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Viaggio a Spartanburg, nella fabbrica Bmw dove i «cattivi tedeschi» spingono l’export Usa

La fabbrica Bmw a Spartanburg
La fabbrica Bmw a Spartanburg

DAL NOSTRO INVIATO
SPARTANBURG - Saranno, a fine giugno, venticinque anni dalla rinascita. Da quando la tedesca Bmw annunciò che avrebbe costruito qui, in questo angolo della South Carolina orfano dell’industria tessile, la sua città nella città, facendosi calamita d’una transizione da vecchio a nuovo manifatturiero. Il primo stabilimento fuori dalla Germania che presto sarebbe diventato il più grande nel mondo, 500 ettari che si perdono all’orizzonte: pensato come investimento da 600 milioni di dollari e duemila dipendenti, oggi ha assorbito 8 miliardi e impiega 9mila lavoratori. L’ultimo miliardo è destinato a un nuovissimo laboratorio per la carrozzeria che entro il 2018 aggiungerà 111mila metri quadrati alla superficie produttiva, per un totale di 650mila metri quadrati, equipaggiato con duemila robot impegnati sulla prossima generazione di modelli X.

Questa città nella città è il cuore di un ecosistema che ha visto i fornitori moltiplicarsi da 22 a 40 solo di “primo livello”, locali, e a 270 in tutto, 220 negli Stati Uniti. L’anno scorso dai cancelli sono uscite 411.171 vetture, l’ennesimo record, per il 70% esportate attraverso una rete che connette l’adiacente porto interno, via ferrovia e autostrade, con quello marittimo di Charleston. Motore di un export da dieci miliardi verso 140 mercati, senza pari nell’automotive americano. E capace di sostenere in tutto 30mila impieghi e 16,6 miliardi di attività economica nell’intero stato.

Il “miracolo” di Spartanburg - e della regione battezzata Upstate South Carolina che comprende la cittadina sorella di Greenville, una decina di contee e una popolazione in crescita di 1,3 milioni di abitanti - comincia e non finisce con Bmw. È il miracolo dell’internazionalizzazione, che cozza con le tensioni protezioniste. Con quelle denunce di Donald Trump, in particolare, sui tedeschi «molto cattivi» per il loro surplus commerciale - e «terribili» per la diffusione delle loro auto sulle strade statunitensi. «È un grande esempio del lato positivo della globalizzazione, di come questa abbia rivitalizzato una regione», ribatte Doug Woodward, direttore della ricerca economica alla Moore School of Business della University of South Carolina, oggi una delle più prestigiose del Paese. «Dopo la crisi di tessile e abbigliamento, sono stati attirati investimenti diretti soprattutto europei dando vita a un nuovo polo manifatturiero attorno all’auto». Poco prima di Bmw e di tanti supplier tedeschi era sbarcata anche la francese Michelin, che nell’area ha una decina di impianti. A tutt’oggi è in arrivo la svedese Volvo e si espande la rivale Mercedes di Daimler. Mentre si contano inediti investimenti miliardari di società quali la giapponese Toray nelle fibre di carbonio, per una scommessa nell’industria aerospaziale ancorata dall’americanissima Boeing.

La città di Greenville si è già avvantaggiata del riscatto, forte di amministrazioni lungimiranti che hanno progettato il risanamento in chiave europea, con lungofiumi, parchi, ristoranti e negozi. «Oggi è un modello di recupero urbano, una piccola Baviera - continua Woodward - una città un tempo fantasma votata tra i migliori luoghi dove vivere». Spartanburg - con 37mila residenti, la metà di Greenville - ci prova adesso. I primi segni: un nuovo albergo sta sorgendo in centro e un aeroporto locale si affiancherà alle piste del Greenville-Spartanburg International Airport.

La scommessa conta ancora e sempre sui frutti della globalizzazione. Carter Smith, vicedirettore della Camera di commercio e responsabile del suo Economic Futures Group, racconta come il manifatturiero abbia «tirato ripetutamente l’area fuori dalle secche». E come la preoccupazione sia oggi continuare a crescere e diversificare: «Il miglior rapporto è con l’Europa occidentale e negli ultimi anni con il bacino del Pacifico». C’è, aggiunge paradossalmente, persino un ritorno di aziende di nicchia nel tessile - quello ad alta automazione e contenuto tecnologico, per materiali d’avanguardia - con gruppi indiani e cinesi.

«Il 40% delle aziende che vuole aprire o espandere attività è internazionale, l’85% manifatturiero - afferma Smith - e noi diamo attivamente la caccia alle società: abbiamo in corso una missione in Belgio e siamo reduci da una in Germania». Oltre alla naturale posizione strategica per collegamenti e trasporti, all’esperienza industriale ereditata fin dal tessile tradizionale e a generosi incentivi fiscali statali e locali, Smith sottolinea l’attrazione esercitata dal lavoro effettuato «con le aziende per mitigare rischi, promuovere la qualificazione della manodopera, fornire infrastrutture, servizi, terreni, compresi spazi temporanei per un anno alle aziende che traslocano». Nell’istruzione «una rete di istituti tecnici, dallo Spartanburg Community College al Greenville Technical College, ha creato corsi con l’input delle imprese».

Woodward avverte che gli ostacoli, in realtà, non mancano: serpeggiano timori che tensioni commerciali e retorica nazionalista possano «generare incertezza e scoraggiare progetti». Soprattutto, però, la sfida aperta sarà affinare strategie che puntino sempre più sul valore aggiunto di innovazione e creatività, «un po’ come a Silicon Valley». Perché se «l’attuale occupazione ha dato spinta ai ceti medi, a Spartanburg come altrove gli investimenti manifatturieri oggi creano meno posti di lavoro che in passato e un giorno non basteranno più».

La città si sta attrezzando. È sorto il Greenhouse Incubator, al terzo piano d’una palazzina di mattoni rossi sede del Johnson College della University of South Carolina. «Ospitiamo nuovi business - spiega il direttore, Brian Brady - EduTech nel software educativo, Resiliency Technlogy nelle app per la salute mentale, Alta Gracia che produce magliette con salari doppi del reddito di sussistenza, CarotIT nella telemedicina. E organizziamo seminari per startup: l’ultimo ha promosso 12 idee su 70». Brady ricorda anche qui il ruolo cruciale delle aziende globali: Michelin ha un proprio incubatore che coopera con la Greenhouse. E «la presenza di gruppi ricchi di risorse crea un clima incoraggiante per startup quali fornitori o innovatori». La stessa Chamber of Commerce ha appena creato una posizione per promuovere l’imprenditorialità.

Simbolo di riscossa della regione e sua memoria storica rimane però il gigantesco impianto Bmw alle porte di Spartanburg. Nel Zentrum - il suo museo che celebra modelli nuovi e classici tra cui la 507 di Elvis Presley e la 850 dipinta da David Hockney - Steve Wilson ripercorre 32 anni di carriera. Cita gli exploit manifatturieri, le 900 vetture che ogni giorno partono alla volta di Charleston. Ma anche e soprattutto l’impatto sull’intera comunità. «Venticinque anni or sono per i primi duemila impieghi arrivarono ben 160mila domande». Oggi, dice, Bmw qui continua a assumere, produrre e sperimentare. Ha partnership con università e scuole tecniche, dal sofisticato International Center for Automotive Research della Clemson University dove finanzia due cattedre, a programmi di apprendistato alla tedesca. «I nostri Bmw scholar sono giunti al sesto biennio. E tutti hanno trovato un lavoro».