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Duterte come Marcos: legge marziale nelle Filippine contro l’Isis

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l’esercito a mindanao

Duterte come Marcos: legge marziale nelle Filippine contro l’Isis

Soldati filippini marciano davanti a una moschea di Marawi
Soldati filippini marciano davanti a una moschea di Marawi

Legge marziale, elicotteri e forze speciali in campo per sconfiggere i miliziani islamisti che hanno messo sotto assedio una città dell’isola di Mindanao. Martedì, Rodrigo Duterte ha interrotto una visita ufficiale in Russia per rientrare d’urgenza a Manila, dopo aver proclamato lo stato d’emergenza su un arcipelago martoriato dalla guerriglia islamica, che ha fatto circa 200mila morti in quattro decenni e che oggi è condotta soprattutto da Abu Sayyaf. Mercoledì ha rincarato la dose, annunciando che la legge marziale potrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale. E giovedì ha spedito 100 soldati, incluse i reparti speciali addestrati dagli Stati Uniti, a riprendere il controllo della situazione.

A innescare tutto è stato un fallito raid nella città di Marawi, un centro urbano di circa 200mila abitanti in maggioranza musulmani. L’obiettivo era catturare un leader di Abu Sayyaf, Isnilon Hapilon, sul quale da anni pende una taglia di 5 milioni di dollari, offerta dagli Stati Uniti. Nell’operazione, sfociata in uno scontro aperto con una cinquantina di miliziani, sono morti 13 estremisti, 7 soldati e un civile. Altri 33 militari sono rimasti feriti. Gli islamisti hanno preso il controllo di alcune zone della città, liberato un centinaio di prigionieri da un carcere e secondo la Chiesa cattolica userebbero cristiani e sacerdoti come ostaggi e scudi umani. La popolazione è in fuga con lunghe file di auto e camioncini ai posti di blocco.

Hapilon, secondo fonti dell’intelligence, starebbe cercando di creare un’alleanza tra Abu Sayyaf e altre formazioni islamiste di Mindanao, come i Maute, un gruppo semi sconosciuto ma agguerrito e che nell’ultimo anno si è più volte scontrato con le forze di sicurezza filippine attorno a Marawi, dove ha la sua roccaforte. Poche settimane fa, i servizi statunitensi avevano lanciato l’allarme contro una possibile recrudescenza dei rapimenti di cittadini occidentali nelle Filippine.

Duterte dichiara la legge marziale nel sud delle Filippine

Duterte minacciava da tempo di imporre la legge marziale a Mindanao, un’isola che ospita 22 milioni di abitanti e 11 delle 20 province più povere del Paese. Il regime «sarà duro», ha spiegato il presidente in un video postato su Facebook: «Non sarà diverso da quanto fece il presidente Marcos», riferendosi alla legge marziale imposta dall’ex dittatore per circa dieci anni, a partire dal 1972, e durante la quale più di tremila persone furono uccise e decine di migliaia torturate e imprigionate. Duterte, del resto, dichiara apertamente di ispirarsi a Marcos.

Abu Sayyaf è considerata l’organizzazione integralista islamica più pericolosa e strutturata del Sud-est asiatico. Seppure ormai decimata e dedita quasi esclusivamente al rapimento di occidentali e al traffico di esseri umani, ha il controllo totale di alcune porzioni di territorio e rappresenta l’affiliato perfetto per l’Isis, al quale ha giurato fedeltà nel 2013 . Il gruppo, che fa base nel cuore della giungla delle isole Jolo e Basilan, è emerso a metà degli Anni 90 come sottoprodotto della ribellione musulmana. All’inizio dell’anno, i suoi militanti hanno decapitato un cittadino tedesco, che avevano rapito, ma per il quale non avevano ottenuto alcun riscatto. Stessa sorte è toccata l’anno scorso a due canadesi. Abu Sayyaf è anche ritenuta responsabile dei più sanguinosi attentati nel Paese, compreso quello che nel 2004 causò oltre cento vittime in seguito all’esplosione di una bomba a bordo di un traghetto nella baia di Manila.

Mercoledì l’Isis ha rivendicato la responsabilità dei disordini di Marawi tramite l’agenzia di notizie Amaq. «Avevo previsto che uno di questi giorni la cosa più dura sarebbe stata avere a che fare con l’arrivo dell’Isis», ha detto Duterte: «Ora il Governo li deve fermare». Le minacce del presidente sono durissime: «Risolveremo il problema di Mindanao una volta per tutte: se penso che devi morire, morirai. Se ci combatti, morirai. Se ci sfidi, morirai. E se questo significa che molte persone moriranno, così sia». Duterte ha a che rivolto un appello alla maggioranza cristiana delle Filippine affinché respinga lo Stato islamico.

La decisione di mettere una regione grande come la Corea del Sud sotto legge marziale, in seguito a un incidente di dimensioni ridotte in una sola città, ha tuttavia suscitato critiche, da parte di politici e anche economisti che interpretano la mossa come un espediente per rendere sempre più autoritario un regime già messo all’indice dalle organizzazioni internazionali dei diritti umani come Amnesty. La legge marziale dovrà essere confermata dal Parlamento e durerà almeno 60 giorni, ma Duterte si è detto pronto a prorogarla per un anno, se sarà necessario.

Il presidente è stato per oltre 20 anni sindaco di Davao, la città più importante di Mindanao. E proprio durante questo periodo si meritò i soprannomi di The Punisher (il giustiziere dei fumetti) e “Dirty Harry” (l’ispettore Callahan) per i metodi usati contro la criminalità e che gli erano costati anche l’accusa di aver utilizzato squadre della morte. Lo stesso Duterte si è vantato di aver eliminato 1.700 criminali, da semplice sindaco. Metodi riproposti su vasta scala una volta nella crociata contro la droga lanciata non appena conquistata la guida del Paese, con un bilancio di oltre 7mila vittime.

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