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Saif Gheddafi libero: quale ruolo può giocare nel caos Libia

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IL FIGLIO DELL’EX DITTATORE

Saif Gheddafi libero: quale ruolo può giocare nel caos Libia

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C’è chi lo vuole morto, subito. Chi invece sogna di vederlo alla guida della Libia, per riunire le tribù ancora fedeli al regime. Chi pretende sia consegnato all’Aja affinchè sia sottoposto ad un processo equo. Chi preferisce che stia nascosto, per carpire i tanti segreti di cui è a conoscenza, incluso il destino di quella parte del tesoro di Muammar, miliardi di dollari scomparti nel nulla.

Le notizie che in questi giorni si susseguono sulla sorte di Saif al-Islam, il secondo genito dell’ex dittatore Muammr Gheddafi, il figlio prediletto designato alla successione, sono contraddittorie, sfaccettate. Questa volta, tuttavia, sembra che il delfino del Rais sia stato davvero rimesso in libertà.

Dopo quasi sei anni di detenzione nelle mani della tribù degli Zintani, nel nord ovest della Libia, la brigata dei miliziani Abu Bakr, la stessa che lo aveva catturato nel novembre del 2011 mentre cercava, travestito, di fuggire in Niger, ha annunciato ieri la sua liberazione. Notizia confermata anche dal suo legale, l’avvocato Khaled al Zaidi e da parte della stampa libica.

Il ricercato più conteso
Saif è il ricercato più illustre di tutta la Libia, ma anche il più conteso. Sono in tanti a volerlo : lo vuole il sistema giudiziario del Governo di accordo nazionale, insediatosi nel marzo 2016 a Tripoli, che lo ha condannato a morte in contumacia il 28 luglio 2015 per crimini di guerra, inclusa l’uccisione di molti pacifici manifestanti. Lo vuole pure la Corte penale internazionale, che ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti (Cpi) per crimini contro l’umanità commessi durante la rivolta del 2011. E che vuole sottrarlo al Tribunale di Tripoli. Preferiscono tenerlo presso di loro anche le autorità del Governo ombra di Tobruk, che a oggi mantiene il controllo di gran parte della Cirenaica ed è in rotta di collisione con il Governo di Tripoli.

Libero grazie ad un’amnistia
La liberazione di Saif sarebbe avvenuta grazie a un’amnistia approvata proprio dal parlamento di Tobruk. E quando di parla di Tobruk non si può non pensare alla regia del potente generale Khalifa Haftar. In quella terra non si muove foglia che Haftar non voglia. Al potente generale - che peraltro corre voce sia in buone relazioni con la tribù che ha liberato Saif - il delfino di Gheddafi potrebbe far comodo. Anche solo per mostrare al mondo chi davvero comanda in Libia. Lo stesso Haftar aveva precisato in un’intervista a gennaio: «Il figlio di Gheddafi dovrebbe avere tutte le libertà di qualsiasi cittadino libico, ma politicamente credo non conti più nulla».Ma potrebbe essere una dichiarazione di facciata.

“Saif è visto allo stesso tempo come un criminale, un uomo che rischia di peggiorare le cose, o un personaggio utile per unificare la Libia. Senza dubbio è un uomo controverso”

 

Figura chiave per i legami con le tribù
Saif è ancora popolare. Forse indispensabile per chi desidera rilanciare i legami con le potenti tribù che sostenevano il regime; i Warfallah, i Warshafanna, diverse tribù Tuareg, gli Obari, quelle di Bani Walid, Tarhouna, Sabratha e Sirte. Erano loro i fedelissimi di Muammar Gheddafi. Ma dove si trova Saif, sempre che sia stato liberato davvero? Anche qui le notizie sono confuse. Se Per il Libyan Express, il figlio del Colonnello avrebbe trovato accoglienza nei dintorni di Bayda, la città della Cirenaica dove si trova il Governo ombra, per l’emittente britannica Bbc si troverebbe proprio a Tobruk, la città che ospita il Parlamento della Cirenaica, ormai non più riconosciuto dalla comunità internazionale.

Giovane, ricco e ancora popolare
Tutti si domandano cosa vuole invece lui, Saif. È giovane, non ha ancora 45 anni, è ancora molto ricco, e molto popolare tra le fazioni in Libia - sempre più numerose - che guardano con nostalgia ai tempi del regime quando, pur vivendo sotto il gioco di una dittatura oppressiva, non dovevano convivere con la strisciante guerra civile che si trascina da cinque anni, il caos ed in molti casi la povertà. Ecco perché Saif è visto allo stesso tempo come un criminale, un uomo che rischia di peggiorare le cose, o un personaggio utile per unificare la Libia. Senza dubbio è un uomo controverso. Difficile da prevedere.

“Quando scoppiano le prime rivolte a Bengasi Saif il riformatore cambia abito e si trasforma in Saif l’oppressore”

 

La sua metamorfosi, tanto rapida quanto inattesa, aveva sorpreso il mondo. Laureatosi in Architettura, ha poi conseguito un Phd a Londra presso la London School of Economics. Una volta ritornato in patria si era distinto per il suo atteggiamento più morbido, ostentato, quasi a controbilanciare il pugno di ferro e la crudeltà del padre. Fino al febbraio 2011, Saif era noto per essere non solo l’erede designato del Rais ma anche un personaggio moderato ed amante delle riforme. Fu sua l’idea di fondare la Gheddafi International Foundation for Charity Associations. Sempre lui ad assumere la direzione della rete tv al-Libiya, controllando il settore delle telecomunicazioni.
Ma l’azione che lo aveva messo sotto i riflettori dei media internazionali era stata la grande apertura dei detenuti dei gruppi salafiti/jihadisti della Cirenaica. Un’operazione non troppo gradita dal Padre. Il quale, quando ne ebbe abbastanza di quel morbo riformatore, non esitò ad oscurare la Tv del figlio perché troppo favorevole a riforme e democrazia.

Fedele al padrefino all’ultimo
Fino a quel punto il mondo occidentale vedeva in Saif l’erede che poteva se non porre fine, quanto meno ammorbidire il crudele regime portato avanti 42 dal padre Muammar. Ma quando scoppiano le prime rivolte a Bengasi, nel febbraio del 2011, Saif il riformatore cambia abito e si trasforma in Saif l’oppressore. Si schiera senza esitazioni con il padre, anche quando giungono notizie di gravi atrocità commesse contro i civili. E quando la rivolta degenera in una sanguinaria guerra civile, è proprio Saif ad assumere la guida per reprimerla. In marzo la sua avanzata è travolgente. Arriva alle porte di Bengasi, la città ribelle da cui era partita la protesta. E se non fosse stato per quella risoluzione Onu 1773, adottata il 17 marzo 2011, che diede il via a una campagna aerea internazionale contro l’esercito di Gheddafi, le cose probabilmente sarebbero andate diversamente.


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