Commenti

Washington: la città più europea d’America, la capitale…

  • Abbonati
  • Accedi
la città più europea degli usa

Washington: la città più europea d’America, la capitale meno americana degli Stati Uniti

Tempo di lasciare i grandi laghi del nord e la gelida Chicago. Direzione sud: Washington. La capitale; la Casa Bianca;  il Campidoglio e l’immensa spianata (il Mall) con l’obelisco vista in decine di film; il Pentagono e la tomba di Kennedy con la fiamma sempre accesa (anche se tecnicamente la tomba è in Virginia, al di là del ponte sul Potomac, fiume dall'antichissimo nome indiano che taglia la città). Washington, chiamata così in onore del primo presidente del paese (colui che guidò la Guerra di Indipendenza contro la casamadre Gran Bretagna nel 1776), è un concentrato di simboli nell’immaginario collettivo mondiale. Quando, però, un americano nomina Washington, quasi sempre lo fa con un certo disprezzo. Nella testa del cittadino medio, Washington è uguale a “Il Governo”, parola che per la cultura yankee, di base libertaria e indipendentista, non è mai qualcosa di buono. Ma che fa rima con “burocrazia inutile, tasse e intrallazzi politici”.

Da Chicago (vedi puntata precedente) alla capitale sono due ore di volo con un jet regionale. Fossimo in Europa, sarebbe come andare da Milano a Londra, un viaggio. Per le distanze dell’America, invece, è come prendere un tram. E infatti quello è il livello del viaggio: i voli interni statunitensi usano aerei mediamente piccoli, con posti scomodi e angusti; nessun servizio; solo economy class. Essenziale, dicono loro. Spartano, per noi europei. Ma non per i prezzi, però. Che gli aerei negli Stati Uniti siano un mezzo di trasporto da pendolari è vero, ma che proprio per questo costino poco, è solo un mito. In un paese che ha tre fusi orari, gli aerei, a dispetto della logica e del buon senso, sono inspiegabilmente carissimi. Non esistono le RyanAir o Easyjet che in Europa hanno portato la democrazia dei cieli.

Lo United 632 è un volo interno, ma atterra a Dulles che è l’aeroporto internazionale.  Sono le 9 di mattina e i viaggiatori sono affamati. Appena sbarcati, prendono d’assalto un «Five Guys» accanto all’uscita del finger. Hamburger e patatine fritte, a colazione. Non fosse per l’orario, blasfemo per un italiano, il piatto meriterebbe un assaggio perché «Five Guys» attualmente serve gli hamburger più succulenti d’America. Una delle migliori catene, a giudicare da quello che scrivono i giornali. Hamburger per gli italiani equivale a McDonald’s; ma in realtà nelle grandi città americane se ne trovano pochi; non sono così glamour come in Italia. I “McRistoranti” abbondano, invece, nelle zone rurali.
La vera anima di Washington compare all’improvviso quando si arriva all’ingresso principale, quello dei voli intercontinentali. Al locale «District ChopHouse», quasi deserto, sono sedute due signore. La stranezza è trovare un ristorante con tutti i crismi (tavoli, camerieri, bancone) proprio in mezzo alla biglietteria: anomalo. Perché, è la prima regola del marketing degli aeroporti, i ristoranti seduti devono stare tassativamente dopo i varchi, quando la gente ha fatto i controlli, non ha fretta ed è rilassata. Quindi spende.

Le due signore al tavolo sono due amiche e ci raccontano la loro storia, dietro promessa di non riportare i loro nomi. Una, pelle scura tratti vagamente africani, è la managing director di un’azienda di cuscinetti in India. Ma il marito e i figli vivono a Detroit, la capitale dell’industria automobilistica (a cui servono appunto i cuscinetti). È appena arrivata da Mumbay e tra poco una coincidenza la riporterà a casa, nel Michigan. La sua amica, invece, classica americana bionda e pelle diafana, vive in città ed è venuta in aeroporto apposta per incontrarla: non potendo accedere alla zona dei voli, visto che non ha un biglietto, questo ristorante è un perfetto compromesso. Si conoscono dai tempi del college: laurea presa al Wellesley, la stessa università di Hillary Clinton, che, senza dubbio, sarà ricordata nei libri per la più clamorosa e cocente sconfitta politica nella Storia del paese (almeno fino a oggi). Nell’America della globalizzazione, gli aeroporti sono diventati un posto dove vecchi amici si incontrano. Josh è il manager del ristorante (gestito dalla multinazionale americana HmsHost), che in realtà è una chophouse (un posto che serve stinchi; negli Usa si chiamano restaurant solo quelli di lusso e downtown, in centro): spiega che Dulles è un aeroporto di passaggio, molti viaggiatori fanno scalo qui, con voli intercontinentali e magari hanno molte ore di attesa. Del locale che gestisce, Josh sfoggia un certo orgoglio . Perchè, rivela,  è unico al mondo. “Solo qui in questo aeroporto, può mangiare una bistecca cotta a puntino alla griglia, come se fosse in un ristorante raffinato in centro. Vede li sopra? Non abbiamo canne fumarie, zero scarichi”.  In effetti siamo in mezzo alla sala biglietti, alta una decina di metri e il ristorante è una sorta di cubo, senza canne fumarie o tubi. Come fanno a cucinare alla griglia? Josh ci fa fare, a patto di non scattare foto, un giro delle cucine. Il personale è tutto straniero. Tutto mondo è paese: i lavori più umili li fanno sempre gli immigrati. Sono loro la nuova America. Ibraim è egiziano: “Ma vivo qui da 17 anni, sono diventato cittadino americano ” esordisce rivelando una simpatia politica vagamente repubblicana. Eccoli gli elettori di Trump. Gli stessi immigrati che hanno paura di perdere le loro conquiste. E si sentono minacciati dalle nuove ondate di disperati. Gli orticelli e i feudi esistono dappertutto e a qualsiasi livello sociale. 

