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Perché Londra non diventerà un «paradiso»

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Perché Londra non diventerà un «paradiso»

Si susseguono gli interventi di analisti ed esperti sui possibili scenari economico finanziari di Brexit. Scenario che, per alcuni, offrirebbe al Regno Unito un’ottima opportunità di dotarsi di un sistema tributario ancora più attraente rispetto a quello attuale, già molto competitivo rispetto agli standard Ue.

Alcuni immaginano una riduzione generalizzata delle aliquote dell’imposta sulle società o esenzioni mirate su specifiche attività economiche. Una misura, quest’ultima, che allo stato attuale è preclusa dalle norme primarie del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea in materia di aiuti di Stato.

L'ipotesi ha trovato credito nelle dichiarazioni del governo britannico, immediatamente successive al referendum, che ha anticipato una drastica riduzione dal 20 al 15 per cento dell'imposta sulle società.

La tesi di una trasformazione del Regno Unito in paradiso fiscale non è tuttavia condivisibile per alcuni ordini di motivi.

La riduzione generalizzata dell’aliquota dell’imposta sulle società è già da tempo stata avviata e in parte realizzata (passando dal 28% nel 2010 all’attuale 20%, con ulteriori riduzioni al 19% a partire dal 2017 e al 18% a partire dal 2020). Gli effetti positivi si sono quindi già manifestati prima d’ora e ulteriori riduzioni percentuali – comunque esigue – non sarebbero suscettibili di effetti significativi, specie se si considerano le incertezze di tutto il contesto normativo - non solo fiscale - nel quale si dovrà muovere il Regno Unito nei prossimi anni.

Ma vi è di più. L’introduzione di regimi fiscali privilegiati per specifici comparti economici, ad esempio per le attività finanziarie, non sembra realistica. Nell’ultimo decennio gli Stati dell’area Ocse si sono dotati di misure di contrasto ai regimi fiscali privilegiati. Ancora di recente l’Ocse, proprio su impulso politico impresso dal Governo britannico nel 2013 nel contesto dei lavori del G20, ha formulato svariate raccomandazioni per un rafforzamento delle misure di contrasto alla erosione delle basi imponibili e al trasferimento di utili verso Stati con regimi privilegiati (Beps, acronimo di Base Erosion and Profit Shifting). Entro fine anno dovrebbe concludersi un accordo multilaterale sul quale dovrebbero convergere le volontà di numerosissimi Stati.

Un primo avvertimento seppure informale al Regno Unito a ipotesi di una politica fiscale aggressiva arriva proprio dall’Ocse. Una recentissima nota interna immediatamente successiva all’esito del referendum esprime perplessità sulle possibilità di successo di una politica fiscale britannica ispirata a quella di Stati con regimi privilegiati.

L’uscita dall’Unione Europea non comporterà quindi una libertà di manovra assoluta del Regno Unito che resterà pur sempre Stato membro dell’Ocse e del G-20, organismo quest’ultimo sempre più presente e influente nella formulazione degli orientamenti anche di politica fiscale degli Stati che ne fanno parte. Insomma, «cooperazione» e «concertazione» sono le linee ispiratrici della politica fiscale dell’ultimo decennio delle grandi economie (ivi incluse quelle dei Paesi emergenti) e per questo motivo iniziative isolate e disallineate sono destinate a un insuccesso.

A queste considerazioni si aggiunge la manovra dell’Unione europea che il 12 luglio ha approvato una direttiva che prevede misure di contrasto a regimi fiscali di favore (cosiddetta Direttiva anti-Beps) orientando il suo intervento in modo particolare su misure di contenimento di politiche fiscali aggressive di Stati terzi. È singolare che all’adozione di tali misure abbia contribuito proprio il Regno Unito che in poco tempo potrebbe esserne il destinatario e subirne le conseguenze.

Discorso a parte riguarda l’imposizione indiretta, in particolare l’imposta sul valore aggiunto che nel Regno Unito contribuisce per circa il 20% alle entrate fiscali del Paese. L’uscita dall’Unione consentirebbe un’ampia libertà di manovra che potrebbe concretarsi – perdita di gettito permettendo – nello sgravio anche solo parziale della fiscalità indiretta del comparto bancario e finanziario.

In conclusione, la partita è aperta, coinvolge più protagonisti ed è dominata dall’incertezza. Sarà anche un banco di prova per l’Unione europea che, liberata dal veto britannico, non avrebbe più giustificazioni a un eventuale insuccesso della realizzazione di una politica fiscale comune.

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