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La Cina cerca nuovi accordi commerciali nel Pacifico

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dopo le mosse di trump

La Cina cerca nuovi accordi commerciali nel Pacifico

Il presidente cinese Xi Jinping a Davos
Il presidente cinese Xi Jinping a Davos

La svolta del nuovo inquilino della Casa Bianca apre un’autostrada per quei progetti alternativi accarezzati a lungo nell’area dell’Asia Pacifico così tanto strategica anche per la traiettoria di Pechino.

Costretta, finora, ad assistere all’evolvere di negoziati attivati dagli Stati Uniti su un binario alternativo alla sua Regional comprehensive economic partnership (Rcep), la Cina ha inghiottito negli anni scorsi, durante la presidenza di Barack Obama, una serie di bocconi amari nel vedere quella dozzina di Paesi, alcuni dei quali aderenti al Rcep, negoziare il Tpp con Washington.

Senza poter battere ciglio nemmeno quando il vicino Vietnam diventava l’ago della bilancia in grado di portare il TPP a un passo dal successo finale.

Poi l’America ha inopinatamente cambiato registro, e le trattative per costruire il consenso sul Rcep possono ripartire baldanzose, il 15esimo round di incontri tra i 16 aderenti si è svolto lo scorso mese di ottobre a Tianjin.

Non che Pechino abbia mai mollato il colpo, persino con il Vietnam, al capo del partito comunista Nguyen Phu Trong è stato appena srotolato un lungo tappeto rosso nella Great Hall of People, alla fine Xi e Nguyen hanno siglato un accordo per accantonare le dispute sulle isole Paracelso: nel 2014 i due Paesi entrarono in collisione mentre oggi fanno pattugliamenti congiunti nel golfo del Tonchino.

Per non parlare dell’avvicinamento con le Filippine di Rodrigo Duterte che ha mandato in archivio l’ira cinese per il verdetto dell’Aja sulle isole a lungo duramente contese.

Il corteggiamento di questi Paesi asiatici è asfissiante, perché Pechino persegue, attraverso la sua cordata sul commercio internazionale, la strategia di controllare innanzitutto i Mari del Sud della Cina dai quali, occorre ricordarlo, transitano ogni anno 5mila miliardi di dollari di merci.

Sostenere il presidio in quell’area con tutti i mezzi, dal rafforzamento delle forze navali alle trattative commerciali, tutto fa gioco pur di tenere fuori americani (e giapponesi).

I Paesi che finora hanno tenuto i piedi in due scarpe negoziando entrambi i trattati si trovano ora nella miglior posizione per seguire il Rcep, essendo il Tpp tecnicamente e politicamente morto. L’Australia aveva lanciato nei giorni scorsi un chiaro segnale: avrebbe seguito altre strade nel caso di fallimento del Tpp. E così sarà, la strada degli accordi di libero scambio multilaterali, nonostante gli Usa, sembra ormai irreversibile.

La Cina, oltre all’Australia, può contare su Nuova Zelanda e Corea del Sud. Perché di base il Rcep comprende i dieci Paesi dell’Asean che hanno un accordo con la Cina (nonché il Cae-Expo, piattaforma di dialogo tra le due aree), più altri sei Stati con i quali la Cina vanta accordi di libero scambio bilaterali già consolidati.

L’incastro Rcep include Cina, India, Corea del sud, Myanmar Laos, Indonesia, Filippine, Thailandia e Cambogia alle quali si accodano Giappone, Australia, Nuova Zelanda che hanno aderito ad entrambe le ipotesi. Del Tpp facevano parte anche Brunei, Malesia, Singapore, Vietnam, più Cile e Perù. Messico e Canada a loro volta aderiscono al Nafta (North American Free Trade Agreement) insieme agli Usa, ma Donald Trump ha annunciato di voler rinegoziare anche questo accordo, entrato in vigore nel 1994. Il Rcep conta, a questo punto, già metà della popolazione e il 30% del Pil mondiali. Se la Cina riuscirà a irrobustire la dose di lavoro, ambiente e diritti umani contenuta nel Rcep, potrebbe aumentare il numero di adesioni.

Per la verità Xi Jinping, che a novembre ha visitato Ecuador Cile e Perù a Lima, che ospitava l’Apec, ha riscosso un notevole successo personale. Il Perù ha dichiarato la sua apertura a seguire la cordata cinese, e come conferma l’ambasciatore peruviano a Pechino Juan Carlos Capunay «è andata molto bene». Se Trump darà il colpo di grazia anche al Nafta non è utopistico pensare che altri Paesi del Continente Americano possano bussare alla corte di Xi Jinping.

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