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Muore Karimov, padre padrone dell’Uzbekistan che ha combattuto il…

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al potere dai tempi dell’urss

Muore Karimov, padre padrone dell’Uzbekistan che ha combattuto il Califfato

Il suo nome richiama i tempi dell’Unione Sovietica, quando l’Uzbekistan era una repubblica socialista e lui, Islam Karimov, nato a Samarcanda nel 1938, faceva parte di quello che sarebbe stato l’ultimo Politbjuro del Pcus guidato da Mikhail Gorbaciov. All’inizio anni Novanta del secolo scorso, vigilia del disfacimento del blocco socialista, l’Uzbekistan iniziava a rivendicare un’altra identità oltre quella comunista, la fede in Allah: Karimov la tollerò ma già nel 1996 proclamava in parlamento «gli islamisti devono essere uccisi con un colpo alla testa». In questi venticinque anni il mondo è cambiato ma come Nursultan Nazarbaev in Kazakhstan - anche lui sopravvissuto alla Storia - Karimov è rimasto al potere.

Venticinque anni in cui questa repubblica dell’Asia centrale è rimasta un regime autoritario, un paese a maggioranza musulamana che ha rafforzato la sua identità nazionale e si è sempre più isolato - soprattutto dopo il massacro di civili nella città di Andizhan nel 2005. Un regime illiberale il cui presidente sempre rieletto con più dell’80% dei consensi per decenni ha combattuto i movimenti islamisti. E oggi è il primo ministro turco ad annunciare la morte di Karimov mentre il portavoce del Cremlino dice di non avere notizie ufficiali. Quasi a ridimensionare l’iniziativa del governo a Ankara, da Mosca hanno subito commentato «non riteniamo possibile affidarci a nessun'altra fonte se non alla informazioni ufficiali provenienti da Tashkent» ma poi l’agenzia di stampa russa Interfax ha confermato la morte del presidente citando il governo uzbeko.

La notizia era stata anticipata da fonti diplomatiche: Karimov è morto di infarto a 78 anni e non si sa chi lo sostituirà a guidare il Paese da 32 milioni di abitanti. Il padre padrone della nazione era in ospedale da sabato, le sue condizioni di salute erano peggiorate, non si vedeva in pubblico da metà agosto.

Come il kazako Nazarbaev, Karimov è da sempre criticato da attivisti per i diritti civili perché ha guidato l’Uzbekistan con mano autoritaria: un despota che ha calpestato i diritti umani, un dittatore brutale, è stata l’accusa. In una sorta di storia parallela, nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, Karimov diventava segretario del partito comunista locale e due anni dopo presidente del la neorepubblica, carica che ha mantenuto fino ad adesso mentre il mondo, persino la Russia, cambiava.

In questo tempo l’Uzbekistan ha fatto pochissimi passi verso la democrazia e come altri paesi dell’ex Urss ha visto crescere gruppi islamici radicali. Poco si sa del reale peso del movimento islamico locale ma è certo che nel recente passato la minaccia del terrorismo islamico è stata reale. Uno dei jihadisti dell’Isis che si è fatto esplodere a Istanbul era originario dell’Uzbekistan. Sul sito dell’Ispi, si può trovare il resonto di Dario Citati, osservatore internazionale alle elezioni politiche 2015 che hanno visto la scontata rielezione di Karimov: «Contrariamente alle opinioni critiche che giudicano la lotta al radicalismo islamico un pretesto per ridurre le libertà civili e politiche- si legge in un passaggio - nell'ambito della letteratura scientifica gli specialisti sono concordi nel ritenere che la minaccia dell'estremismo e del terrorismo è stata assolutamente reale, e che la risposta muscolare di Karimov è risultata decisiva per scongiurare l'avvento di un “califfato” in Uzbekistan».



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