“Ora capisce perché abbiamo aperto un ristorante all’ingresso? Ogni giorno facciamo circa 300 clienti”

Josh 

Il tabellone nella sala informa che il volo Korean Air per Seoul ha appena aperto il check-in: sono le 10,45, il decollo è previsto alle 1.45 pm, ma c'è già una fila enorme ai banconi. È un viaggio lunghissimo,  più di 14 ore. E con tre ore di attesa prima della partenza, molti vanno a mangiare prima di imbarcarsi. Prima semivuoto, ora il locale è pieno di  famiglie coreane affamate che si concedono un vero pasto caldo seduti con comodo, prima del pranzo da vaschetta di plastica di un estenuante volo transoceanico. Al Dulles transitano ogni anno 25 milioni di passefferi (come a Roma). “Ora capisce perché abbiamo aperto un ristorante all'ingresso? Ogni giorno facciamo circa 300 clienti” gongola soddisfatto Josh. Numeri che anche il migliore dei ristoranti italiani si sognerebbe. Appuntarsi che gli americani sono dei geni del marketing.
Meno vivace e all’avanguardia di Chicago, la capitale è una città «artificiale», creata a tavolino su ispirazione delle città europee. Niente grattacieli, tutti palazzi bassi, dalle forme e architetture del Vecchio Continente (ma nessuno è più vecchio di 150 anni). Nessun edificio può essere più alto alto del Campidoglio, la sede del Congresso costruito in stile neoclassico, marmo bianco e colonne, con una cupola che ricorda San Pietro, e il nome preso in presito dal Capitolium dell’antica Roma. Qui non si vede il tripudio di cristalli e acciaio di New York e Chicago.

Dopo la Guerra contro la Gran Bretagna, Nordisti e Sudisti si sedettero a tavolino per decidere dove erigere la futura capitale dei neonati Stati Uniti d’America: scartate Philadelphia (da dove la Rivoluzione partì con la famosa Dichiarazione di Indipendenza) e Boston, perché troppo a nord, si optò per una località a metà strada, che metteva d’accordo tutti: la zona a est del fiume Potomac vicino al vecchio porto fluviale di GeorgeTown (costruito 50 anni prima, nel 1751). Dalla Francia arrivò l’ingegnere Pierre l’Enfant (che era un membro della massoneria così come me un massone di spicco era lo stesso George Washington) a progettare la futura capitale: il progettista francese impiegò 9 anni per disegnare la città, disseminandola di simboli massonici (un elenco esaustivo lo si trova nel thriller di Dan Brown “Il simbolo perduto”); ma poi finì la sua vita in povertà, perché abbandonò il cantiere dopo un litigio con il Governo. Washington è appunto la quintessenza dell’establishment, del potere: ogni palazzo trasuda politica e pubblica amministrazione. Ma anche giochi sporchi, che da sempre vanno a braccetto con la politica. Appena usciti dall’aeroporto diretti in centro città, si passa accanto a un maestoso e moderno complesso urbanistico vicino al fiume e dietro il Lincoln Memorial, il mausoleo con la statua gigante del presidente seduto, resa celebre dalla serie tv House of Cards: era la sede del Comitato dei Democratici dove nel 1972 scoppiò lo scandalo Watergate, dal nome del palazzo, che costrinse il controverso presidente Richard Nixon alle dimissioni. Da quel momento, a ogni scandalo politico, in qualsiasi parte del mondo, viene dato il suffisso “-gate”. La vicenda ha alimentato anche le fantasie di Hollywood: dal caso Watergate è stato tratto il film “Tutti gli Uomini del Presidente”, capolavoro che ha lanciato due mostri sacri del calibro di Robert Redford e Dustin Hoffman. Il vecchio quartiere tra Pennsylvania Avenue , dove al civico 1600 sorge la Casa Bianca, e Constitution Avenue era chiamato Foggy Bottom (letteralmente “bassifondi nebbiosi”, ma bottom in inglese è anche il Lato B). Oggi Foggy Bottom è diventato il soprannome del Dipartimento di Stato (il nostro Ministero degli Interni) che è anch’esso, in un certo senso, un posto di nebbie e bassifondi. Ricordarsi di dire agli americani che già duemila anni fa i romani dicevano: Nomen Omen. E che Machiavelli era un italiano vissuto 500 anni fa.

