Mondo

Ecco la black list di giudici e Pm «desaparecidos»

  • Abbonati
  • Accedi
il caso

Ecco la black list di giudici e Pm «desaparecidos»

L’ultima comunicazione, Murat Durmaz l’ha inviata all’una e mezza del 18 luglio. «Me and my wife have been detained», ha scritto dal suo cellulare alla mailing list di Medel (Magistrats européens pour la Démocratie et les Libertés), l’Associazione cui è iscritta anche Yarsav con i suoi 1.800 giudici e Pm turchi. «Io e mia moglie siamo stati incarcerati» sono state le sue ultime parole, poi niente più. È scomparso, come gli altri 755 colleghi arrestati ieri senza neanche un giudizio, tra i circa 3mila magistrati già detenuti o sospesi dall’incarico dopo il tentato golpe in Turchia. La conferma dell’arresto di Durmaz e della moglie è arrivata alle 13,40 del 18 luglio, dal presidente di Yarsav, Murat Arslan, giudice della Corte dei Conti ad Ankara. «C’è una piccola possibilità che vengano rilasciati» informa, aggiungendo però che anche un altro collega, Orhan Karabacak, è stato arrestato. «Sembra che abbiano colpito soprattutto i nostri colleghi responsabili delle relazioni internazionali di Yarsav - osserva -. Non ho più parole...». E a chi gli chiede come mai lui non sia stato preso, risponde, con una mail di ieri pomeriggio, «Forse perché sono il presidente di Yarsav...». Ma non si fa troppe illusioni, tant’è che ha affidato i suoi due figli di 14 e 11 anni ai suoceri.

Durmaz, Karabacak, Arslan sono nella black list dei 2.204 magistrati radiati e/o arrestati subito dopo il tentato golpe, molti con l’accusa di banda armata e di appartenenza a un’associazione terroristica. In realtà, la black list esisteva già; dal 2014 il governo turco ha già rimosso centinaia di Pm e migliaia di membri delle forze dell’ordine con l’accusa di essere controllati da Fethullah Gulen; e Yarsav era già stata accusata di essere un’organizzazione terroristica. Lo racconta proprio Arslan in un lungo articolo scritto insieme a Mehmet Tank - giudice del Tribunale amministrativo di Istanbul e vicepresidente della First Study Commission della International Association of Judges - anche lui arrestato dopo il fallito golpe militare. L’articolo - pubblicato su «Questione Giustizia», rivista di «Magistratura democratica», anch’essa aderente a Medel alla quale si devono le poche ma preziose notizie sui giudici arrestati - è di due anni fa ma è una ricostruzione puntuale delle tensioni tra il governo turco e la magistratura. Da allora, la situazione è solo peggiorata.

In quell’articolo si parla delle «acque burrascose» in cui naviga la giustizia turca, soprattutto dopo gli scandali sulla corruzione di alcuni ministri e del figlio di Erdogan, per i tentativi del governo di coprirli e di varare una legge sulla totale subordinazione del giudiziario all’Esecutivo. Si tratta della legge di riforma del Csm turco, che dà al ministro della Giustizia poteri prima esercitati dal Consiglio, con l’obiettivo di rendere più difficili le indagini contro membri del governo. Infatti, «tutti i Pm che si occupavano dei processi di corruzione e oltre 300 giudici sono stati rimossi dall’esercizio delle proprie funzioni in base a decisioni della “ridisegnata” prima commissione del Csm, che ha il potere di decidere sul trasferimento e sulla riallocazione dei magistrati», scrivono Arslan e Tank, ricordando che, contemporaneamente, il ministro della Giustizia ha autorizzato un’indagine sui quattro Pm che procedevano per corruzione e peculato nei confronti dei membri del governo.

All’epoca Erdogan definì una «cospirazione ai suoi danni» le intercettazioni tra lui e il figlio; parlò di «Stato parallelo» infiltrato nelle istituzioni; giurò di dare «battaglia per ripulire le istituzioni turche da questa organizzazione clandestina». E quando il Consiglio di Stato annullò (il giorno successivo alla sua emanazione) il decreto emesso per obbligare i Pm a informare il governo sulle indagini, «il primo ministro dichiarò guerra a quello che definì un golpe dei magistrati».

Vicende che hanno danneggiato gravemente l’indipendenza della magistratura turca e intaccato il principio della separazione dei poteri. «I giudici della Corte costituzionale turca devono fare i conti quotidianamente con le pressioni esercitate dal governo e con quella che Erdogan definisce la “volontà della nazione”», scrivono Arslan e Tank. La riforma del Csm ha dato al ministro della Giustizia ampi poteri, pregiudicando l’indipendenza delle toghe: Yarsav è stata in prima linea contro quella legge; l’Ue ha invitato il governo alla «cautela»; gli Usa hanno espresso preoccupazione. E la Corte costituzionale l’ha dichiarata parzialmente illegittima. Ma Erdogan ha definito quella sentenza «anti-nazionale», rifiutandosi di rispettarla e dichiarando apertamente guerra alla magistratura. Ne sono seguiti, infatti, arresti (sei nel 2015), trasferimenti a raffica senza motivazioni, licenziamenti in tronco.

Ecco perché, in questo contesto, l’epurazione di magistrati dopo il tentato golpe appare a Gualtiero Michelini, presidente di Medel, una «resa dei conti». Del resto, il 16 luglio, due giorni prima di essere arrestato, Murat Durmaz scriveva: «Il colpo di Stato è fallito ma il governo lo sta usando come occasione per “fare pulizia”. Il Consiglio giudiziario nelle ultime ore ha dichiarato che 541 giudici amministrativi e 2.204 giudici civili e Pm sono sospesi per legami con i Gulenisti (...). Un quadro che fa pensare che non siano stati i soldati, ma i giudici, a organizzare il colpo di Stato. Incredibile...».

© Riproduzione riservata