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La ricca Svezia culla di foreign fighters

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DOPO GOTEBORG

La ricca Svezia culla di foreign fighters

Conosciuta come uno dei Pesi europei più accoglienti verso i rifugiati, definita una superpotenza umanitaria, ammirata per le sue generose donazioni verso i Paesi travolti dalla guerre, anche la tollerante Svezia si sveglia con l’incubo del terrorismo islamico in casa.

Eppure se è legittimo reagire davanti a questo barbaro attentato con sgomento e indignazione, non ci si può trincerare dietro un atteggiamento di sorpresa. Non solo perchè lo scorso 26 aprile il Governo stabilì un «elevato stato di allerta» in seguito all’informazione passata dai servizi iracheni secondo cui 7-8 foreign fighters erano entrati nel Paese per compiere attentati terroristici contro i civili. Già nel 2010 un kamikaze fece esplodere, perdendo la vita, due ordigni nel cuore di Stoccolma, a cinque minuti dal luogo dell’attentato di ieri. Fu il primo attentato islamico (senza vittime) nella storia dei Paesi scandinavi.

La ricca e tollerante Svezia, il Paese che dal 2011 ha accolto 143mila siriani che fuggivano dalla guerra, è anche il secondo Paese in Europa per maggior numero di foreign fighters per abitante (dietro al Belgio). Almeno 300, solo dal 2013, sarebbero partiti per Siria e Iraq con l’obiettivo di unirsi all’Isis o ad altre formazioni estremiste. Di questi, le autorità svedesi già alcuni mesi fa segnalavano che ne fossero rientrati 140, quasi la metà.

Non ci sono ancora conferme se l’attentato di ieri sia di matrice islamica, se sia stato effettuato da un lupo solitario - ipotesi più accreditata - o da una cellula organizzata. Ma la relazione tra numero di foreign fighters e attentati effettuati da “jihadisti fai da te” - due categorie diverse - non può essere ignorata. I Paesi europei da cui sono partiti più aspiranti jihadisti sono stati anche i Paesi più colpiti da attentati di matrice islamica, targati Isis, effettuati non solo da cellule organizzate (come a Parigi e a Bruxelles) ma anche, e soprattutto, dai sempre più temibili “lupi solitari”. Uomini che si sono auto-indottrinati, sovente via web, o che sono caduti nella rete dei reclutatori, nascosti in molte città europee. Per le intelligence di tutta Europa i lupi solitari sono il nemico più insidioso. Perché integrati nella società, difficili da individuare e prevenire.

In attesa di conoscere l’identità e le motivazioni dell’autore della strage, si possono trarre delle indicazioni. Non solo la Svezia, forse ormai tutti tutti i Paesi europei sono potenzialmente a rischio di attentati. E lo sono ancor di più quelli con grandi comunità islamiche. Ben inteso, la grandissima maggioranza dei musulmani europei ripudia e condanna con fermezza gli odiosi crimini dell’Isis, ma per chi vuole seminare la morte in nome del Califfato risulta più facile trovare basi logistiche in quelle comunità musulmane che sono state discriminate e messe ai margini. Qui viene sovente portata avanti la radicalizzazione in casa.

In Svezia, per esempio, c’è una zona calda: la città di Goteborg e le sue periferie. Da questo centro industriale di 550mila abitanti, in cui oltre il 30% non è svedese, sono partiti la metà dei foreign fighters di tutta la Svezia. Nei sobborghi nordorientali si trovano scuole religiose di stile wahabita (una rigida interpretazione dell’Islam).

Il meccanismo dell’integrazione sociale si è incrinato anche in Svezia.I disordini scoppiati il 20 febbraio a Rinkeby, sobborgo di Stoccolma soprannominato “Piccola Mogadiscio” per la forte presenza di immigrati di origine somala, e dove è stata denunciata la presenza di “reclutatori” per ijihadisti di al-Shabaab, ne sono l’esempio. Complice anche l’aumento di alcuni crimini, parte della popolazione sta diventado insofferente verso i rifugiati e i richiedenti asilo. Il Paese europeo con il più alto numero di rifugiati pro capite dal 2016 ha cominciato un severo giro di vite sui richiedenti asilo. Ma per fermare i lupi solitari non è questa la ricetta.

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