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IL VERTICE UE

«No» ai dazi, così l’Europa risponde alla sfida di Trump

Il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk durante le celebrazioni 60esimo anniversario dei Trattati di Roma in Campidoglio
Il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk durante le celebrazioni 60esimo anniversario dei Trattati di Roma in Campidoglio

I Ventisette leader dell’Unione europea raccolgono la sfida protezionistica di Donald Trump e rispondono con l’impegno a promuovere un commercio «libero ed equo», offrendo copertura politica alla difesa “tecnica” operata quasi in contemporanea dalla Banca centrale europea, che sottolinea gli effetti positivi della globalizzazione sulla produttività.

Da martedì 8 novembre 2016, all’orizzonte dell’Unione europea, prima potenza commerciale al mondo, si staglia una minaccia in più: l’aggressiva retorica di Trump, che, tra muri tariffari e accordi rinnegati, promette di portare su un livello tutto nuovo le politiche protezionistiche degli Stati Uniti. Da sabato 18 marzo, con il comunicato finale del G-20 di Baden-Baden, la retorica ha cominciato a farsi sostanza per sottrazione: mancava infatti nel testo, per la prima volta da un decennio, l’impegno a promuovere il libero scambio. Una vittoria degli Stati Uniti sugli altri Grandi e soprattutto sugli europei, che, con Angela Merkel in testa, hanno cercato di resistere.

«Un fatto molto preoccupante», afferma la professoressa Lucia Tajoli, ordinario di politica economica alla School of management del Politecnico di Milano. «Dopo la crisi finanziaria globale - spiega - si sono succedute dichiarazioni molto esplicite contro il protezionismo, per evitare gli errori del passato. E tutto sommato, la cosa ha funzionato. È paradossale che le tentazioni protezionistiche diventino più forti proprio ora che la ripresa comincia a consolidarsi. È improbabile che la retorica di Trump diventi sostanza, almeno nella misura in cui la annuncia. Ma il rischio non è pari a zero, visto che sul commercio il presidente ha spazi di manovra abbastanza ampi».

Sebbene mitigata dalla convinzione che calcare troppo la mano danneggerebbe gli stessi interessi economici Usa, la preoccupazione c’è e accomuna mondo accademico a operatori di mercato. Per Paul McNamara, gestore del fondo Gam Star Emerging market rates (Gam gestisce un portafoglio di 118,8 miliardi di dollari - al 31 dicembre 2016), «è molto chiaro che il ruolo degli Stati Uniti come guardiano del libero commercio mondiale non è destinato a continuare, la stessa Wto si trova in una situazione più vulnerabile. Questo è molto preoccupante, soprattutto per i mercati emergenti, che hanno guadagnato tanto dalla globalizzazione».

Di fronte a questa prospettiva, la risposta dell’Europa arriva dunque sia sul fronte politico che dell’analisi economica. Sulla prima trincea si schiera la Dichiarazione di Roma, che tra le nuove «sfide senza precedenti» elenca il protezionismo, insieme a «conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie e disuguaglianze sociali ed economiche». E che fissa l’obiettivo di promuovere «un commercio libero ed equo».

Sul piano dell’analisi economica è la Bce a scendere in campo: in un articolo in appendice al Bollettino economico di marzo, si legge che la liberalizzazione del commercio fa bene alle imprese, perfino a quelle che non partecipano in prima persona al mercato globale: il commercio «influisce sulla produttività delle imprese esportatrici e, indirettamente, su quelle non esportatrici, agendo in modo positivo» sulla produttività aggregata.

Se i vantaggi sono sistemici, le imprese “globalizzate” battono però quelle “domestiche” sotto tutti i punti di vista: «Sudi empirici - si legge ancora - dimostrano che, in tutti i settori, le imprese esportatrici sono non soltanto più produttive, ma anche più grandi, hanno maggiore intensità di capitale e sono in grado di pagare stipendi più alti rispetto alle imprese attive nello stesso settore, ma che non esportano».

Chi si lancia sul mercato globale, affermano gli analisti della Bce, è in media più produttivo del 15%, più grande del 30% e paga stipendi più alti del 10% rispetto a chi resta ancorato al mercato domestico. Il motivo è semplice: per esportare bisogna sostenere molti costi, in termini di logistica, di barriere tariffarie e non, di copertura dal rischio valutario, del fabbisogno di credito e della raccolta delle informazioni necessarie a operare su mercati esteri. Esportare diventa allora una sorta di palestra che rende più efficienti e più grandi e consegna a chi supera gli ostacoli un «exporter productivity premium». Che è tanto più ampio, quanto meno sviluppato e integrato è il Paese da dove l’impresa opera. Insomma, secondo i tecnici della Bce, lanciarsi nel mercato globale fa bene e fa addirittura “meglio” a chi parte da Paesi arretrati. Anche perché, inserirsi nei flussi commerciali, significa agganciarsi alle catene transnazionali del valore (global value chains), nelle quali è ormai sempre più suddivisa la produzione e che, tra l’altro, funzionano da meccanismo di diffusione della tecnologia.

D’altro canto, lo sviluppo dell’efficienza delle imprese esportatrici fa salire la competizione anche sul mercato interno, eliminando le imprese che non sono in grado di reggere (l’altra faccia della medaglia è il costo sociale che si accompagna a questi processi di «riallocazione delle risorse» che nel complesso fanno crescere la «produttività aggregata» di un sistema economico).

Al contrario, conclude l’articolo della Bce, nuove «restrizioni al commercio ridurrebbero la crescita della produttività aggregata, come risultato di una minore produttività delle imprese individuali e di una allocazione delle risorse meno efficiente».

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