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Exxon sta con Parigi Così si è spaccata la Corporate America

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Exxon sta con Parigi Così si è spaccata la Corporate America

  • –Marco Valsania

Sul clima la Casa Bianca non è la sola ad aver tradito divisioni. Anche la Corporate America arriva in ordine sparso - e a volte silenziosa - alla sfida dell’effetto serra. Il dibattito dentro la Casa Bianca sull’uscita dall’accordo di Parigi si è riprodotto nelle spaccature di una Corporate America, dove spesso si è giocata una partita parallela a quella sul populismo politico che ha contrapposto internazionalisti a nazionalisti. I primi hanno alzato la voce ieri, in un ultimo sforzo per difendere l’intesa contro l’effetto serra: una lettera aperta a firma di 25 grandi marchi, da Apple a Morgan Stanley, da Facebook a Gap ha rivendicato che il patto «espandendo mercati per tecnologie pulite e innovative, genera occupazione e crescita e le aziende americane sono in grado di essere leader».

Ma le tensioni più rivelatrici sono affiorate nel settore direttamente legato all’emergenza ambiente: le compagnie petrolifere raccolte nell’American Petroleum Institute, l’associazione di settore, non hanno saputo prendere collettivamente posizione. Le major, le grandi società attive internazionalmente e nella diversificazione energetiche, hanno chiesto di restare nell’accordo. L’amministratore delegato di Exxon Mobil, Darren Woods, come il suo predecessore e ora Segretario di Stato, Rex Tillerson, ha messo nero su bianco che «gli Stati Uniti devono rimanere al tavolo negoziale» e che sono «competitivi nel quadro delineato da Parigi». Anche gli azionisti sono sensibili: l’assemblea dei soci di Exxon, mercoledì, ha approvato con il 62% dei voti una mozione per chiedere che le scelte aziendali tengano conto del cambiamento climatico. Mini-major e piccoli gruppi focalizzati sulla produzione domestica, quali la Texas Alliance of Energy Producers con i suoi tremila membri, hanno invece denunciato Parigi come inutile e foriera di dannose pastoie. Nel carbone i tre maggiori produttori — Peabody Energy, Arch Coal and Cloud Peak Energy con una quota di mercato del 42% — non hanno alzato barricate, sottolineando lo sviluppo di tecnologie per la cattura delle emissioni. Altre si sono ribellate: tra loro la maggior società non quotata nel campo e quinta in assoluto, Murray Energy.

L’hi-tech è tra i settori usciti allo scoperto contro l’effetto serra: il fondatore e ad di Tesla, Elon Musk, finora tra i più timidi a Silicon Valley, ha preannunciato le dimissioni dal consiglio del Business Advisory Board del Presidente davanti a rotture con Parigi. «Non avremo scelta», ha twittato il leader dell’auto elettrica. Il ceo di Apple, Tim Cook, prima di firmare l’ultima lettera aperta ha chiamato Trump martedì. E il gigante degli iPhone aveva già lasciato nel 2009 la Chamber of Commerce proprio per uno scontro sull’ambiente. Microsoft, Amazon e Alphabet, la ex Google, sono tra i firmatari di appelli pro-Parigi. Assieme a 365 aziende di molti settori hanno anche sostenuto in tribunale l’anno scorso il Clean Power Plan, le ambiziose norme per l’abbattimento delle emissioni delle centrali elettriche volute da Barack Obama per realizzare gli obiettivi di Parigi oggi bloccate da Trump. Varie aziende hanno anche lanciato propri interventi: oltre a Apple e Google, Goldman Sachs e Wal-Mart hanno capitanato una pattuglia di 13 aziende impegnate a investire 140 miliardi in iniziative a emissioni ridotte. Gap ha promesso di dimezzare l’emissioni entro il 2020.

Nelle ultime settimane associazioni ambientali hanno reclutato decine di società - oltre a molte già citate si contano Campbell Soup e DuPont, da Intel e Kellogg, Mondelez e Staples, da Starbucks e General Mills - per premere sull’amministrazione a favore di Parigi. Uno spot tv ha visto comparire i volti di Jeff Immelt di Ge e di Jamie Dimon di JP Morgan. A fare da contraltare è però la Chamber of Commerce, maggior associazione imprenditoriale del Paese: è ricorsa alla magistratura contro l’Agenzia per la Protezione Ambientale denunciando il «peso eccessivo» di tutte le regulation sul clima. Attraverso le sue attività di lobby elargisce finanziamenti per il 94% destinati a politici scettici sull’effetto serra. Non basta: nonostante le promesse sui veicoli ecologici, le grandi case dell’auto si sono di recente fatte notare per il loro silenzio. E i critici della Corporate America sottolineano che alla mobilitazione d’immagine spesso non ha corrisposto un impegno continuato e concreto delle aziende per mettere davvero in testa all’agenda del Paese il cambiamento climatico.

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