo Stato.

La Spagna ha una vicenda ancora più lunga che inizia nel 2009 quando le istituzioni europee stabilirono che doveva corregge il deficit sul Pil entro il 2012. Di proroga in proroga siamo arrivati al 2015 (deficit al 5,1% contro la prescrizione di 4,2%) e al 2016 (deficit previsto al 3,9% contro la prescrizione del 2,8%). In aggiunta la Spagna ha ottenuto dal Fondo salva Stati europeo (Esm) un prestito per ricapitalizzare le sue banche fino a 100 miliardi dei quali ne ha utilizzati circa 40.

Adesso le istituzioni europee pensano di multare (con sanzioni fino allo 0,2% del Pil) Portogallo e Spagna per le violazioni delle prescrizioni sul deficit ma la storia dice che più di un centinaio di passate violazioni di Paesi membri rispetto al rapporto al 3% del deficit sul Pil non hanno portato a sanzioni!

Conclusioni per l’Italia. Non obiettiamo alla tolleranza delle istituzioni europee per il Portogallo e la Spagna che, pur beneficiate di sostanziosi prestiti, hanno violato le prescrizioni di deficit e avuto nella crisi enormi aumenti del debito sul Pil (circa 60 punti percentuali ciascuno ovvero il doppio dell’incremento italiano). Ripetiamo però che l’Italia ha sbagliato a non chiedere nel 2011 e 2012 il sostegno dei Fondi salva Stati europei per il suo sistema bancario. Anche perché da allora il rigore ce lo siamo applicato da soli ricevendo poi dalle istituzioni europee un po’ di flessibilità solo dal 2014 al 2016. Le riforme in Italia vanno proseguite per l’efficienza del sistema Paese senza accettare però il ritornello che siamo il problema dell’Eurozona, dove i problemi sono tanti anche per la mancanza di una forte politica di investimenti comunitari, come pure argomenta l’Fmi.

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