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Asia e Oceania

«Silence» di Scorsese: ruolo-chiave per i personaggi giapponesi

La struttura narrativa individua come protagonista il gesuita Sebastiao Rodrigues e il suo dramma morale che lo porta ad abiurare: si reca a rischio della vita nel Giappone del primo Seicento con un compagno alla ricerca del padre apostata Cristovao Ferreira con l'obiettivo di verificare le voci sulla sua apostasia ed eventualmente ricondurlo alla fede, ma la sua missione fallisce, nel contatto diretto con Ferreira e la persecuzione di massa dei cristiani – nel “silenzio di Dio” - decisa dagli shogun Tokugawa (che avevano introdotto la politica del “sakoku”: chiusura ermetica al mondo esterno). Ma c'e' chi intravede come vero protagonista del film e del suo messaggio principale il personaggio di Kichijiro.
Kichijiro: umano troppo umano. Dall'inizio alla fine del film, Kichijiro e' presente in modo discreto e costante, tanto che a qualcuno e' sembrato un po' ripetitivo. Appare all'inizio come un uomo gia' distrutto, una specie di miserabile fuoricasta, in una taverna di Macao: nega di essere cristiano ma accetta di condurre i gesuiti in Giappone perche' vuole “tornare a casa”. E' disprezzato anche dai suoi connazionali: lui ha abiurato facendo “fumie” (ossia calpestando una immagine sacra), mentre tutta la sua famiglia ha rifiutato ed e' stata quindi uccisa. Tradisce Rodrigues per 300 denari: dieci volte di piu' del prezzo di Giuda. E con questo induce Rodrigues a una pericolosa identificazione con Cristo. Ma poi non si da' pace e torna sempre a chiedere il perdono attraverso la confessione. Protesta contro l'ingiustizia del vivere in tempi come quelli: sarebbe stato un buon cristiano, dice, se non gli fosse toccato di vivere in un'epoca di persecuzioni. Goffo e incoerente, codardo ma ostinato, a tratti ridicolo in mezzo a tanto dolore collettivo, alla fine – quando lo stesso Rodrigues ha gia' abiurato – si fa cogliere con un simbolo cristiano addosso mentre ripete il fumie e viene di nuovo arrestato, facendo ipotizzare un suo tragico destino finale.

«Silence»: ruolo-chiave ai personaggi giapponesi

Secondo Padre Luciano Mazzocchi, missionario saveriano in Giappone dal 1963 al 1982 e fondatore della comunità' “Vangelo e Zen”, “il protagonista del film non è né lo Shōgun, né Ferreira, né Rodrigues. E' proprio Kichijiro, l'uomo debole che non si corazza, che cammina nel fango, che ripetutamente cade e continuamente si rialza, che continuamente chiede il perdono. Ed è anche l'uomo libero di peccare, perché ha conosciuto il vero volto di Dio che redime il peccato. Con Kichijiro sono protagonisti i contadini e i pescatori di Nagasaki che al controllo dell'inquisitore con il piede infangato calpestavano i volti di Gesù e Maria, e poi con le lacrime lavavano quei volti che avevano infangato e li veneravano. E quei volti in silenzio dicevano solo compassione e benevolenza, intima partecipazione al dramma umano. La scena finale di Kichijiro che chiede a Rodrigues, il gesuita apostata fattosi confuciano, di ascoltare la sua confessione e dargli il perdono è la chiave del film“. Per Mazzocchi “questo film ferirà la visione esotica che molti amano avere del Giappone. Ai giapponesi stessi, questo film non piacerà, perché è nella loro psicologia culturale velare i brutti ricordi del passato. Eppure questo film è rivoluzionario, nientemeno che del concetto di Dio. Il Dio da sempre e ovunque celebrato come l'Altissimo, l'Onnipotente, il Giudice, in ‘Silence' è invece l'Umilissimo, la Compassione, la Benevolenza, il Silenzio, il fondo del fondo che tutto raccoglie e guarisce”.

Se il tema del film e' che Dio e' silenzio, alla risposta si deve trovare nella propria interiorità'”, azzarda Yosuke Kubozuka, che ha dovuto interpretare un personaggio “debole, brutto, sporco, che sa essere subdolo. Ma qualcosa mi fa dubitare se si davvero debole oppure, a suo modo, abbia una forza. Come un rovescio della stessa medaglia”. Ad ogni modo, gli viene ovvia l'ammissione:” Se mi fossi trovato nella situazione di Kichijiro, credo che avrei fatto anch'io fumie….”. Il coraggio, diceva Don Abbondio, uno non se lo puo' dare. Kubozuka si affermo' nel 2001 con “Go” (2001), per cui ricevette il Japan Academy Award come Best Newcomer, e divenne il più' giovane attore di sempre a ricevere il Best Actor Award. Da ultimo lo si e' visto in “Tokyo Tribe” e in “Deadman Inferno”. Non solo: suona musica reggae in giro per il Giappone e ha gia' realizzato 5 album.

