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Mariplast e le altre: pionieri italiani nella terra della manifattura…

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VIAGGIO A SPARTANBURG, SOUTH CAROLINA

Mariplast e le altre: pionieri italiani nella terra della manifattura internazionale

Spartanburg - Lo stabilimento della Mariplast trabocca di piccoli tubi di plastica colorata. Non sono un gioco, bensi' serissimi strumenti per la filatura - o meglio per tingere i filati - brevettati e con stampi “made in Italy”. Perche' Mariplast e' un'azienda nata e cresciuta a Prato, che ha impianti in Turchia, Egitto, Spagna. E anche a Spartanburg: qui lavorano 32 persone a tempo pieno, meta' tecnici di produzione, meta' nel packaging. Un esempio che per le piccole e medie imprese italiana - spesso tuttora ritenute restie a valicare i confini - la scommessa della globalizzazione è possibile.

Il miracolo economico di Spartanburg

Elena Romagnoli, co-proprietaria con il marito Marco Bottari della Mariplast North America Inc., calcola di generare dalla South Carolina un fatturato di 5 milioni di dollari l'anno, un terzo dell'intero gruppo. Il 20% della produzione e' destinato all'export. A Mariplast si considerano veri e propri pionieri: i primi italiani ad aprire un'azienda nella zona, negli stessi anni della Bmw. Non senza vicissitudini: la crisi del 2007 dimezzo' le vendite. Adesso ci sono altri problemi: la carenza di manodopera, qualificata a non, per la concorrenza scatenata dal moltiplicarsi di imprese globali. E gli sforzi per innovare e trovare nuovi mercati.

L'impianto di Spartanburg sforna due milioni “tubetti” al mese, difendendosi con la flessibilita' negli ordini. Ma anche la diversificazione e' cominciata: la societa' ha da poco lanciato un prodotto derivato dai suoi tubi e battezzato Shellt negli Usa, Oso shelter in Italia. Si tratta di un “grow tube” che nulla a che vedere con i filati: protegge la base di viti o alberi. Ed e' gia' impegnata a promuoverlo dalla California a New York, dove spesso vengono usati cartoni del latte o plastica: la versione americana, al contrario di quella perforata commercializzata in Italia dove prevale l'uso in colture biologiche, e' completamente chiusa, necessaria per l'ampio utilizzo di pesticidi nelle coltivazioni, e a sezioni che consentono l'appiattimento per essere immagazzinata. Le prime vendite sono state di 7.000 esemplari e duemila sono stati donati all'Universita' UC Davis.

Romagnoli ricorda la sua prima visita nell'85 a Spartanburg, quando era ancora patria del tessile, per una fiera del tessile e incontri con clienti. Allora, lei aveva 19 anni, la zona “faceva paura” per il degrado. Poi i grandi impianti di Michelin e Bmw portarono con se' “indotto e cultura”, un circolo virtuoso di iniziative pubbliche, private e universitarie. “Fummo i primi italiani con un impianto nel 1993, poi tocco' ad altri quali Vetroresina di Ferrara o Flame Spray nei rivestimenti di Bergamo”.

La presenza italiana e' limitata - una trentina di marchi con scarse attività produttive - ma c'è. Tra gli ultimi arrivati un impianto della Acc, joint venture tra Ge Aviation e Turbocoating della provincia di Parma: un investimento da 15 milioni nella chimica che creerà 50 posti di lavoro. Vetroresina, spiega il general manager Elena Colombarini, dopo inizi difficili nel 2009 vanta adesso un fatturato annuale di 17 milioni per i suoi laminati piani ed è a sua volta in espansione. In programma ha un incremento della capacità produttiva del 50% per servire la domanda in crescita nel segmento caravan e camper, con clienti concentrati nel nord dell'Indiana.

“Scegliemmo questa zona, rispetto a localita' dell'Alabama e della Florida, per il clima, le caratteristiche di vivibilità e la risposta delle autorita' locali”, dice Colombarini. Anche se Spartanburg, pur nell'internazionalizzazione, mantiene le sue radici nel profondo sud degli Stati Uniti e nella sua cultura conservatrice: sulla porta d'ingresso di Mariplast campeggia il divieto a entrare armati in azienda.

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