Il Saint Regis è uno degli hotel più lussuosi e storici (prima era un Carlton) di Washington, ricavato da un palazzo nobile del 1926 in stile neo-rinascimentale.  È quasi di fronte alla Casa Bianca: nella hall, tutta poltrone damascate e lampadari sontuosi, il cameriere che serve i cocktail si chiama Casey. Racconta di essersi trasferito qui a DC (perché nessuno in America chiama Washington “Washington” se non per disprezzo appunto), con la moglie, da circa un anno e mezzo. “New York era diventata troppo costosa e frenetica, non ci stavamo più bene”. Casey non è l’unico emigrante: moltissimi newyorkers, soprattutto sulla scia del Fenomeno Obama, si sono trasferiti a Washington durante la presidenza del primo afro-americano della storia. Prima era il contrario: dalla sonnolenta Washington la gente si trasferiva a New York, in cerca di una città vibrante. Questa inversione ha avuto un effetto collaterale non da poco sull’economia locale: il costo della vita è salito alle stelle e oggi Washington è diventata una delle città più care d’America. Ma non ditelo a Casey.

Nonostante i prezzi, però, difficile trovare, nel mondo, una metropoli così per famiglie come Washington. Un esempio? Gli Smithsonian Institution. Una serie di edifici, ispirati a stili di varie epoche, che costeggiano il National Mall, la spianata sotto al Campidoglio, quella che la settimana scorsa era semivuota per l’inaugurazione dell’era Trump e che invece traboccava di folla il 20 gennaio di 8 anni prima, quando al potere salì Obama.  Ognuno di questi palazzi, 19 in tutto, ospita un museo: arte moderna, antica, scienze, storia naturale. Sono il più grande complesso museale al mondo con 140 milioni di opere d’arte, oggetti e reperti, figli del genio visionario dell’inglese James Smithson che negli Stati Uniti non aveva mai messo piede in vita sua, ma che alla sua morte, nel 1829, lasciò in eredità 500mila dollari, una fortuna per allora, al paese per fondare un’istituzione culturale. Ma la cosa più sorprendente degli Smithsonian è che sono tutti gratuiti: una sorta di Università aperta a tutti, grandi e piccoli, dentro un’immensa area verde. Appena si pronuncia la parola “Italia” al bigliettaio dello Smithsonian di Arte Contemporanea, che chiede da dove veniamo, lui subito risponde: “Ah, allora deve assolutamente andare nell’altro museo, sul lato opposto del marciapiede. Abbiamo esposto quello che è l’unico Leonardo Da Vinci al mondo fuori dall’Europa” e lo dice come se Leonardo fosse un cittadino americano, invece che un italiano. Il quadro in questione è il ritratto di Ginevra De’ Benci. Appuntarsi anche che gli americani hanno un amore e un’ammirazione sconfinata per la cultura e l’arte italiana.

La città pullula di ristorante sofisticati e stellati, tantissimi italiani (i migliori si dice siano il Vidalia e il Fiola), tutti frequentati da congressman e lobbisti. Ma la vera chicca culinaria è un postaccio lercio e piccolo: il Ben’s Chili Bowl. E serve il miglior hot dog della città, e forse anche d’America, a dar retta agli estimatori. Questo posto è un’istituzione: è lì da 60 anni, con la sua insegna gialla mai cambiata e l’aria vintage, ma è diventato una meta di pellegrinaggio gastronomico dopo che il sindaco Adrian Fenty ci portò Obama come benvenuto nella città nel 2009. Si paga solo in contanti e il pezzo forte è l’Half Smoke, la versione di Washington dell’Hot Dog, con una salsiccia più consistente, più affumicata, il tutto annegato di senape, cipolle alla piastra e la salsa Chili (macinato di carne e spezie tipico del Messico) che dà il nome al locale stesso.

Se salite su un taxi a Washington, e chiedete di andare all’aeroporto Ronald Reagan, il taxista capirà subito che non siete uno del posto. Anche se parlate un inglese da madrelingua, e avete un esame TOEFL e un CPE in tasca, il guidatore vi bollerà subito come un impavido turista o uno straniero. E non tanto per la pronuncia. Perchè nessuno a Washington chiama l’aeroporto Reagan per nome. Ma é semplicemente il “National”, l'aeroporto da dove partono solo i voli interni.
La capitale è da sempre una metropoli liberal, il cuore batte immacabilmente a sinistra.

E l’ex attore diventato presidente contro ogni pronostico (un outsider proprio come Trump, entrambi del partito Repubblicano), passato alla Storia per le Guerre Stellari e l’escalation nucleare con la Russia sovietica degli anni ’80 (tanto che pure la popstar Sting gli dedicò una celeberrima canzone, “Russians”), non è un presidente amato né tantomeno popolare. E nemmeno lo è Donald Trump, che proprio come Reagan è un outsider e un non politico. DC ha straveduto per Obama e soprattutto Michelle, con il suo orto a Km 0 dentro i giardini della Casa Bianca. La nuova fiammata repubblicana non servirà a far cambiare idea alla capitale.

 (Fine seconda puntata) Puntata 2 di 4

© Riproduzione riservata