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Terrestre o marittimo? Il confine tra Irlanda e Regno Unito dopo…

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i nodi del divorzio londra-ue

Terrestre o marittimo? Il confine tra Irlanda e Regno Unito dopo Brexit già divide

Si riaccende il dibattito sul nuovo confine tra Irlanda e Gran Bretagna dopo Brexit, uno dei nodi del divorzio britannico dall’Unione europea. A riaccenderlo è stata una notizia, riportata dal Times di Londra e poi smentita dal governo irlandese, secondo cui Dublino vorrebbe che i controlli su merci e persone che transitano tra territorio Ue e non Ue non fossero collocati sulla terraferma - la frontiera tra Eire e Irlanda del Nord, già teatro di decennali scontri - ma avvenissero in porti e aeroporti, spostando di fatto il confine in mare.

L’ipotesi ha suscitato la reazione immediata e furibonda degli unionisti nordirlandesi del Dup, “stampella” del governo di minoranza di Theresa May, che hanno definito l’idea «assurda» e «incostituzionale» , minacciando per reazione l’istituzione di un confine “hard” tra le due Irlande. Non è difficile capire perché. Il tema, oltre che economico, è eminentemente politico e si intreccia con la storia tormentata dell’isola. Per gli unionisti, da sempre difensori del legame con Londra, spostare il confine in mare significherebbe dividere l’Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna, avvicinandola al contrario all’Eire come vorrebbero invece i nazionalisti irlandesi del Sinn Fein, fautori di una riunificazione dell’isola.

A poche ore dall’articolo del Times il governo irlandese ha gettato acqua sul fuoco, dapprima per bocca del ministro degli Esteri, Simon Coveney, che ha smentito una simile proposta, sottolineando però che tocca a Londra trovare «soluzioni ingegnose» al problema. Poi è intervenuto il giovane neo-primo ministro, Leo Varadadkar. «Noi non vogliamo un confine economico - ha chiarito ai giornalisti convocati a Dublino -, non saremo noi a progettarne uno. È il Regno Unito, la Gran Bretagna che ha deciso di uscire dalla Ue, e tocca a loro dire come sarà, come funzionerà e convincere i loro elettori che è una buona idea».

Il problema non è comunque di facile soluzione. Con l’istituzione del mercato unico europeo e poi con gli accordi di condivisione del potere del Venerdì santo del 1998 tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani, il confine tra le due Irlande ha visto fiorire il commercio e le attività economiche; circa 30mila persone attraversano ogni giorno per motivi di lavoro una frontiera sostanzialmente invisibile, diverse fattorie stanno addirittura a cavallo della linea lunga 500 chilometri. Quando la Brexit sarà completata, questa diventerà l’unica frontiera di terra tra Regno Unito e Unione europea e, sebbene tutti i leader politici - da Londra a Dublino, da Belfast a Bruxelles - abbiano dichiarato di voler evitare che torni a essere un confine “hard” (rischiando anche, oltre alle conseguenze economiche, di riaccendere rancori mai del tutto sopiti), la soluzione non è ancora stata trovata.

Il governo irlandese anche ieri ha espresso scetticismo nei confronti delle proposte tecnologiche avanzate da alcuni politici britannici pro-Brexit per garantire scambi commerciali senza ostacoli al confine, dalla tracciabilità di merci e veicoli alle dichiarazioni doganali computerizzate.

Non aiuta a sciogliere i nodi il quadro politico di stallo dell’Irlanda del Nord, senza governo da marzo per la difficoltà a rinnovare l’accordo di condivisione del potere tra unionisti del Dup e Sinn Fein.

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