Mondo

Un crollo iniziato con la dementia tax

  • Abbonati
  • Accedi
Europa

Un crollo iniziato con la dementia tax

LONDRA

Interpretare il voto britannico come una riedizione del referendum del 23 giugno scorso è un errore. Se le conseguenze globali più significative si avranno sulla Brexit costretta ad essere ammorbidita per rispettare la volontà di un parlamento più eterogeneo, l’analisi del voto suggerisce che la leva del consenso s’è mossa lungo altre direttrici.

L’istante della sconfitta di Theresa May, rispetto ai piani che prevedeva, ha una data precisa: metà maggio, quando è stato diffuso il programma del partito Tory. In quelle pagine occhieggiava la riforma del finanziamento per le spese sanitarie generate da malattie croniche a cominciare dall’Alzheimer. Un passaggio che media e social network hanno trasformato in un titolo di grande effetto: la dementia tax. «In quell’istante – ha ricordato il sondaggista Peter Kellner – il partito ha invertito la corsa, perdendo immediatamente il 3% dei voti». Prologo a una caduta accelerata dall’impacciata retromarcia della signora premier che, vista la malaparata, ha ritrattato i capitoli più spinosi di un riforma che i colonnelli del partito non avrebbero mai voluto vedere nel programma. L’emorragia è continuata, precipitando il Tory Party dai 25 punti di vantaggio negli opinion polls al testa a testa che abbiamo visto l’altra notte.

Se si deve ricercare una singola causa alle origini della mancata vittoria assoluta di Theresa May – mancata rispetto alle sue e alle generali attese – non può che essere il duplice errore legato alla “tassa sulla demenza”: averla promossa e averla poi maldestramente e parzialmente corretta. Un paso doble impacchettato in un’aura di inattesa antipatia, quasi ostilità verso gli elettori. Theresa May è risultata straordinariamente imbarazzata nella performance pubblica, lasciando praterie al maturo Jeremy Corbyn.

Il tentennamento dimostrato nelle gestione del balzello sull’Alzheimer ha sfregiato l’immagine stessa che la premier ama offrire di se stessa. Decisa, risoluta, una donna con le “palle” come lei stessa s’è lasciata sfuggire in una battuta che avrebbe dovuto renderla più empatica con il pubblico. D’improvviso è divenuta quella che Timothy Garton Ash ha battezzato “lady di latta”, da opporre al ferro thatcheriano. Una fragilità che ha reso inefficaci i suoi messaggi sugli altri due fronti emersi nella partita elettorale: la lotta al terrorismo e la gestione della Brexit. Il suo mantra – «sono l’unica in grado di vincere la partita con Bruxelles» - s’è sbriciolato per la sensazione d’improvvisa inconsistenza.

Gli attacchi a Manchester e Londra hanno fatto il resto. L’essere stata ministro degli Interni per sei anni e aver gestito i tagli alle forze di sicurezza – da Met Police a Mi5 – è stato denunciato dal sindaco di Londra Sadiq Khan e dallo stato maggiore del Labour. Poteva essere un punto d’onore a garanzia di un expertise maturato negli anni, ma s’ è trasformato in un peccato originale. Un’altra macchia alla credibilità di una premier che i sussurri dicono non arriverà al congresso Tory d’autunno, vittima di un Bruto qualsiasi fra i tanti che da sempre tramano nel partito che fu Margaret Thatcher.

© RIPRODUZIONE RISERVATA