L'inquisitore Inoue. La genialità di Scorsese ha affidato il ruolo che in termini classici sarebbe del cattivo a uno che e' soprattutto un attore comico, che gli conferisce una inquietante vena di humour (c'e' anche un'unica scena comico-surreale in cui il personaggio sembra sgonfiarsi). Per la verità. Issey Ogata e' assolutamente versatile come attore, uomo di teatro e di serial tv, scrittore, oltre che star dell'”Issey Ogata Show” in cui prende in giro moltissimi personaggi che imita. Ha persino interpretato l'imperatore Hirohito nel film di Aleksandr Sokurov “The Sun”. L'LA Film Critics l'ha gia' indicato come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione dell'inquisitore. Ogata rivela di esser stato in “stand-by” dal 2009, dati i continui ritardi nella produzione del film. Non solo ha letto e riletto il libro di Endo da cui e' tratto il film, ma ha fatto ricerche e scoperto che molto probabilmente il personaggio storico di Inoue era stato in precedenza cristiano. “Per me e' evidente dal suo primo incontro con Rodrigues, quando lo rimprovera di non essere un vero cristiano, un vero prete, a causa del suo orgoglio che gli impedisce di considerare la sofferenza che la sua presenza finisce per creare ai giapponesi cristiani” afferma Ogata. Poi ha abbandonato il cristianesimo ed e' tornado terra-terra, aggiunge Ogata, e da alto funzionario pubblico inviato sul campo fa bene il suo lavoro, anche con una certa ironia, visto che “e' quello il suo destino. Sul piano umano, pero', lentamente la distanza piscologica iniziale tra lui e Rodrigues si reduce”.

“Scorsese mi ha lasciato grande liberta' interpretativa –conclude– Non mi ha mai dato istruzioni di agire in un certo modo”.
Al pubblico, gia' il titolo di “inquisitore” non può non richiamare sottilmente, oltre a Dostojevski, il fatto che anche in Europa, in quello stesso periodo, la libertà di coscienza era ben lontana dall'essere rispettata e le credenze diverse da quelle approvate dalle autorità potevano portare a supplizi atroci (solo qualche anno dopo, con il trattato di Vestfalia del 1648, finirono le guerre di religione sui campi di battaglia, ma al prezzo di sancire la territorialità obbligata delle credenze).
Ai giapponesi, specie quelli di orientamento di “sinistra”, il personaggio al quale Ogata da' vita evoca altre epoche di “Polizia del Pensiero”, che non e' solo quella immaginata da Orwell nel superstato di Oceania in “1984”, ma una realtà e una istituzione concreta di prima della guerra, ovvero il soprannome (Shiso Keisatsu) di un corpo speciale di polizia incaricato di sopprimere i “pensieri pericolosi” per lo Stato. Dal 1927 al 1945 contrasto' le ideologie sovversive o semplicemente contrarie alla “politica nazionale” (kokutai), con metodi non tanto dissimili da quelli seicenteschi, tra brutalità, delazioni e richieste di pentimento scritto.

L'interprete. Tra i personaggi minori, il versatilissimo Tadanobu Asano - che ha lavorato con tutti i principali registi giapponesi e anche a Hollywood - da' vita alla figura dell'interprete. Non si limita a tradurre da una lingua all'altra, ma si coinvolge attivamente nella repressione. “Non vedo il mio personaggio come maligno. Probabilmente era stato cristiano. Poi e' cambiato. Ed e' passato al lavoro che gli e' stato assegnato dalle autorità'”. Tra i tanti riconoscimenti ottenuti da Asano, non ne manca uno consegnatogli al Festival di Venezia per “Last Life in the Universe” (2002).

Il devoto martire. Ancora più spiccata la performance di Shinya Tsukamoto, che interpreta il personaggio di Mokichi: uomo buono e pio - punto di riferimento per la povera comunità in cui vive -, la cui devozione (che impressiona molto Rodrigues) gli da' la forza di affrontare il martirio. Nel prepararsi alla parte, ha digiunato per perdere peso e preparare “corpo e anima” all'interpretazione. Per il supplizio, viene issato su una croce in acqua: le scene con bassa marea sono state realizzate al naturale, su una spiaggia, mentre quelle con alta marea e onde violente - da cui viene sommerso mentre canta un inno religioso - sono state girate in ambiente artificiale (sarebbe stato troppo pericoloso fare altrimenti). Per Tsukamoto, “Silence” va ben oltre il suo tema centrale della fede cristiana: il pubblico contemporaneo di ogni tipo può intravedere la problematica - attuale oggi e attraverso i secoli - delle convinzioni di gruppi di persone, soppresse con la violenza dalle autorita. Sinbolo delle persecuzioni di tutte le minoranze, di ogni tipo, in ogni tempo.

Piu' che attore, pero', Tsukamoto e' soprattutto un regista, tra l'altro molto prolifico e noto fin dalla fine degli anni ‘80 con la serie “Tetsuo”. Compare come attore in molti dei suoi film e ha accettato con entusiasmo di esserlo sotto un regista che ammira come Scorsese, di cui ha elogiato la passione con cui ha condotto il progetto di “Silence”. Del resto, lo stesso Scorsese ebbe una piccola parte da attore, interpretando Van Gogh nel film surreale di Akira Kurosawa “Sogni” del 1990. E fu in quel periodo che lesse il libro di Endo e comincio' a essere ossessionato dall'idea di trasformarlo in film. Ci sarebbero voluti 25 anni perché' quel suo sogno divenisse realtà.

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