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Regno Unito, quel milione di posti di lavoro (online) da aggiudicarsi prima di Brexit

La Brexit è iniziata, ma l'offerta di lavoro nel Regno Unito non dà segni di sofferenza. Almeno online: Jobrapido, un motore di ricerca per impieghi, ha registrato solo ad aprile un totale di oltre 1,2 milioni di annunci di posti di lavoro vacanti in 20 settori. Un valore stabile rispetto allo stesso mese del 2016, anche se nel frattempo si sono susseguiti il referendum di giugno, le turbolenze della sterlina e il via ufficiale alle negoziazioni, scattate solo a fine marzo. Il ritmo di ricerche online «contrasta le attese» più pessimistiche, anche perché in cima all'indagine emergono alcuni dei settori più gettonati dai professionisti internazionali: 173.275 posti vacanti nell'It, 125.645 tra ingegneria e manifatturiero, 94.720 nel ramo business-management e oltre 70mila nella finanza.

La società lo ha interpretato come un «segnale rassicurante» rispetto agli scenari più negativi sul divorzio dalla Ue e i suoi riflessi sulla occupazione. Di fatto, però, potrebbe tradursi in una delle ultime chiamate per il bacino di professionisti europei che scelgono o sono scelti ogni anno dalle aziende britanniche. In settori come il tech si parla di una quota di oltre un quarto di assunti internazionali sul totale dei dipendenti, percentuale minacciata ora da chiusure che non farebbero sconti ai membri dell'Eurozona. Anzi. A far paura è soprattutto l'ipotesi di un “tappo” di 100mila ingressi netti l'anno dall'Unione europea, ipotizzato dal premier Theresa May per ribaltare un bilancio entrate-uscite che pende a favore delle prime: il saldo netto di migrazione, cioè il surplus di ingressi rispetto ai cittadini in partenza, è di 273mila unità totali (Ue ed extra Ue) a settembre 2016. May vuole ridurlo a meno della metà. «Cerchiamo di stare ancorati ai fatti: dobbiamo aspettare quello che succederà dopo il voto di giugno. Ma forse è meglio iniziare a guardarsi subito attorno e cercare lavoro» spiega Rob Brouwer, Ceo di Jobrapido.

Dall’Italia oltre 16mila arrivi solo nel 2015
Nella lista dei Paesi colpiti finirebbe anche l'Italia, uno dei principali serbatoi di risorse Ue per l'economia britannica. L'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) ha classificato il Regno Unito come la seconda meta in valore assoluto per gli expat italiani, con un totale di 16.503 trasferimenti nel 2015 (appena sotto i 16.568 rilevati in direzione Germania). Proprio gli italiani sono la terza nazionalità più rappresentata d'Europa nelle registrazioni 2016 al Nino (National insurance number), il codice identificativo che permette di lavorare e pagare le tasse in Gran Bretagna: 63mila, dietro solo ai 189mila della Romania e ai 93mila della Polonia. Brouwer è convinto che «entrambi i partiti (conservatori e laburisti, ndr) lavoreranno per raggiungere la soluzione migliore. Ma vedremo cosa farà May se riuscirà ad avere una maggioranza più salda».

Le «soluzioni migliori» auspicate da Brouwer dovrebbero riguardare anche l'università, altro tasto dolente nelle trattative tra Londra e Bruxelles. Secondo ricerche dell'Ucas (Universities and Colleges Admissions Service), un'organizzazione che si occupa delle ammissioni negli atenei britannici, le application (domande di ingresso) in arrivo dall'Europa sono già calate del 7% dal voto del referendum a inizio 2017, con picchi del -14% persino in un'istituzione come l'Università di Cambridge. Pesa il timore di un'equiparazione tra le rette per cittadini Ue e i cosiddetti overseas, gli studenti extra-europei, abituati a pagare somme pari al doppio e oltre di quelle previste per i colleghi del Continente. Alcuni rettori hanno parlato della Brexit come «uno dei peggiori disastri» negli ultimi anni, visto che la perdita dei soli studenti Ue equivarrebbe a quasi 700 milioni di sterline in meno nelle casse dell'erario britannico.

Zingale (Afol): le imprese verranno qui
C'è chi ridimensiona le paure. In parte perché pensa che la Brexit «non inciderà molto» sulle chance effettive di impiego delle risorse più qualificate in volo per il Regno Unito. In parte perché prevede un effetto boomerang su Londra, ma positivo per il resto d'Europa: aziende e banche che hanno già iniziato a spostarsi dalla City potrebbero scegliere Milano, una delle piazze che scalpita per aggiudicarsi il testimone della capitale britannica in alcuni settori. In palio c'è il dossier della Ema, l'agenzia europea del farmaco, ma non solo. Ne è convinto Giuseppe Zingale, direttore generale dell'agenzia di formazione e orientamento al lavoro Afol: «Facendo un discorso un po' più ampio bisogna considerare che ci sono una serie di imprese disposte a venire qui in Italia dopo la Brexit. E ne potremmo beneficiare – dice Zingale – Entrando nel dettaglio, invece, penso che le aziende e gli imprenditori del Regno Unito faranno attenzione a conservare e attirare comunque i talenti migliori, anche se ci saranno problemi burocratici». Tra gli inconvenienti “burocratici” descritti da Zingale c'è chilometrico questionario di 85 pagine per ottenere la permanent residence, la residenza permanente. Uno scoglio che, secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, può richiedere anche due settimane. «Sì, ma si tratta comunque di burocrazia – dice Zingale – Se si parla di lavoro, penso che questa 'chiusura' possa comunque aumentare la competitività. Anche se poi, ovviamente, si può essere d'accordo o meno con quello che sta succedendo».

GLI ANNUNCI DI LAVORO NEL REGNO UNITO AD APRILE 2017
Oltre 1 milione di opportunità pubblicate online su Jobrapido. Ma la Brexit potrebbe frenare gli ingressi di risorse straniere, anche in quota Ue (Fonte: Jobrapido)

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