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Canard enchaîné, l’anatra di carta che ha azzoppato Fillon

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STORIA DEL settimanale francese

Canard enchaîné, l’anatra di carta che ha azzoppato Fillon

PARIGI - «La libertà di stampa si logora solo quando non la si usa». E di conseguenza, parafrasando Andreotti, logora solo chi non la usa. Questo bellissimo motto, che accompagna nell’ultima delle otto pagine rigorosamente in bianco e nero (con un vezzoso tocco di rosso) la testata del “Canard Enchainé”, riassume con rara efficacia il ruolo che ha giocato nei suoi 101 anni di vita – e continua fortunatamente a giocare - il giornale più indipendente, coraggioso, irriverente e utile di Francia. Il settimanale che con le sue rivelazioni ha probabilmente compromesso le “chances” presidenziali di François Fillon.

L’ultima, fresca fresca, riguarda un prestito senza interessi da 50mila euro che il candidato della destra ha ricevuto nel 2013 dal miliardario Marc Ladreit de Lacharrière. Lo stesso al quale ha fatto assumere - per un anno e mezzo a 5mila euro al mese, in qualità di improbabile “consigliere letterario”- la moglie Penelope. Prestito che Fillon si è “dimenticato” di segnalare all’Authority sulla trasparenza della vita pubblica (violazione che fa parte dei capi d’imputazione per i quali è indagato). E che, secondo il suo avvocato, l’ex premier ha «interamente rimborsato». Ma non si sa quando.

Fillon – che ha appena strappato al partito un sostegno concesso di malavoglia - ha reagito a questo ennesimo articolo sulle sue dubbie doti morali (cioè proprio quelle sulle quali ha costruito la propria immagine) parlando di «operazione di destabilizzazione politica» e rilanciando in sostanza la tesi del complotto.
Una tesi che pare in generale sospetta. E che – almeno per quanto riguarda il “Canard” – non sta in piedi. Nello stesso numero, il giornale attacca anche l’ex ministro socialista dell’Economia, il candidato indipendente Emmanuel Macron, per una serata da 400mila euro organizzata a Las Vegas durante il Salone mondiale dell’high-tech (la “French Tech night”). Quando Macron era ancora a Bercy (6 gennaio 2016), ma probabilmente stava già lavorando ai preparativi della sua futura corsa all’Eliseo (la costituzione del movimento “En Marche” è di aprile). E quindi, di fatto, già in campagna di promozione personale.

E d’altronde è la storia del settimanale a dimostrare che il “Canard”, pur essendo nato con il cuore che batteva piuttosto a sinistra (ma una sinistra più anarchica, antimilitarista e anticlericale, non certo istituzionale), non ha mai badato alle tessere o alle appartenenze politiche degli uomini politici sui quali ha realizzato le sue inchieste giornalistiche.

Se quindi ha largamente contribuito alla sconfitta, nel 1981, di Valéry Giscard d’Estaing contro François Mitterrand - con le rivelazioni sui diamanti che il presidente uscente aveva ricevuto dal sanguinario dittatore Bokassa – dodici anni dopo ha affondato il partito socialista rendendo noto il prestito da un milione (di franchi) a tasso zero che il premier Pierre Bérégovoy aveva ricevuto da un industriale coinvolto in vicende di sospetta corruzione per l’acquisto di un appartamento parigino. Vicenda che spingerà Bérégovoy al suicidio.

Un giornalismo d’inchiesta che ha pian piano, scandalo dopo scandalo, costruito la fama del “Canard”. Il cui nome si ispira alle vicissitudini della testata “L’Homme libre” di Georges Clemenceau. Per denunciare la censura alla quale era sottoposto, cambiò il nome in “L’Homme enchainé”. La coppia che fondò nel 1915 il settimanale allora di sola satira politica – Maurice e Jeanne Maréchal – decise di farvi riferimento optando per “Le Canard” (come vengono chiamati in francese popolare i giornali) appunto “enchainé”.

Un giornale per certi versi d’altri tempi, il “Canard”: le anatre della testata sono ancora quelle disegnate negli anni Trenta da Henri Guilac, il prezzo (1,20 euro) è invariato dal 1991 (e anzi è è persino diminuito leggermente al momento del passaggio all’euro, visto che gli 8 franchi di allora equivalevano a 1,22 euro) e continua a non avere un sito internet. In realtà c’è, ma solo per mostrare la prima pagina dell’edizione cartacea, con questa spiegazione: «Il nostro mestiere è quello di informare i lettori con della carta e dell’inchiostro. Un bel mestiere che impegna appieno la nostra squadra».

Una squadra composta da una settantina di dipendenti (nella bella sede di Rue Saint-Honoré), tra cui una trentina di giornalisti. Ovviamente tra quelli meglio pagati sul mercato (4.500 euro medi netti al mese) e dotati tutti di un’invidiabile rubrica di possibili informatori.

E certo non si può dire che questa linea tra lo snob e “l’antan”, mai cambiata nel tempo – la quale prevede tra l’altro che il giornale, per garantire la propria indipendenza, non ospiti alcuna pubblicità e non venga mai ristampato, neppure nel caso di esaurimento delle copie diffuse – non abbia dato, e continui a dare, i suoi frutti. Il “Canard” vende in media poco meno di 400mila copie (tra cui 75mila abbonamenti) - con picchi a 500mila, com’è stato appunto con il caso Fillon – e chiude regolarmente i suoi bilanci in utile. L’ultimo, quello del 2015 (il giornale, che non ha un euro di debiti, presenta i conti a settembre) è stato di 2,2 milioni (con ricavi per 24,5 milioni). Lo statuto prevede che non ci sia distribuzione di dividenti tra gli azionisti (i dipendenti della testata) e che l’utile vada a rimpinguare la cassa del giornale. Attualmente di circa 126 milioni, cioè l’equivalente di cinque anni di vita della testata. È quello che avrebbe fatto qualsiasi scrupoloso padre di famiglia nel 1915. Non si sa mai. Potrebbero sempre arrivare giorni difficili.

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