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Borse, perché il 2017 non sarà un 1987 (nonostante gufi e…

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scenari finanziari

Borse, perché il 2017 non sarà un 1987 (nonostante gufi e grafici)

Prima è arrivato Bill Gross, il guru delle obbligazioni, che due giorni fa ha spiegato come i rischi sui mercati siano ai massimi dal 2008 «perché anziché comprare sui minimi e vendere sui massimi, ora si compra sui massimi e si incrociano le dita». Poi ecco l’investitore svizzero Marc Faber, l’intramontabile pessimista che predisse il lunedì nero del 1987 assieme a un’altra mezza dozzina di crolli borsistici mai avveratisi: la settimana scorsa il “Dr Doom” (“dottor Condanna”, come è stato ribattezzato in virtù del suo scarso ottimismo) è tornato a parlare di una colossale bolla azionaria, spiegando che «ci troviamo da qualche parte tra il 1999 e il 2000, ma prima o poi questa bolla scoppierà e le gente perderà metà dei propri soldi».

INDICI VARIAZIONE ASSOLUTA
(Fonte: Lpl Research, FactSet)

Da ultimo a turbare i sonni degli investitori arriva questo grafico inquietante. Mostra come l’andamento di Wall Street nel 2016/17 ricalchi abbastanza fedelmente quello del 1986/87, con le quotazioni attuali che si trovano a un passo dal precipizio del 19 ottobre 1987, ovvero il terribile lunedì nero in cui l’indice Dow Jones perse oltre il 22% del suo valore. C’è da preoccuparsi?

In realtà non bisogna avere troppa paura. Intanto di grafici sovrapposti da film dell’orrore ne abbiamo visti parecchi, negli ultimi anni: nel 2013 e 2014 ci è stato detto che eravamo «esattamente nella stessa situazione del 1987», mentre nel 2014 ci siamo trovati «esattamente come nel 1929». Però poi non è successo nulla di terribile. Questo perché la storia raramente si ripete, e cercare di prevedere il futuro dei mercati attraverso l’analisi del passato spesso risulta fuorviante.

Ricordiamo per esempio come nel dicembre 2007 il capo delle strategie di investimento di Goldman Sachs, Joseph Cohen, fosse convinto che lo S&P500 avrebbe guadagnato il 14% entro la fine del 2008. La storia come sappiamo è andata in ben altro modo: anziché superare 1600 punti, l’indice guida di Wall Street nel giro di qualche mese è precipitato sotto quota 900.

Ma osserviamo meglio il grafico che sovrappone il 1986/87 al 2016/17. È vero che lo S&P500 dall’elezione di Trump ha guadagnato circa il 14%, ritoccando verso l’alto i record di sempre ben 22 volte solo quest’anno. Però è anche vero, come spiega con pazienza lo strategist di LPL Financial Ryan Detrick, che questi tipi di paragoni sono a dir poco prematuri, se non proprio sbagliati.

Proviamo infatti a sovrapporre i grafici del 1986/87 e del 2016/17, ma su base percentuale, ovvero piazzando sull’asse delle ordinate (quello verticale) la variazione percentuale dell’indi ce S&P500 nell’arco di tempo considerato. Ecco che scopriamo come da inizio 1985 ai massimi del 1987 Wall Street sia aumentata quasi del 100%, mentre nel 2015/17 l’incremento è stato di circa il 20%. Stiamo vivendo una lunga fase Toro, riassume Detrick, ma senza eccessi particolarmente pericolosi.

IL CONFRONTO
Valori in punti base (Fonte: LPL Research, FactSet)

Il 2017 non ha insomma nulla a che fare con il lontano 1987, conclude lo strategist di LPL Financial, e se dovesse arrivare una correzione sarebbe per ragioni differenti da quelle del “lunedì nero”. In tutto questo, la maggior parte degli analisti scommette in una prosecuzione dei rialzi azionari sull’onda dei buoni dati macroeconomici, anche se sul breve termine la stagionalità non è favorevole, in particolare in giugno (ma per ora il “sell in May” non si è verificato). Avranno ragione loro? Probabilmente sì. Esistono certezze? Ovviamente no. Nel lungo periodo l’unico ad aver ragione è Niels Bohr, Nobel per la Fisica, che a suo tempo saggiamente disse: «È molto difficile prevedere. Specialmente il futuro».

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