Mondo

Le cupe fantasie del discorso inaugurale di Trump

  • Abbonati
  • Accedi
l’analisi - il nuovo presidente

Le cupe fantasie del discorso inaugurale di Trump

Non lasciatevi ingannare dalle chimere di un uomo rabbioso. Di tutte le fantasie perpetrate in quel cupo delirio che è stato il discorso inaugurale di Donald Trump, nessuna è più assurda di quel presentare l’uomo dell’ascensore dorato come Difensore del Popolo. La crociata del presidente in nome dell’americano medio inizierà con un immenso taglio delle imposte per i ricchi, e se la famiglia dell’americano medio dovesse avere pre-esistenti problemi di salute che le compagnie di assicurazione non considerano ricevibili, vedrà svanire la propria assistenza sanitaria. Con amici del genere…

Come il senatore Roy Blunt ha ricordato alla folla nella sua introduzione, i discorsi inaugurali per tradizione elevano, riuniscono. Nel 1860 Abramo Lincoln fece appello «ai migliori angeli della nostra natura», malgrado la repubblica fosse sull’orlo della guerra civile. Nel 1932, al culmine della Grande Depressione, Franklin Roosevelt rassicurò un’America angosciata che «non aveva nulla da temere, se non la paura stessa». Ronald Reagan promise «un’alba» all’America colpita dall'inflazione e umiliata dalla crisi degli ostaggi in Iran.

Questo presidente, invece, considera proprio dovere assicurarsi che l’America sappia quanto fosse miserevole prima della sua venuta, malgrado i fatti puntino in direzione opposta. Assistiamo forse a «un massacro americano» nella Chicago delle bande criminali, ma a livello nazionale il tasso di criminalità è al livello più basso da decenni. L’economia che Trump dipinge inaridita dall'outsourcing è alla piena occupazione, e il Dow Jones ai massimi. Durante il secondo mandato di Barack Obama gli impieghi nella manifattura sono tornati in America, non viceversa. E quelli che non tornano sono in gran parte la conseguenza di automazione e robotica; e continueranno a non tornare, a meno di non mettere sotto chiave i dirigenti aziendali finché non accettino di abbassare la produttività.

Tutto questo non vi è nuovo? Certo che no. Il 45° presidente non è soltanto un uomo irascibile; malgrado continui a ripetere che lavorerà «per la gente» finché avrà fiato in corpo, è anche un indolente che non ha voglia di leggere i rapporti quotidiani dell’intelligence, e il cui discorso era un arrangiamento ridotto e mal scongelato della tirata pronunciata a Cleveland (quando accettò la nomination repubblicana, ndt): una provocazione rabberciata di altrui retorica di seconda mano. “America First” era lo slogan coniato da Woodrow Wilson nel 1916, prima di cambiare idea e portare l’America in guerra; e poi riciclato quale vessilo xenofobo per la campagna di Pat Buchanan, nel 2000. “Far di nuovo grande l’America” era slogan di Reagan, per la sua campagna del 1980; mentre “l’uomo dimenticato” è stato vergognosamente rubato alla campagna di FDR, 1932. Steve Bannon, il chief strategist del presidente, sta forse pensando di ridare vita agli investimenti nelle infrastrutture del New Deal, ma se la memoria storica ha un senso, Roosevelt in realtà non iniziò con un taglio fiscale massiccio per quell’1%

di contribuenti della fascia più alta.

Con ogni probabilità il presidente non si darà pensiero per le minutaglie, riemergendo ogni tanto dal campo da golf per ringhiare contro dirigenti terrorizzati, minacciando di portargli via i loro giochetti se non fileranno immediatamente ad aprire una fabbrica di qualche aggeggio. Il vero lavoro pesante verrà delegato al suo governo, che corrisponde a quello che i greci chiamavano “kakistocrazia”: il governo dei meno qualificati.

Tra loro c’è chi ha pendenti etici giganteschi, come Tom Price, nominato come segretario per la Sanità e i Servizi umani, impegnato in trading di titoli di aziende su cui il Congresso stava deliberando. Poi ci sono quelli semplicemente incompetenti, senza alcuna esperienza o conoscenza dei ministeri che dovrebbero dirigere. Ma questo non dispiace ai falchi repubblicani, dal momento che l’obiettivo finale di questa presidenza è l’autodistruzione del settore pubblico. Ma quando si tratta invece di Rick Perry, nominato come segretario all’Energia senza sapere che il proprio dipartimento è responsabile delle scorte nucleari americane, l’incredula derisione si fa allarme rosso.

E c’è dell’altro. Grazie agli anacronismi del collegio elettorale, il voto di una minoranza ha imposto le priorità dell’America rurale e dei piccoli centri alle grandi, popolose città cosmopolite. Tra i tagli al budget proposti nel ridimensionamento draconiano del presidente Trump, potete scommettere il collo che non verranno sfiorati gli straripanti sussidi ai grandi business agricoli.
Il resto del mondo potrebbe essere tentato di accogliere con una scrollata di spalle questa sterzata verso l’isolazionismo, quest’avvento di un’America più piccola e stretta, e non più grande: se non fosse per il fatto che per quanto Trump sia determinato a spazzarla via a suon di decreti, l’interconnessione globale è una realtà inevitabile della vita nel XXI secolo. Un’America che si contrae può lasciare un buco nero di pericoli per il resto del mondo: che si tratti di scivolare in guerre commerciali, di abbandonare l’accordo sul controllo del clima o, cosa più pericolosa di tutte, disintegrare la Nato e le alleanze del Pacifico. Tutto questo fa pensare alla Russia di essere davvero di nuovo grande. Dopo essere intervenuto nella politica americana per veder installare alla Casa Bianca il proprio servizievole amico, perché Vladimir Putin non dovrebbe spostare le truppe sui confini baltici? Le reiterate dichiarazioni di Trump sull’obsolescenza della Nato, i dubbi che ha gettato sull’obbligo, sancito dal Patto atlantico, di considerare l’attacco a un membro dell’alleanza come un attacco a tutti, sono un incoraggiamento all’avventurismo dei russi.

L’abbandono dell’America del Piano Marshall, della Carta atlantica e della Nato, dell’America che con FDR, Eisenhower, con John F Kennedy e con Reagan considerò la libertà e la sicurezza dell’Europa e del resto del mondo come parte intrinseca dei propri doveri democratici, non è solo una prospettiva vergognosa, ma terrificante. Naturalmente è stata salutata in Europa da fascisti e ultranazionalisti con quella gioia perversa dei bulli di spiaggia che distruggono a calci un castello di sabbia. Ma loro che immaginano un mondo di Stati nazione separati e disconnessi, anche loro vivono in una fantasia pericolosa. Se non li fermiamo subito, i loro sogni diventeranno i nostri incubi.

«Il tempo delle parole vuote è finito. È l’ora di agire», ha proclamato il presidente. La maggioranza degli americani, moltitudini che guardano sbigottiti e nauseati alle sue proposte, devono prendere queste parole alla lettera.

Copyright The Financial Times Limited 2017

© Riproduzione riservata